NBA: “Un bambino li guiderà” – Caccia al rookie of the year (ai playoff)

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Non c’è molto bisogno di essere blasfemi, ma quando il potere sia esso spirituale o imperiale, è affidato in mani sapienti, difficilmente ci andremo a chiedere se la carta d’identità di chi detiene lo scettro  è quella di un veterano o di un rookie. Doveva essere un draft più di altisonanti parole che non di fatti, così come magari era già stato, la verità è che ne sono derivate delle belle, anche se il caso ci ha messo lo zampino… e non poco. Simmons, Mitchell e Tatum sono attualmente il più indiscusso simbolo della sorpresa legata al mondo NBA, con Sixers e Jazz capaci di arrivare ai playoff nonostante una situazione di rifondazione (o “process”),  mentre i Celtics, che ormai ruotano in sette perduti via via Hayward, Irving e Smart, hanno trovato nella poliedricità del loro #0 quegli attributi tanto cari a coach Stevens, per andare avanti e tenere botta durante le tempeste. E ora il gioco non cambia, anche se le partite sono più toste e l’esperienza dovrebbe essere la chiave per la separazione del grano dalla pula.

Ben Simmons – Mr triple double

Dovrebbe essere fatto un discorso a parte per lui. Alcuni storcono il naso, dicono che parlare di lui come di un rookie è sbagliato, perchè dall’anno scorso si allena col gruppo di Philadelphia, che l’ha aspettato dopo i tanti problemi, ma il ragazzo australiano ha lasciato parlare i fatti. Gli si potrà contestare che per un leader del genere il non avere range di tiro da oltre l’arco pesa, ma se col fisico a disposizione segna in penetrazione, regala assist in ogni modo e tiene in difesa anche sui cambi, allora anche i suoi più fervidi critici dovrebbero ricredersi.

È sempre quello con le luci dei riflettori puntate, non quelle della “dark side” alla Lonzo, ma ha saputo far parlare di sè anche e soprattutto fuori dal campo. È l’artefice del mondo protestante dello “one and done”, ha tenuto col fiato sospeso l’intera città mettendo su una “telenovela” sul ‘torno o non torno’ dal brutto infortunio alla caviglia che gli ha tolto un anno di carriera, ha parlato in maniera diretta e schietta quando gli hanno chiesto dei suoi compagni e rivali, rapportati all’età, che ha ignorato completamente. Ci si trova davanti un giocatore che è un all-around, quasi come è diventato il LeBron della sua seconda esperienza in quel di Cleveland, con tanta massa muscolare e attributi fisici da far valere sul campo, visione di gioco e maledetta leadership.

Le triple doppie in stagione sono state una costante nella bella annata della squadra di coach Brown, la sua crescita ha prodotto effetti benefici sui compagni e non solo, ha portato anche i più pigri a maturare, perchè in certe fasi della gara sembra essere lui il veterano che dice agli specialisti quando agire. Embiid magari è la sua valvola impazzita, ma è il suo completamento, laddove a serietà, cinismo e sangue freddo, si sposano la goliardia e l’assoluta mania di protagonismo del camerunense. Gara 1 della serie playoff con Miami, quando però il lungo africano non era sul parquet ma “in stile fantasma dell’opera” a bordo campo, è eloquente: si prende la partita, non solo la squadra, sulle spalle, decidendone ritmo e intensità di gioco. Alza e abbassa l’intensità dei suoi interventi, gioca con l’intera Miami al gatto col topo, annulla Whiteside dal campo dominandolo a rimbalzo e, quando la gara arrivava al suo momento topico, mette in ritmo Redick prima e Belinelli poi per aprire il campo. Non sarà un “basketball android” perchè tiro da tre e liberi sono da affinare, ma se questo è un rookie e già fa queste cose, non si può che migliorare.

Donovan Mitchell –  Shooting first

Uno che batte il record di punti (55) nelle prime due gare in carriera di post season, non può essere un ragazzo come gli altri. Sembrava essere uno dei tanti giocatori che finiscono nel tritacarne delle trade al draft, eppure coach Snyder deve averci visto lungo, in quel corpo allungato e veloce, ma soprattutto in quelle mani che non si fanno pregare se da scoccare c’è un dardo. Al contrario di Simmons, non è certo uno slasher, di quelli che fanno più cose, ma per quanto riguarda la fase offensiva è difficile ricordare un impatto simile da parte di un rookie.

Sembrava la solita small guard da Louisville che magari predilige un gioco di poche forzature e poca costruzione, invece le prime uscite hanno dimostrato un carattere fumantino e una voglia indomita di dimostrare ogni giorno sempre qualcosa in più. Nessuno avrebbe scommesso un dollaro su Jazz così competitivi da subito dopo la trade e l’infortunio di Rudy Gobert, invece arrivano quinti, con anche qualcosa da recriminare, espugnano in gara 2 OKC prendendosi anche il vantaggio momentaneo del fattore campo – non vale la pena sottolineare grazie a chi – e giocano una pallacanestro essenziale, pulita ma soprattutto ficcante ed efficace.

Sta in questo la vera differenza con Simmons, che accentra il gioco su di sè per poi smistare: Mitchell collabora e tanto nella fase difensiva, ma è quando si va nella metà campo offensiva che non fa prigionieri. Non ha compagni a cui affidare, si prende la palla e sfruttando le sue lunghe leve riesce ad arrivare a canestro, a forzare il tiro giusto anche quando pesa, a fare la scelta che serve per vincere. Se Simmons è “talento al servizio del gioco”, Mitchell è “gioco puroa cui si associa una cultura dello slam ball che si vedeva di rado nella NBA di un certo livello e specie per un “giocatore franchigia”. Di certo ha inciso la non mediaticità del ragazzo, ma riuscire ad affermarsi da puro underdog – unica similitudine forse rintracciabile con Kyle Kuzma – e farlo con così tante responsabilità è il frutto di un lavoro certosino, di quello che si fa prima con la testa e poi con palestra, sedute di video e aggiustamenti tecnico-tattici. Utah ha trovato un nuovo leader, e si sa che in terra mormona un pastore riesce ad attrarre comunità sempre più grandi.

Jayson Tatum – The saints are comin’

Prendiamo Fultz, ma forse Lonzo, magari Jackson.

Li han sfogliati tutti nella margherita di quelle notti antecedenti al draft, ma coach Stevens – forse con l’eccezione dell’eccentrico giocatore finito a Phoenix – sapeva bene chi sarebbe stato il suo top three. Uno che difende forte, s’integra nel suo sistema, che completa i difetti di Irving e Smart, libera Hayward al tiro e gioca anche due ruoli. Le premesse sono belle, eppure i tre citati ora sono in infermeria (li rivedremo l’anno prossimo) ma Tatum è lì, dalla prima notte NBA, la maledetta notte di #GH a fare altro, forse tutto.

Il basket non è uno sport dove chi porta legna, chi fa il gregario, di solito finisce alle luci della ribalta. Fossimo nel baseball, questo sarebbe un 5 tools, ecco, Tatum è l’uomo della provvidenza biancoverde, capace di difendere, come gli ha insegnato coach K a Duke, capace di attaccare e di stare in un sistema, come gli predica il suo allenatore quando ha la divisa biancoverde e di fare le piccole cose che ti fanno vincere le gare, ogni sera, anche se magari non le ricordi, perchè l’ultimo tiro lo prende Brown o Morris.

In gara 1 di playoff contro i Bucks, che non saranno lo squadrone dello scorso anno, ma hanno quel greco lì che incanta. Li sta facendo a fettine in una gara di parziali e senza padrone, Morris non lo tiene, sembra la difesa nella nazionale italiana di calcio nella finale mondiale del 70′. Stevens lo guarda negli occhi, gli chiede la single coverage e Antetokoumpo magari non sparisce dalla gara, ma non domina più. Anche qui i numeri sono superflui, ma unire il lavoro difensivo a quella che è stata l’autentica scoperta balistica del prodotto di Duke induce a riflettere. Nella NBA in cui se non sei pronto sei fuori, ecco qui un ragazzo giovane, con solo un anno di college sulle spalle, che chiamato quasi alla disperata a dover fare due passi repentini in avanti risponde presente, fin dalla prima sera. Magari non è il miglior realizzatore, ma c’è sempre quando la partita conta. Se gli altri due suoi colleghi hanno più talento nei loro rispettivi ambiti di competenza, quello che vorresti sempre nella tua squadra è Tatum, perchè dei tre è quello col miglior QI cestistico,  una comprensione e una capacità di lettura che ricordano – senza volerlo scomodare – un Celtics a cui è dedicato il trofeo di MVP delle Finals. Sarà un paragone azzardato? Forse. Eppure, in tempi di tanta emergenza per Boston, con Tatum, “the saints, are comin”.