NBA: c’erano una volta gli Spurs…

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Titolo provocatorio e forse esagerato, proveniente però dal cuore di uno scriba cresciuto a pane e speroni e che mai avrebbe voluto fare. Eppure, dati alla mano, ci troviamo probabilmente di fronte a un ortodosso cambio della guardia tra quello che è stato uno stile di vita più che una squadra di basket e un team oggi ricco di difetti e dubbi, da ricostruire perciò tabula rasa! I diktat di Popovich e i mantra che hanno costituito un regno nel recente passato (guerrieri nel lato difensivo e funambolici circolatori di palla per arrivare al tiro in quello offensivo) hanno infatti iniziato ad invertire la rotta già dalla precedente campagna, chiudendo le statistiche arretrate – un tempo fiero cavallo di battaglia qui ad Alamo – a basso coefficiente, e provando con risultati alterni ad adeguarsi ai nuovi canoni NBA provenienti dalla baia di San Francisco: velocità e bombe dall’arco. Alla fine, gli esiti assolutamente dignitosi, sono avvenuti con soluzioni più consone al basket del vecchio stregone di origine serba, tanto da sfiorare l’upset sui più quotati Nuggets di Denver.

Quel processo, riuscito a metà, avrebbe in questa stagione dovuto compiere il passo finale, cedendo all’uomo nuovo già individuato a fine 2017 come erede di Parker una regia frizzantina, fatta di corse a tutto spiano, scarichi, transizioni iper atletiche, buone penetrazioni e coperture più che decorose, visto anche il Second-Team All-Defensive nell’ancor giovane curriculum: parliamo ovviamente di Dejounte Murray, ripresosi dal terribile infortunio al crociato e rinnovato sul contratto da rookie. Le aspettative erano perciò alte, dato che il gruppo, sostanzialmente rimasto lo stesso, è quello giunto tra i migliori sette di una feroce Western Conference 2018 e ai playoff per la 22ma volta consecutiva, con le sensazioni stagionali White e Forbes a mantenere il proprio spot e l’altra stellina a roster, sophomore e prima scelta Lonnie Walker IV, che avrebbe iniziato il secondo anno alla corte di Pop, liberato perciò della ruggine che un torneo da matricola porta a San Antonio, causa la storica contrarietà e i niet del boss a “sperimentare” i debuttanti! I risultati odierni però parlano di altro, e se la difesa si mantiene insufficiente al pari di ieri, le delusioni e gli scarsi miglioramenti avvengono in parte proprio dall’Offensive-zone, dalla coabitazione dei profili più attesi e in cerca di conferme poc’anzi descritti e per la discontinuità dei punti fermi DeRozan e Aldridge, tasselli di congiunzione mancanti tra vecchio e nuovo.

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Le ottime premesse di inizio stagione

La delusione di Pop ai mondiali da un lato lasciava amarezza, ma dall’altro dava a vedere l’umiltà del decano nell’aver accettato un ruolo a rischio per un team non più satanasso del gotha mondiale ma terra di mezzo assieme ad altre franchigie nazionali di talento paritario, dandogli perciò voglia e nuovi stimoli per ricominciare da dove si era concluso il 2018/19 col suo storico club. La progressione di fine anno ha portato il front office a smuovere poco le acque anche perché, come detto in precedenza, profili congelati da infortuni e ovvi assestamenti giovanili erano pronti ad emergere ed essere impiegati. L’offensive rating al settimo posto generale dava inoltre al coach la persuasione di poter nuovamente competere al top, nonostante il basket old style fatto di isolamenti oppure pick and roll per mid jumper, escludendo in pratica le opzioni dall’arco (30ma posizione).

L’affaire Marcus Morris e relativo diniego hanno però lasciato gli Spurs senza quella power forward creativa e abile a concludere da fuori, pure perché il business messo già in cassaforte li aveva spinti a liberarsi di Bertans, rivelatosi poi prestigioso da tre nella capitale. Oggi questo buco è tra le cause di una classifica deficitaria, anche per la produttività scarna nello score di Lyles, la mancata progressione realizzativa sotto al ferro di Poeltl e la grana DeMarre Carroll, fuori dalle grazie del Pop! Il backcourt dava garanzie enormi di ripresa a livello difensivo e non, con le combo Murray/Forbes, White/Mills e Walker IV/Belinelli a rappresentare matchup sulla carta paritetici con qualunque top scorer avversario, velocità asfissiante nel perimetro, specialità dalla lunga e infine un mix gioventù/esperienza che non fa mai male. Per concludere il Minor Big Three Aldridge/DeRozan/Gay lasciava sicuro il boss per quel che concerne jumper tra i 10 e 19 ft, forse il best in business, e produzione dalla panca.

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Il campo dice il contrario

Il posizionamento a ovest è limitrofo alle piazze playoff, ma un eventuale arrivo in postseason con record sotto media non avrebbe la stessa valenza del recente passato, quando si sfiorò addirittura il vantaggio casalingo nelle serie win or go home. Dieci W nelle ultime 17 gare con score a volte stupefacente (4 overtime vinti) hanno aumentato l’efficienza offensiva – quarta al pari dei Clippers – fino a quel punto a metà standing, e ripropongono oggi San Antonio come compagine di difficile lettura per le numerose chiavi tattiche a disposizione. La presenza di Dejounte e Lonnie è inoltre un fattore nel possesso palla, durante i 36 minuti per game combinati, aumentato e non di poco rispetto alla scorsa stagione (PACE 102.8 rispetto a 100.4), grazie alla frizzante verve dei due nell’avventurarsi celermente verso il ferro avversario. La three point territory è tuttora sconosciuta per i ragazzi di Alamo, tra i peggiori di lega per tentativi ma eccellenti nella produttività (37%), grazie fra l’altro alla mira del vecchio Mills e nonostante la crisi continua di Marco Belinelli e il calo di Forbes.

I dubbi sulle rotazioni in regia sono state per l’allenatore sintomo di confusione su come sviluppare tematiche di gioco, escludendo l’opzione White/Murray nello stesso momento, col primo in calo nelle stats e a soffrire il dualismo tattico col giovane alter ego e causa di un inizio shock, mai così negativo negli ultimi 23 anni. Pure Lyles in quintetto sovente ma allo stesso tempo seduto nei 48 minuti in altre circostanze fa capire le perplessità dell’allenatore perfino a protezione del rim. I 112 punti concessi per 100 possessi e scandalosi rating nelle due fasi del gioco durante il clutch time stanno in più a dimostrare poca tempra e discontinuità soprattutto dei leader titolari, la maggior parte dei quali con un net rating negativo e def al minimo di carriera. DeRozan al solito pare troppo cervellotico nelle decisioni punto a punto ed Aldridge sembra scostante come mai e forse non più consono a supportare il ruolo da 4. Il differenziale positivo delle riserve è sintomo di linfa vitale per gli Spurs, ma non può assolutamente bastare, dato che a parte Gay e Mills nessun altro emana sicurezza. Dietro risaltano in negativo i tentativi subìti da fuori (quartultimi), frutto il più delle volte di imprevedibili miscommunication, il 24mo step per deflection (13.5), 23mo su loose balls recovered (3.7) e soprattutto la difesa nel mid range, penultima contro lo spot-up jumper, al 42.2%.

Cosa propone il futuro

L’equilibrio a ovest dietro i big team non permette di ideare tanking selvaggi, fra l’altro non nelle corde di Popovich e di un team giovane ma glorioso, però le sirene di febbraio non lasceranno insensibili Buford e soci, preparati perciò a vagliare ogni richiesta e trend per migliorare un club nel quale basi per ripartire da capo sono già presenti. Le recenti vittorie d’elite su Bucks, Celtics e Raptors, che hanno risollevato il morale, sono pervenute fra l’altro grazie a un sostanzioso numero di triple performate e molta fisicità offensiva, il che da l’idea di quale potrebbe essere la strada da percorrere, sperando che l’iconico mito in panca metta da parte le proprie dottrine. Aldridge e il non utilizzato Carroll paiono i nomi sacrificabili e certamente in lista delle contender per completare definitivamente i propri roster e assaltare l’anello; in cambio servirebbero profili meno attraenti ma con appeal futuristico per “accorciare” l’età media del gruppo e abili nel tiro da lontano.

Per DeRozan, sul quale contratto permane la player option da 27 milioni, si andrebbe eventualmente a caccia di un baratto più consistente, un giocatore saldamente presente nell’intero panorama e certezza offensiva per colmare i problemi accennati nel ruolo di power forward, un elemento atletico nella difesa sui jump shooter e con punti nelle mani: un tipo alla Aaron Gordon! A suggellare le nostre previsioni ci sono le scelte recenti fatte per Luka Samanic, big man moderno, e Keldon Johnson, ala piccola abile pure nella marcatura di lunghi, ambedue positivi ad Austin, che fanno capire quali siano le intenzioni prossime in questa parte di Texas.