NBA, Brooklyn Nets: complicati, immensi, insondabili

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I too had been struck from the float forever held in solution; / I too had receiv’d identity by my Body. Così Walt Whitman, padre della poesia americana, definisce a metà Ottocento il quartiere dove visse per ventotto anni. Brooklyn: “questa massa sempre allo stato fluido”, fiera avanguardia della multiculturalità newyorkese. Bronx, Harlem, Manhattan, Lower East Side: difficile immaginare una metropoli così ricca di sfaccettature e sfumature, una tavolozza da cui ogni artista può attingere a piene mani per creare ogni genere di colore. La domanda è: il cordone ombelicale di tutte queste anime non è stato ancora reciso? Esisterà un fil rouge che tenga legati spiriti così forti e potenti sotto la stessa insegna recitante NYC? Passeggiando tra Myrtle Avenue e il parco di Fort Greene, gustandosi lo skyline della City dalla Greenway Terrace, la risposta vien da sé. Basketball. Che si parli di playground, street basketball o NBA. Sempre, e comunque, basketball. Se anche gli allergici al campetto sono chiamati a indicare il primo pensiero che colleghi la parola “pallacanestro” alla città del New Jersey, due sono le possibili repliche: Knicks o, per i più nostalgici, Madison Square Garden. “The Mecca”, dove ogni baller spera di regalarsi la serata migliore della carriera. Eppure, causa endemiche negligenze della storica franchigia cittadina, da qualche anno a questa parte non solo in città e negli USA ma in tutto il globo, l’egemonia della palla a spicchi yankee è passata nelle mani di una nuova realtà che, pur non senza difficoltà, è ora capace di trasmettere vibrazioni nuove, in grado di eccitare e attrarre le attenzioni del mondo intero. Signore e signori, ecco a voi i Brooklyn Nets.

(LOSING) CULTURE

Brooklyn Nets – L.A. Clippers. Il confronto di stanotte del Barclays Center ha visto protagoniste le due franchigie NBA dalla storia più sfortunata e perdente. Da sempre sono bollate come i cugini sfigati, intrusi, moscerini fastidiosi negli alveari metropolitani di New York e Los Angeles governati dalle regine Knickerbockers e Lakers. Stendendo un velo pietoso sui Clips (perché ricordiamocelo, sulla loro maglia c’è pur sempre scritto Clippers…), non si può certo dire che i Nets non le abbiano provate tutte per scrollarsi di dosso questa etichetta. Sin dalla creazione della franchigia, datata 1967. Da quel momento non si contano squadre NBA che abbiano cambiato così tante volte nome (New York Americans, New Jersey Americans, New York Nets e New Jersey Nets, prima della denominazione attuale), proprietario, colori sociali, arena, logo. La costante ricerca di essere al passo coi tempi ha più volte portato le varie dirigenze ad azzardare, sempre con risultati pessimi.

Non che i giocatori o gli allenatori transitati dalla parte meno glam di NYC siano sempre stati di secondo piano. Solo per citarne alcuni: Julius Erving, Doctor J, ceduto ai Sixers per finanziare l’entrata del team nella Lega al momento della fusione tra ABA e NBA del ’76; Chuck Daly, allenatore tra gli altri dei Bad Boys e di dodici ragazzoni che qualche attenzione nell’estate barcelonista del 1992 dovrebbero averla suscitata; Drazen Mozart Petrovic, talento sopraffino a cui solo un incidente automobilistico all’età di ventotto anni ha impedito l’emergere definitivo come stella europea nel firmamento americano; Jason Kidd, prima playmaker dalla rara intelligenza e successivamente allenatore di una delle edizioni storiche del recente passato Nets. Che ci crediate o meno, nessuno di questi ha mai saputo trasmettere il proprio carisma all’intero ambiente, costantemente scosso dall’ambizione di mostrarsi all’altezza dei vicini di casa, in continua ebollizione, pronto a esplodere come una pentola a pressione, in perfetta sintonia con lo spirito del quartiere che attualmente li ospita.

BROOKLYN

DUMBO: WHERE AMAZING HAPPENS

Ex post, considerando l’ultimo decennio, diverse possono essere interpretate come chiavi di volta utili a scardinare il portone dei Nets verso il futuro. 24 settembre 2009: Mikhail Prokhorov, secondo uomo più ricco di Russia, diventa il primo proprietario NBA non statunitense, acquistando l’intero pacchetto delle quote per una cifra attorno ai 383 milioni di dollari. L’investimento prevede anche la copertura totale dei debiti precedenti e una cospicua percentuale destinata alla costruzione dell’avveniristico Barclays Center, vera e propria astronave atterrata nel cuore della City, sede delle partite casalinghe condivisa attualmente con gli hockeisti degli Islanders. 10 luglio 2013: Kevin Garnett, Paul Pierce e Jason Terry approdano ai Nets. I mammasantissima ex Celtics, in una fase chiaramente calante della propria carriera, non riusciranno mai a regalare soddisfazioni a coach Kidd e ai fans dei Nets, costretti tra l’altro ad ipotecare il futuro a breve termine per potersi accollare quei tre contrattoni. Progetto entusiasmante sulla carta, ma il parquet ha recitato un copione decisamente diverso. 20 giugno 2017: Sean Marks, attuale GM, partorisce il primo scambio fondamentale della sua esperienza Nets. Alla corte di Prokhorov giunge D’Angelo Russell, guardia dei Lakers, reduce da due anni in cui non ha mai saputo esprimere l’enorme potenziale offensivo. Una miccia impazzita che, sotto le sapienti mani di coach Kenny Atkinson, riesce a esplodere e a ravvivare l’atmosfera piatta e monotona che aleggia su Atlantic Ave. I Nets sono giovani, spumeggianti, divertenti. Raggiungono i playoff nel 2019, guidati da un Russell in versione All Star, riposizionando la propria puntina sulla mappa NBA per la prima volta dai tempi degli alley oop di Kidd per Kenyon Martin o Gerald Green. 30 giugno 2019: Brooklyn accorda il pagamento di un massimo salariale a un serpente e a un terrapiattista psicolabile. O, se non vogliamo esondare gli argini del politically correct, quanto mai travolti se si parla di Brooklyn, Kevin Durant e Kyrie Irving. Si dà il caso che giusto un paio di cosucce su un parquet le sappiano fare, giustificando così il sacrificio di D’Angelo per questioni contrattuali. 23 agosto 2019: Joseph Tsai, cofondatore di Alibaba e socio al 49% dei Nets, si assicura anche la quota di Prokhorov per un totale di 3 miliardi e mezzo di dollari, comprendenti la cura dei Nets e del Barclays Center. Sì: il magnate russo ha ottenuto un profitto del 425% nel giro di cinque anni, nei quali la squadra non ha vinto nulla. Non ci è andata neanche vicino. Ma il business NBA sfreccia a velocità folli, e la benzina costa cara. 13 gennaio 2021. Ultimo appuntamento della timeline targata Brooklyn Nets. In una trade che coinvolge quattro squadre, Brooklyn sacrifica buona parte del giovane nucleo forgiato da coach Atkinson per mettere nelle mani del nuovo allenatore Steve Nash e del suo competentissimo coaching staff la barba più ambita degli States. The Beard, the Snake e Uncle Drew. James Harden, Kevin Durant e Kyrie Irving. Momento, momento, momento: non l’abbiamo già sentita? Tre grossi calibri con la promessa di regalare il primo titolo ai Nets? No dai. Non si può fallire di nuovo. I Nets non possono non aver imparato proprio nulla dagli errori commessi così poco tempo fa. Ma a guidare le aspirazioni di Marks è sempre lui, lo spirito del quartiere. Che non avrà portato finora dividendi sui 28 metri, ma che ha restituito credibilità a un’organizzazione che, ricordiamocelo, sulla maglia ha sempre scritto Nets…

Nets

Il Buono, il Brutto e il Cattivo. A voi la scelta.