NBA: Anthony Davis-Pelicans, gli errori di tutti

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Davis

Nell’ultima trade deadline tutta la vigilia si è stretta intorno al caso Anthony Davis che ha fatto e soprattutto farà parlare di sé ancora per molto tempo. Francamente non avrei pensato a una presa di posizione così netta e soprattutto pubblica da parte di AD, in grado d’innescare un domino mediatico che probabilmente è andato anche oltre a quello che la NBA avrebbe voluto. Di certo Rich Paul ha forzato la mano pubblicamente per avere un cambio di rotta immediato per il suo assistito e sebbene le richieste di trade non siano nulla di particolarmente sconvolgente nella lega, la loro esternazione pubblica, magari a mezzo social, invece ha una risonanza diversa e crea molte più difficoltà soprattutto alle franchigie.

 

Punto di vista AD

È ormai da qualche tempo che su Twitter a cadenza periodica si rievoca l’hashtag #Freeanthonydavis, perché a New Orleans non ha mai avuto la possibilità di giocare per il titolo, ma provando a malapena a qualificarsi per i playoffs. L’anno scorso con DeMarcus Cousins sembrava poter essere la volta buona per fare strada andando contro la logica attuale di basket con due big men di grande importanza, ma l’infortunio di Boogie ha mandato all’aria tutti i piani e nonostante una sorprendente vittoria per 4-0 contro i Blazers in estate tutto è finito in una bolla di sapone con Davis ancora a sentirsi solo e senza futuro. Si può dire che la richiesta di scambio da parte del giocatore sia sacrosanta in quanto la franchigia non è mai riuscita ad allestire un roster che potesse permettergli di essere una contender e l’eccessiva logica conservativa del front office ha portato a questa situazione di non ritorno. È una lega di giocatori e si sa che le stelle di prima grandezza possono forzare la mano anche oltre le regole scritte e non scritte, ma ora non solo è rottura con la società, ma lo è anche con il pubblico in una situazione spinosa. Nell’ultima partita interna tutto lo Smoothie King Center lo ha fischiato all’annuncio dei quintetti e lui, nonostante abbia detto che lotterà come ha sempre fatto fino a fine stagione, ha chiuso con tre punti e 1-9 dal campo. Un caso? Decisamente no, ma come uscirne nel modo meno controproducente possibile per entrambi?

Punto di vista Pelicans

Silver ha annunciato che ogni partita che Davis salterà senza un effettivo motivo medico, costerà ai Pelicans 100.000 dollari di sanzione, perché se è vero che scambiare un Davis sano è la base dei progetti futuri, la lega non può permettersi di vedere una stella seduta senza un motivo. Lasciamo stare se ovviamente i due pesi e due misure non considerano le situazioni di Carmelo Anthony, JR Smith. Un saggio diceva di trattare tutti con equità, ma non nello stesso modo e chi insorge paragonando le due situazioni non ha una degna visione d’insieme.
Nonostante le suddette mancanze della società, ora le soluzioni per risolvere il problema sono molteplici e il fatto di non aver ceduto alle lusinghe dei Lakers, instaurerà un’asta estiva che potrà solo giovare al rebuilding nella Big Easy, anche se la spada di Damocle che Rich Paul ha messo sulla loro testa, rischia di essere pericolosa, perché una Boston o una New York, difficilmente si svenerà se il destino del giocatore nella free agency successiva sarà quella di andare ai Lakers. Di certo la destinazione del giocatore poco interessa a Demps che valuterà semplicemente il pacchetto migliore che gli verrà offerto e al momento (ammesso che Tatum ne possa far parte) quello dei Celtics sembra il più goloso.

Punto di vista NBA

Possiamo ragionare da romantici e pensare che negli anni novanta le stelle di prima grandezza non chiedevano trade, ma diventavano i simboli di una squadra, di una città e di un popolo. Oggi non è più così e i franchise player si contano sulle dita di una mano, ma per forza di cose dobbiamo mettere da parte la nostalgia e adattarci alla realtà, bella o brutta che sia. Di certo l’NBA deve mettere un freno a queste situazioni che mettono in mano ai giocatori troppo potere contrattuale, ma non tanto a livello economico e personale, quanto nella possibilità di mettere in scacco una franchigia. Se per Irving ci poteva esser la scusa della mancanza di una figura chiave in società, Leonard con gli Spurs è diventato un pericoloso precedente che è stato seguito e ruota da Davis e Silver probabilmente deve trovare una (molto difficile) soluzione per non far si che le franchigie vadano sistematicamente in scacco a ogni volontà di andarsene delle stelle. La free agency è legittima per tutti e il libero mercato impone le regole del miglior offerente, però l’operato di Rich Paul in questo caso e di Leonard in precedenza va oltre il libero mercato e gli interessi personali. Nel caso di non risoluzione di questo problema, l’NBA rischia d’incontrare troppi problemi di gestione nel futuro, ingenerando malcontenti a catena. Il problema è di tanto ardua quanto necessaria soluzione.