NBA al microscopio: James Harden

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Harden
Credits: Twitter Houston Rockets

60, 59, 55, 54, 50. È possibile che un giocatore con questi punteggi individuali (oltre ad altre 6 partite sopra i 40 punti) prima di aver superato quota 30 partite stagionali venga criticato tanto quanto sta succedendo a James Harden in questo primo quarto abbondante di stagione? Negli ultimi mesi niente ha diviso i tifosi NBA quanto il rendimento comparato allo stile di gioco del Barba che, nonostante sia di gran lunga il miglior realizzatore dell’NBA con 38.5 punti a partita (il secondo è Giannis a 31.5) e stia permettendo ai suoi Houston Rockets di rimanere nelle prime quattro squadre della Western Conference, continua a ricevere (soprattutto sui social) una miriade di critiche dai cosiddetti “puristi” del gioco, che lo tacciano di non giocare a pallacanestro ma esclusivamente di avere rovinato l’essenza dell’attacco a metà campo con quel numero spropositato di triple senza ritmo e falli subiti accentuando il minimo contatto.
Lasciando da parte le polemiche sterili, come sta andando a livello di Analytics la stagione di uno dei migliori attaccanti degli ultimi vent’anni?

Credits: Twitter Houston Rockets

UN UOMO SOLO AL COMANDO

Oltre alla già citata classifica marcatori, Harden guida anche la lega per usage percentage, piazzandosi davanti a tutti con 37.7% e tenendo dietro di sé Antetokounmpo, Doncic, Leonard e Young. L’offensive rating è, ovviamente, tra i primi 5 tra i giocatori con almeno 25 minuti di media e 20 partite giocate (115.7) e, nonostante l’enorme volume di tiri presi, il Barba viaggia comunque a 7.5 assist di media a gara, la maggior parte dei quali sono destinati a Capela e all’amico Westbrook, che è il destinatario del 27% dei passaggi (assist e non) fatti da Harden fino a questo momento.

Harden

IL RE DELLO STEP BACK

Dopo il primo appuntamento in cui abbiamo esaminato lo shooting di Luka Doncic, anche in questo caso occorre dedicare del tempo a una tipologia di tiro particolare, che ha reso Harden immarcabile che ne ha fatto il proprio marchio di fabbrica: lo “step-back”.

Credits: stats.nba.com

Harden è il leader per tiri da tre tentati (387) e segnati (140) nella lega, oltre che il secondo per tiri segnati dal campo (328). Il 13 dei Rockets prende il 56% dei propri tiri da dietro l’arco dei tre punti, di cui ovviamente fanno parte i 223 tiri in allontanamento presi in questa prima porzione di stagione, segnati con una clamorosa percentuale del 37.2%. La zona preferita da cui lasciar partire il missile in step back è la fascia centrale, dove Harden realizza con il 45% da tre punti andando circa oltre 10 punti percentuali la media della lega per questa particolare tipologia di tiro.

Harden
Credits: stats.nba.com

ISO JAMES

Detto dello step-back, Harden è leader anche in un’altra particolare tipologia di azioni, che sono i possessi giocati in isolamento che gli valgono le critiche di cui sopra.
Guardando la speciale classifica Harden stacca nettamente il compagno Westbrook e LeBron James, entrambi sul podio ma con un volume di isolamenti quasi tre volte inferiore al Barba, il cui 42% dei possessi giocati sono giocati in isolamento (410), con una percentuale reale del 54% (davanti al 53.6% di Lillard che però, contrariamente all’ex Arizona che ne gioca circa 15 a partita, sceglie questo tipo di giocata solo 4.7 volte a partita). In poche parole, un isolamento di Harden vale 1.15 punti per possesso, il che significa che, parametro sui classici 100 possessi, significherebbero 115 punti segnati, ovvero essere il secondo attacco dell’NBA dietro solo ai Mavericks.

Se sarà l’MVP per la seconda volta in tre anni è ancora presto per dirlo, ma quel che è fuori da ogni dubbio è che un giocatore del genere, così polarizzante e così “innovativo” nel trovare nuovi modi di fare canestro non si era mai visto negli ultimi vent’anni. E allora perché non goderselo senza troppi giudizi?