NBA: l’esordio di Paolo Banchero

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11 punti, 11 rimbalzi e 8 assist. Ancor meglio: 22 punti, 7 rimbalzi, 12 assist e 9 palle recuperate contro Lebron e i Miami Heat campioni in carica. Due dei migliori esordi in NBA degli ultimi vent’anni, in parole povere. Scommettiamo sui nomi associati ai tabellini? Fossi in voi non lo farei, a meno che, sadicamente, amaste buttare i vostri risparmi al vento. Una lunga perifrasi, anche faziosa, per esprimere un semplice concetto: Paolo Banchero è forte, per davvero, ma andiamoci veramente piano con giudizi e sentenze.

Vero che la TL di Twitter, per appassionati di NBA come noi, rischia di trasformarsi in una bolla autoreferenziale, che distorce i contorni di una realtà molto più sfaccettata e poliedrica. A livello statistico, nulla da dire: il miglior esordio in NBA dai tempi di LBJ è incontestabile. Scripta manent, così come i numeri. Ma come si può pensare di dire di tracciare già la parabola di un’intera carriera professionistica dopo soli 48′ di gioco?

Quante variabili entrano in competizione e in comunione tra loro per definire il prosieguo della vita di un atleta? Molte, moltissime, infinite. Alimentare l’hype già enorme del pubblico italiano è naturale conseguenza dei flash mostrati dal #5 di Orlando, ma occorre prendere un bel respiro e razionalizzare.

Prima di arrivare alla Corte di Cassazione, i gradi di giudizio sono molteplici. Appelli, ricorsi, motivazioni, testimonianze e cavilli si rincorrono tra loro, fino a giungere alla sentenza definitiva. In alcuni casi ci vogliono anni per raggiungere l’agognata e presunta giustizia. 27/9/5 è una statline che nessuno negli ultimi 20 anni è stato capace di registrare all’esordio NBA. Solo per rimanere in ambito Orlando Magic, Paolo ha fatto meglio di Hardaway, Shaq e Dwight Howard alla prima apparizione sul palcoscenico più luminoso.

E quindi? L’ermetismo di Nando Martellone viene in nostro soccorso.

C’è ancora tanto lavoro da fare. Perché, per quel poco che vale, Orlando ha pure perso a Detroit. Il potenziale mostrato da Banchero in alcuni movimenti e decisioni alla Little Caesars Arena sono davvero notevoli. Ma le frequenze dell’effettiva bontà del giocatore nel lungo periodo coprono ancora l’intero spettro elettromagnetico. Passare da un TJ Ford e un Michael Carter Williams qualsiasi (per quanto “qualsiasi”, associato a un atleta NBA, sia sempre ingeneroso) a Lebron è molto più semplice di quel che si possa pensare. Ergo, calma. Prima di gettare benzina sulla fiamma più ardente della pallacanestro italiana (perdonateci, ma vogliamo ingraziarci l’apprezzamento del prossimo governo anche tramite questi subdoli espedienti retorici), una bella secchiata d’acqua è necessaria. Saranno Banchero e i suoi Magic a dover rinvigorire quelle braci.

Giudicare il libro dalla copertina è assai rischioso (Giannis docet). Anche la più curata delle grafiche non può mascherare pagine bianche, vuote, prive di contenuto. Paolo Banchero ha tutti gli strumenti per riempirle di significato e magia, superando ogni blocco dello scrittore che gli si parerà innanzi. Basterà?