NBA: Bulls tra assenze e sconfitte, ma un’identità trovata

Photo by Jeff Haynes/NBAE via Getty Images

I Chicago Bulls sono una delle squadre più interessanti e divertenti di questa Nba.

Non necessariamente, però, divertimento fa rima con vittorie e la franchigia della Windy City ne è maestra assoluta. Nei tre anni di gestione di Hoiberg i risultati in campo, infatti, non sono stati particolarmente confortanti (100W-114L complessivo) ma attribuire la colpa dei pochi successi solo all’ex coach di Iowa State sarebbe ingiusto e non corretto.

CHICAGO BULLS: TRA PASSATO E PRESENTE

Fallito l’esperimento dei “Three Alpha” di due stagioni fa, ovverosia la coesistenza tra Jimmy Butler, Rajon Rondo e Dwyane Wade, che è fortunatamente durato lo spazio di una stagione, ceduti in questa off Season i vari esuberi come Grant, Zipser, Kilpatrick, Pondexter, Vonleh, non confermato David Nwaba e tagliato ad ottobre Asik, i Bulls si sono ritrovati ad inizio Regular Season con un gruppo giovanissimo che conta, allo stato attuale, ben 8 elementi al di sotto dei 24 anni e – tolto il veterano Lopez – tutti con qualcosa da dimostrare nella Lega.

Partiamo dai lati positivi di questa nuova stagione: il roster assemblato da John Paxson e Gar Forman sembra finalmente avvicinarsi all’idea di pallacanestro fatta di pace and space che Hoiberg tanto privilegia, ma che nell’ultimo triennio ha trovato sviluppi e fortune alterne per via di interpreti non proprio adatti ai suoi precetti di gioco. Ora, però, ha tra le sue mani una squadra giovane, atletica e vogliosa di far bene, che in estate ha visto arrivare dal Draft Wendell Carter Jr e Chandler Hutchinson; scelte che appaiono condivisibili e sensate.

 

CARTER & HUTCHINSON: CHI SONO E COME HANNO INIZIATO

Wendell Carter è reduce da una stagione fenomenale a Duke dove, seppur avesse dovuto condividere il parquet con un altro prospetto top come Marvin Bagley III, ha collezionato numeri di tutto rispetto: 13.5 punti, 9.1 rimbalzi e 2.0 assist a partita, tirando il 56.1% dal campo e il 41% da tre. Carter è un lungo moderno, in grado di mettere palla a terra e di capire il gioco, ma anche di tirare dal perimetro.

In questo possesso contro i Nuggets, il rookie di Chicago porta il blocco al proprio portare di palla, Zach Lavine e, fuggito alle grinfie di Plumlee, conclude con un canestro dalla lunga distanza l’azione di pick’n’ pop 

 

In difesa ha mostrato fin dalla prime partite di Summer League buona capacità di coprire il ferro sia sul perimetro che in post basso:

Nella prima azione difensiva Carter, vista la ripartenza di Simmons -diretto con decisione verso il canestro dei Bulls-, dopo un piccolo contatto (utile a far perdere al giocatore del 76ers l’equilibrio), riesce a posizionarsi nella maniera migliore spalle a canestro così da stoppare il suo tiro.

 

Anche qui Carter impeccabile in difesa: in marcatura su Drummond, il centrone si stacca da quest’ultimo per andare a fermare l’azione in solitaria verso il ferro di Blake Griffin. Posizionamento e scelta di tempo perfetti

 

Anche se è ancora incerto se il suo ruolo sarà da starter o in uscita dalla panchina -Hoiberg lo preferisce di gran lunga al veterano Lopez e a un Felicio apparso fuori condizione. Il prospetto 19enne sta collezionando in queste sue prime uscite NBA numeri di tutto rispetto: con 26.4 minuti, 11.1 punti, tre assist (18.5 per ogni 100 possessi) e due stoppate di media.
L’unica nota abbastanza dolente (niente drammi, siamo solo alla undicesima partita) è il rapporto di palle che il giovane centro perde in 100 possessi: 10. E, se consideriamo che i Bulls ne perdono 15 di squadra, Carter sicuramente non sta dando una mano per diminuire questa statistica.

Con l’andare davanti del tempo e, una volta che Lauri Markkanen sarà in grado di calcare il parquet dello United Center- dopo l’infortunio al gomito- non è da escludere che il fit del centro ex Duke e il lungo finlandese possa rivelarsi congeniale, soprattutto nelle situazioni in cui Hoiberg vorrà riproporre il concetto dei cinque tiratori in campo come ai tempi di Iowa.

HUTCHISON: STEAL OF THE DRAFT O SEMPLICE GIOCATORE DA ROTAZIONE?

Chandler Hutchison è invece, d’altro canto, un giocatore dell’upside più limitato anche se, stando ad alcune considerazioni degli esperti oltreoceano, potrebbe rivelarsi lo steal di questo draft come lo è stato Kuzma per la scorsa Regular Season
Uscito da Boise State, l’ala non è apparsa eccellere particolarmente in una particolare parte del gioco, ciò non toglie, però, che il suo atletismo, la sua capacità di difendere, di andare al ferro e subire contatti nonché una visione di gioco tutt’altro che trascurabile, possano valergli una carriera da giocatore di rotazione NBA. Insomma, può diventare con il tempo il classico glue guy, tale da far gola a tante squadra NBA.
Il ragazzo, che già negli allenamenti pre-Draft ha giurato amore alla sua attuale franchigia, scegliendo di non allenarsi con nessun’altra, sta trovando tanto spazio in questo inizio di Regular Season, causa anche l’indisponibilità di Denzel Valentine: 9 partite giocate, saltata solo la seconda contro i Nuggets, con 19.6 minuti, 5 punti e 3.6 rimbalzi di media.

 

Anticipa il proprio avversario, riparte in velocità verso il ferro e resiste ai contatti dei difensori di Atlanta. Peccato per il canestro mancato. In questo possesso si vedono tutte le caratteristiche sopraccitate del talento ex Boise State.

Wendell Carter Jr recupera il rimbalzo, Arcidiacono serve una buona palla oltre l’arco, Hutchison va al ferro e finalizza. L’ala dei Bulls  fa dell’atletismo una dei suoi più pregiati marchi di fabbrica

 

MA TUTTO DIPENDERÀ DALLA SALUTE DI QUEI TRE

Non c’è dubbio, però, che l’andamento della stagione dei Bulls e, quindi, le prestazioni sui parquet NBA dipenderanno dalla crescita del terzetto Dunn/Lavine/Markannen- purtroppo ancora non visti insieme.

DUNN: I PERNO FONDAMENTALE DI QUESTI BULLS

Dunn è reduce da una stagione in cui, seppure a sprazzi, ha dimostrato -a dispetto del parere comune degli addetti ai lavori dopo il primo anno a Minnesota- di poter avere un futuro in NBA, nonostante un tiro ondivago ed una difesa sul pick&roll molto discutibile.

Assente nelle prime 5 uscite stagionali per la nascita del suo primogenito, è bastata solo una gara all’ex Providence per far comprendere alla propria franchigia due concetti fondamentali.

1) Il difficile rapporto che l’ex Minnesota ha con l’infermeria (sarà ai box per le prossime 4-6 settimane a causa di una distorsione al ginocchio).

2) La squadra non può far assolutamente a meno di un giocatore come lui.

Un dato essenziale è AST/RATIO a quota 29.2 (26.3 lo scorso anno, 30.5 nel suo unico a Minnesota) che, anche se sulla base di una sola partita, mostra come l’ex Minnesota sia il perno fondamentale di questa giovane squadra. Questa statistica, infatti, quantifica il numero di assist su 100 possessi.

Portis- Holiday- Dunn. Dopo il taglio in backdoor del 5 dei Bulls, Carter porta il blocco a Dunn. l’Ex Timberwolves serve immediatamente la settimana scelta al draft 218 che conclude con un canestro l’azione di pick’n’roll. Una volta ripreso dall’infortunio, i pick’n’roll efficaci saranno all’ordine del giorno con Dunn sul parquet.

Recuperata palla in difesa, Dunn vede e serve la corsa di Bobby Portis. Visione di gioco, tempismo ed efficacia

 

Il gioco dei Bulls, infatti, fin dallo scorso anno, è nato e si è sviluppato dalle mani di Dunn.

La sua assenza ha costretto, però, Hoiberg ad un maggior impiego di Arcidiacono, alle spalle 24 partita nella scorsa Regular Season, e Payne come play titolare. Anche se di fatto il vero ball-handler dei tori è stato sin qui Zach Lavine (il 33% di usage, confrontato ai 21% di Minnesota, ci mostra come la guardia abbia più un ruolo da leader franchigia, capace di prendersi sulle spalle una squadra e portarla, come è successo nel video successivo contro Charlotte, alla vittoria).

In questa partita Zach si è caricato, quindi, da vero leader i suoi tori sulle spalle, trovando la forza di pareggiare 110 a 110 e procurarsi i due tiri liberi della vittoria. La partita è terminata sul 112 a 110.

 

IL RITORNO DELL’UOMO VOLANTE

Ed è proprio dell’ex UCLA che ora dobbiamo parlare: pare, infatti, che Zach Lavine non abbia perso l’atletismo da freak pre-infortunio.
E se le indicazioni ricevute lo scorso anno (solo 24 partite giocate e con minutaggio limitato) potevano influire in negativo sulla velocità con cui Zach Lavine avrebbe iniziato a ricalcare con confidenza il parquet dello United Center, visti soprattutto anche i suoi precedenti al tiro (solo il 40% da due e il 34% da tre) ed una fase difensiva non proprio confortevole. L’ex Minnesota ha stupito in queste prime partite tutti i proprio tifosi parsi in Off Season non proprio ottimistici sul pareggio da 78 milioni in 4 anni offertigli dai Kings. 34.2 minuti, 26.6 punti, 4 assists e 5 rimbalzi di media nelle undici partite disputate con la maglia della franchigia della Windy City.
Carisma, tenacia e sfrontatezza in grado di trascinare, quanto possibile, una franchigia di giovani vogliosi di dimostrare all’intera Lega di valere.

Anche in questo finale il fattore Lavine è stato determinante. Con la responsabilità di un città sulle spalle, l’ex UCLA chiama il blocco e tira da tre firmando il momentaneo pareggio.

ED IL FINLANDESE

Nella speranze che quest’ultimo rimanga in salute per tutta la stagione, i Bulls si appoggeranno sicuramente a Lauri Markkanen, che dovrà confermare di progredire in tutte le ottime cose che ha fatto vedere nella stagione da rookie, una volta recuperato dall’infortunio. Il giovane finlandese sarà chiamato a un salto di qualità, contro avversari che difficilmente potranno essere presi di sorpresa come nella scorsa stagione, quando aleggiava molto mistero attorno al prodotto di Arizona.
Interessante sarà vedere se Markkanen riuscirà a diventare efficace anche come tiratore dal palleggio e come passatore, caratteristiche che non sono sembrate molto nelle sue corde e che potrebbero rappresentare un upgrade notevole per Chicago.

LA SCOMMESSA

La scommessa di questa Regular Season ha il nome di Jabari Parker. L’ex Milwaukee dovrà dimostrare nel corso di questa stagione di potersi ancora ritagliare un ruolo in NBA, dopo un’esperienza ai Bucks tra alti (pochi) e bassi (decisamente di più), con le tantissime partite saltate per infortunio (145 partite in 4 anni).
La temporanea assenza di Markkanen sta concedendo alla seconda scelta assoluta del 2014 minutaggio ed una lenta ripresa di confidenza sui campi di pallacanestro. In tutte le undici partite disputate, Jabari ha messo a segno 14.3 punti, 6 rimbalzi e 2 assist.

Come per Wendell Carter Jr, anche per l’ex Bucks il problema di questo inizio di Regular Season è stato il continuo numero di palle perse: ben 14, ben quattro in più dell’ex Duke, su 100 possessi. Lento e prevedibile, Parker- se si trova davanti un buon difensore, capace di difendere bene il ferro, finisce sempre per perdere il pallone (anche da solo, come mostrerà il filmato qui sotto) regalando così un possesso in più agli avversari.

Parker non riesce a superare Capela e finisce per perdere il pallone.

   Qui il neo Bulls si smarca dall’asfissiante difesa di Green e conclude a canestro 

 

ATTACCO OK, MA LA DIFESA?

Se dal punto offensivo, quindi, ci sono buone probabilità che Chicago riesca a risalire rispetto alle secche della stagione passata (ultima per % dal campo e 28esima per ORTG), l’altra metà del campo appare alquanto drammatica e un vero rebus da risolvere per Hoiberg. Ritardi sul perimetro, cambi sul pick&roll sbagliati e difesa a uomo non sempre impeccabile.
E, come se non bastasse, partendo da un piazzamento nelle ultime cinque di praticamente tutte le statistiche difensive della scorsa stagione, i Bulls hanno aggiunto al roster uno dei peggiori difensori di tutta la Lega in Jabari Parker (108 e 110 di DefRating con lui in campo negli ultimi due anni con i Bucks). Va da sé che un quintetto formato da Dunn, LaVine, Parker, Markkanen e Lopez diventerebbe terra di conquista per qualsiasi attacco NBA degno di tal nome. Né l’eventuale effort proveniente dalla panchina dal Portis o dall’Holiday di turno pare in grado di sopperire a questa deficienza strutturale.

 

L’OBIETTIVO DEI BULLS, TRA SOGNO E REALTÀ

Ma del resto di re building si tratta e, quindi, l’obbiettivo primario rimane non tanto vincere ma quello di migliorare quello che si ha in casa cercando, contestualmente, di capire quali sono i giocatori che possono realmente rappresentare il core dei Bulls per il futuro prossimo e a venire. Poi in un Est privo, dopo 15 anni del suo Re tutto è possibile e magari se tutte le caselline dovessero incastrarsi nel verso giusto magari, in una Conference spogliata di gran parte del talento, chissà che i Bulls possano fare un pensierino anche alla post season. Improbabile, visto che fino a dicembre la squadra non sarà al completo, ma perché non sperarci?