NBA: quanto incidono gli incentivi nei contratti dei giocatori?

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Si scrive in e di NBA, da più parti e nel mondo. Non una verità suprema, ma una sfilza di giudizi che, più o meno corretti, accompagnano il corso della stagione. Perché i giornalisti stanno fuori dal campo, su un legno diverso da quello dei parquet o delle panchine. Tuttavia, a voler credere ciecamente a tutto ciò, si finisce per essere smentiti: cosa succederebbe se  le opinioni dei giornalisti avessero un peso sul payroll di questo o quel giocatore, incidendo così sulle squadre di appartenenza? I cavilli dei contratti dei giocatori sono argomento interessante per capire il mondo americano che vive di business, di show, di salary cap, ma anche e soprattutto di… braccini corti.

Ovvio che il nostro discorso non riguarda le superstar acclamate, che con gli endorsment vari vanno a fare uno sport a parte. Tuttavia al nostro discorso non può non sfuggire uno che non ha di che preoccuparsi come Nikola Jokic. L’elezione a miglior giocatore della scorsa stagione gli vale molto di più del trofeo in bronzo, perché avrà la possibilità di firmare il rinnovo contrattuale quinquennale a 254 milioni di dollari, un autentico record. Non ci sono paletti economici che tengano, Denver sarà anche ben lieta di fare questo sforzo immane, ma avrà tempo per pianificare le sue mosse, visto che il prodotto serbo non ha ancora le sette stagioni minime nella lega per firmare un’estensione del genere, quindi si dovrà attendere la prossima estate o quella fra due anni in cui diverrà free agent. Mosse non da poco se l’economia post pandemia non dovesse girare. Per una star che gioca in ciabatte qualcun’altra invece dovrà sgomitare: tre fuoriclasse del calibro di Devin Booker, Karl-Anthony Towns e Zach LaVine per ottenere le stesse condizioni dovranno provare ad ottenere un traguardo personale quest’anno o accontentarsi di molto meno. Ed ecco che si capisce perché in certe squadre di bassa lega le prestazioni dei singoli abbiano un peso differente non solo per la differenza tra vittorie e sconfitte, ma anche per il quantum economico che si ha da versare.

Alla ricerca di un alloro personale anche i tre che sono sotto l’egida di un contratto da rookie come Trae Young, Shai-Gilgeous Alexander e Michael Porter jr. Potranno ottenere un bonus del 5% per tutta la durata della loro carriera (passando da un bonus del 25 al 30%) se riusciranno a essere nominati in uno dei tre primi quintetti, cosa che è già ampiamente declarata per uno come Doncic che questi record li ha letteralmente massacrati. Il contratto di Porter jr è un trattato di diritto: 12 milioni garantiti che possono diventare 39 (!!!) se sarà MVP, Defensive Player Of the Year, 1°-2° o 3° quintetto All-NBA e defensive NBA, e se Denver vincesse l’anello con 62 o + partite di Rs ed il 75% dei playoff disputate dal giocatore. Difficile vero, ma mica impossibile… Pensare che i suoi 12 milioni passeranno automaticamente a 17 in caso di convocazione all’All-Star Game è tutto dire.

Passando a giocatori diversi, anche uno come Lonzo Ball ha una serie di incentivi sul contratto (ben nove) che possono farlo passare nella top 15 dei playmaker più pagati della lega. Peggio fa Dinwiddie, che se Washington dovesse vincere l’anello diverrebbe Paperon de Paperoni. Quando invece ci si chiede perché alcuni giocatori continuino a stare sul parquet nonostante un rendimento a dir poco altalenante, la risposta ci arriva da una squadra come Houston che, in piena fase di rebuilding, si permette il lusso di tenere a contratto uno come Dante Exum che ha accettato 8.1 milioni di $ di non garantiti di cui più di 2,5 sono di bonus che sono a dir poco impossibili per l’ex Jazz. La verità è che a coach Silas basterebbe un minutaggio discontinuo per far sì che i bonus non scattino, ma ancor di più potrebbe fare la società: con soli 2,5 milioni garantiti e da pagare, Houston ben potrebbe inserire Exum in una trade e sfruttare quei 6 milioni flottanti come eccezione per prendere un giocatore di rendimento. In questo frangente vale la pena citare quanto ben fatto da New York con Fournier e Noel: bonus non così impossibili da raggiungere ma a costo ridotto, di poco vicini al milione. Ben fatto Leon Rose!

Se guardiamo alle squadre che sono in bolletta con la Luxury tax, Brooklyn vedrà l’emolumento aumentare visto che ha giocatori come Durant guadagneranno qualche alloro che peserà sul groppone. Se poi si pensa che Irving (guarda caso al centro delle immaginifiche proposte di trade) e Harris con i propri bonus personali, raggiungibili dato il tasso qualitativo del roster, potrebbero far lievitare il quantum debendi, allora la faccenda si fa seria. Denver potrebbe finire nella luxury in caso di vittoria dati i bonus da corrispondere a Gordon e soci. Situazioni simili per Indiana e Minnesota, squadre che non navigano nell’oro ma che hanno giocatori con numeri e bonus spendibili che possono pesare e non poco sul monte ingaggi. Discorso diverso per una squadra come Milwaukee che ben ha pagato lo scorso anno il superamento della soglia limite, causata appunto dagli “incentives” visto che si è portata a casa l’anello.