NBA, Boston Celtics: da futura dinastia a possibile rebuilding

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23 Agosto 2017.
Una data che cambia il futuro di due intere franchigie. Quel giorno Danny Ainge intavola uno scambio che fa scalpore, con i Cleveland Cavaliers e porta Kyrie Irving a vestire la canotta verde spedendo Isaiah Thomas, assoluto protagonista della resurrezione dei Celtics dopo la fine del Big Three, alla corte di LeBron James (insieme a Crowder, Zizic e la scelta con cui i Cavs sceglieranno Sexton). Ai Celtics arrivano, in seguito, Gordon Hayward, da Utah, e Jayson Tatum, dal draft, sommandosi ai già importanti membri del roster Brown e Horford.

DA CONTENDER A FLOP

L’anno successivo, i piani dei Celtics vengono rallentati dagli infortuni di Hayward, che salterà tutta la stagione, e Irving, che si opera all’inizio dei Playoff, saltandoli interamente. Per Boston sembra una tragedia, ma gli uomini di Stevens, principale autore del capolavoro a detta di molti, raggiungono comunque le Finali di Conference, nelle quali si arrendono solo all’onnipotenza di King James. Le aspettative che si creano attorno ai Boston Celtics nella stagione successiva, ovvero quella appena conclusa, sono importanti. In effetti, da una squadra che ha raggiunto le Eastern Conference Finals senza i due fari della squadra, l’anno dopo è lecito aspettarsi che, con il rientro di Irving e Hayward, i Celtics siano l’unica vera alternativa a Golden State. In realtà, quello che succede lo sapete bene, Gordon Hayward al rientro non è lo stesso giocatore che aveva dato spettacolo ai Jazz e Kyrie Irving appare quasi infastidito dall’atteggiamento dei compagni, che sembrano quasi dire “abbiamo già dimostrato che non abbiamo bisogno di te”. Quella che si viene a creare è una gran frittatona, i C’s concludono la Regular Season al quarto posto e ai playoff vengono spazzati via da Giannis e compagni, al secondo turno, in cinque gare. I motivi della disfatta dei ragazzi scelti da Danny Ainge e allenati da Brad Stevens sono diversi e mi piacerebbe dirvi quali sono.

I MOTIVI DEL FALLIMENTO

Innanzitutto, la gestione del sistema Celtics (tutto) per cercare di trasformare quanto di buono fatto nel 2017/18 in qualcosa di molto buono nella stagione successiva è stata pessima. È stato esaltato eccessivamente il lavoro, seppur ottimo, del core della squadra senza i due All-Star, creando un superfluo senso di responsabilità nei role players del roster. In particolare, visto il non eccelso rendimento di Gordon Hayward, evidentemente ancora in cerca della migliore condizione fisica, quasi mai trovata nel corso della stagione, Jayson Tatum si è sentito obbligato a compiere scelte e a prendersi tiri che non sono ancora nel suo bagaglio tecnico, o comunque lo sono ma hanno bisogno di essere rodati. Kyrie Irving ha ovviamente le sue colpe, come tutti, poiché ha focalizzato la sua attenzione nel “rimproverare” i compagni più giovani, fallendo così la sua vera prima esperienza da primo violino. Gli sviluppi di tutto ciò si sono riflessi in questa Free Agency, con Kyrie, Al Horford e Terry Rozier (del quale non abbiamo parlato, ma che ha svolto un eccellente lavoro nel sostituire Irving) che hanno deciso di lasciare il Massachusetts, accasandosi, rispettivamente ai Nets, 76ers e Hornets.

KEMBA PER DIMENTICARE

La domanda che i tifosi si pongono è: come procederanno adesso i Celtics? Intanto, hanno firmato Kemba Walker, abituato ad avere le redini della franchigia in mano vista la situazione a Charlotte, a Boston, però, troverà una squadra giovane pronta a mettersi al suo servizio.
Con questo arrivo, Ainge ha probabilmente escluso una situazione di totale rebuilding, costruendo le ambizioni della squadra attorno a Tatum e Brown, ai quai verrà lasciato il tempo per fare esperienza, magari puntando ai playoff in quest’anno di transizione. Del roster di quest’anno, farà parte anche Enes Kanter, arrivato, tutto sommato, in saldo, viste le cifre che stanno girando. La situazione, quindi, non è totalmente compromessa, di certo i Boston Celtics entrano in un periodo di transizione, pieno di incertezze.