NBA: All Star Game, quest’anno in saldo…

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Una volta gli All Star Game della NBA, senza voler scomodare la giornata del sabato, erano uno spettacolo. Visivo, perchè i giocatori sul campo avevano ognuno la maglia della propria franchigia; anche sportivo, perchè non si gigioneggiava sul campo, si cercava il meglio dai propri compagni. Oggi è proprio l’inverso, col glitter di maglie uguali, la ricerca del selfie o della giocata personale, record di quelli in saldo da portare a casa… E sul campo poi l’agonismo – o almeno quello che si ricorda – è dato da quei campioni senza tempo che magari ingaggiano sfide con se stessi o con gli altri e che regalano mordente al gioco. Tra l’altro, già il fatto che non sia più Est contro Ovest, ma “Team LeBron” contro “Team KD” la dice lunga.

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SCELTI – MA NON TROPPO

Tifosi, opinionisti, giocatori e allenatori chi ha determinato le chiamate. E va ancora bene per l’affetto dei primi, ma dalle tre restanti categorie qualcosa è mancato. Quintetto dei 5 occidentali made in Europe, con Doncic e Jokic a fare la voce grossa al fianco di capitan LeBron, di Steph e di Kawhi Leonard, che è una stella, vero, ma che con una gara del genere non è che ci azzecchi granchè. A Est invece, KD ha già al suo fianco – o per meglio dire ancora – Irving, ma la vera sorpresa è che il terzo anello Nets non è nello starting five, con Harden che dovrà partire dalla panchina, anche se ovviamente il pool deve ancora assegnarlo a una squadra, visto che è tra gli snub. Beal è a buon nome nei primi 5, perchè sta dominando la lega, idem dicasi per Joel Embiid, forse il più idoneo per una partita come questa, mentre completa il quintetto Antetokoumpo, a cui si spera che 1) non verrà chiesto di tirare i liberi e 2) potrebbe sfruttare il fatto che non sia capitano di questo team per rifarsi.

Guardare agli altri è una vera sfida, sia perchè i nomi – almeno alcuni – sono importanti, sia perchè da questo nascono varie e profonde recriminazioni. I nomi sono presto fatti: Harden, di cui abbiamo detto, Ben Simmons, Tatum e Brown dai Celtics, Vucevic, che è un nome a sorpresa ma che ci sta, con Lavine e Randle a completare la flotta orientale. Sull’altra costa il menù prevede Lillard, l’infortunato Davis (sostituito da Devin Booker, la cui esclusione non aveva convinto nessuno…), Mitchell e Gobert dai primissimi Jazz, George che ha fatto sapere di detestare l’All Star Game, Chris Paul e Zion. Orbene di questi nomi magari non avremmo fatto a meno ma certe scelte lasciano discutere. Le più controverse sono sicuramente Lavine e Zion. Il primo è il leader di una truppa perdente come lo sono i Bulls di quest’anno, un giocatore cavallo pazzo che non è il Randle che tira la carretta a New York. Zion è un dominatore, questo è certo, e con alte probabilità finirà alla gara delle schiacciate, ma rispetto alle esclusioni dell’ovest è sicuramente uno che ben avrebbe potuto stare a bordo campo, se poi Ja Morant suo dirimpettaio sta a casa allora è lecito farsi domande. Rispettosa e doverosa la scelta di CP3 che forse insieme a LeBron rappresenta lo zoccolo duro di una NBA oramai già divenuta passato.

Domantas Sabonis
Grafica di Grazia Cifarelli

GLI ESCLUSI ILLUSTRI

Detto che un qualsiasi All Star Game che non può contare su Thompson, out per la stagione, non è uno di quelli che vale la pena di essere vissuti, ma c’è tanta gente che manca all’appello. Una menzione la merita l’orso ballerino Green, cha avrebbe portato pepe alla vicenda, ma che invece resterà a guardare. Il gusto personale – ad ovest – avrebbe imposto anche CJ McCollum, talento finissimo, e – per quello che sta mostrando, anche il buon DeRozan, oppure la nostalgia magari ci avrebbe regalato un ultimo saluto a Carmelo Anthony, ma questo è solo un sogno.

Ad Est la faccenda è seria ancor di più perchè negli elenchi manca Domantas Sabonis, che se non è il miglior giocatore “non stella” della lega poco ci manca. La crisi di Miami porta via anche Jimmy Butler e Bam Adebayo, ma è la mancata chiamata di un talento come Trae Young di Atlanta  e soprattutto quella di Fred VanVleet che lascia davvero un senso di disappunto, ben più di chi voleva Harris o Middleton. Per i nostalgici, sarebbe stato bello rivedere Derrick Rose su quel parquet, magari a sfornare cioccolatini o a far ripartire quelle gambe, ma resterà un sogno.