NBA: CJ McCollum, Dear Portland

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Di seguito è riportata la traduzione italiana della lettera, in versione integrale, delle parole con le quali CJ McCollum, sulle colonne di The Players’ Tribune, ha salutato la città di Portland. la dichiarazione d’amore di un uomo che ha saputo lasciarsi con l’amato Oregon senza rancori né malumori.

Cara Portland,

sai come ho saputo che stava diventando realtà?

Non ho visto nessuna Woj bomb. Nessun tweet di Shams. Non mi sono svegliato con 100 messaggi di famigliari e amici impazziti. Non c’è stato drama. Lo sapevo, che sarebbe arrivato.

Così folle e freddo come sa essere talvolta il business, in questo caso tutto è stato davvero trasparente e onesto. Questo mostra quanto saldo sia il mio legame con l’organizzazione di Portland. Sapevamo che questo capitolo, per quanto bellissimo sia stato, era arrivato alle parole finali.

E complimenti a Chris Haynes, ma devo raccontare in prima persona la storia dall’interno. Ha un valore così personale per me che la ritengo l’unica cosa giusta da fare.

DATELINE: PORTLAND

A ripensarci oggi fa ridere perché, la sera prima della trade, ero in spogliatoio accanto a Dame a parlare e fare battute, e proprio mentre stavo andando verso la sauna, mi squilla il telefono. E se mi conosci, lo sai che ce l’ho sempre impostato in modalità Non Disturbare. Eccezionalmente, con tutto quello che succede intorno alla deadline, ho messo tra i contatti Preferiti il mio agente, in modo che mi potesse raggiungere senza ostacoli.

Così quando suona il telefono, sento la suoneria come la colonna sonora di un film horror. Tutti si sono fermati. Ho abbassato lo sguardo sullo schermo, e ho visto che era lui.

E Dame mi stava guardando come dire: “Oh cavolo, è quel momento? Sta succedendo davvero?”

Parlavamo della possibile trade da così tanto tempo che iniziava a sembrarci quasi uno scherzo, sai? Ci giravamo attorno, perché ci sembrava una cosa troppo grande. Non si sarebbe mai concretizzata.

Reagì pensando: “Ok, fammi vedere che succede. Magari è cosa da niente”.

Era lui, il mio agente. Mi chiamava per dirmi che si stavano sistemando gli ultimi dettagli con New Orleans, ma non era ancora siglato nessun contratto. Mi ha detto di tenermi pronto. Sono tornato in spogliatoio urlando “Non ancora!!! Sono ancora qui, fratello!!!”.

Come in The Wolf of Wall Street, hai presente? Leonardo di Caprio. “Non me ne sto f******mente andando! Lo spettacolo continua!!!”.

Ridevamo, perché che altro potevi fare?

Ovviamente, quando ho lasciato il palazzo quella sera, sapevo che sarebbe potuta essere l’ultima volta tutti insieme. Ma era figo che potessi andarmene alle mie condizioni, senza ricevere La Chiamata di fronte a tutti o qualcuno che mi chiama interrompendo l’allenamento. No: è successo tutto in maniera perfetta. A casa abbiamo un bambino di un mese, possiamo ormai contare le dormite sulle dita di una mano. Il mattino dopo, alle 6, io e mia moglie ci alziamo per dare da mangiare al Piccolo Uomo. Mi sembrava giusto, con un che di poetico, perché eravamo seduti nella casa che abbiamo costruito, in questa città che amiamo così tanto. Il sole non è ancora sorto, e io sono mezzo addormentato con mio figlio in braccio. Tutti i padri là fuori sanno quanto è difficile esprimere a parole quel momento.

Proprio in quel momento, suona il telefono.

Alle 6 del mattino, sai già chi sarà.

Rispondo ed è il mio agente, che mi dice che l’accordo è stato raggiunto. Andrò a New Orleans, per davvero. La notizia si spargerà nel giro di pochi minuti, quindi tenetevi pronti.

Mi ricordo che ero semplicemente seduto là con mia moglie e Piccolo Uomo, tutto estremamente calmo. Tutto nella casa è tranquillo. Il telefono non stava ancora squillando. Ci stavamo giusto guardando dicendo: “Wow. OK. E adesso?”.

Questo non è solo business. Portland è casa. Non passi nove anni in un posto come questo senza che abbia un’influenza profonda su di te. Non sto parlando di pallacanestro. Sto parlando della tua anima. Non ero nemmeno sicuro di salutare tutti. La sera della trade, sono andato al centro di allenamento a portar via tutte le mie scarpe, i plantari e le cose del mio armadietto. Nessuno dei ragazzi era lì con me. È stato qualcosa di surreale, perché non ero sicuro di quanto ci avrei messo a sistemare tutto, ma quando sono entrato, avevano già tolto il cartellino col mio nome dall’armadietto. I responsabili dell’attrezzatura aveva già preparato tutta la mia roba, piegata perfettamente di fronte al mio banco. (Grazie Eric e Cory, mi mancherete).

Il mio piano era di lasciare una canotta autografata sulla sedia di fronte all’armadietto di ciascuno, ma ora che ne ho distribuite alle guardie della sicurezza e a tutti quelli che hanno reso ogni giorno a Portland così speciale, non avevo letteralmente più magliette per i miei compagni di squadra e ho dovuto scrivergli “Sono in debito con te!”. Sai quanto ha significato davvero per te quando hai così tante persone legate nell’organizzazione da finire le magliette e dover preparare un nuovo ordine apposta per te. (Complimenti a Todd Forcier, il miglior preparatore della NBA – quando ci rivedremo il 30 marzo ti porterò una maglietta e 30 MCNUGGETS, non preoccuparti!!!).

In un certo senso, sono davvero felice che non ci fosse nessuno lì vicino, ho potuto vedere lo spogliatoio vuoto per l’ultima volta. Se avessi visto i miei compagni, probabilmente non avrei retto. È stato divertente, quando alla fine quella sera arriva Dame e ha visto la canotta sulla sedia. Mi ha scritto tipo “Cavolo, mi hai fatto piangere!”.

Non è possibile vedere Dame piangere. I bambini non possono. Sarebbe come se lo facesse Deebo (cattivo di Venerdì e Il quinto elemento, ndr).

Quello che dovete capire è che io e Dame siamo davvero cresciuti insieme in questo posto. È folle guardarci indietro adesso, ma mi ricordo il primo anno nella NBA. Ogni volta che eravamo in trasferta, eravamo soliti farci la doccia il più velocemente possibile dopo la sessione di tiro mattutina, indossare la divisa della squadra e andare diretti al centro commerciale. Nessun pisolino. Nessuna sicurezza. Niente. Solo due giovani che saltano la scuola. Potevamo essere a San Francisco o a Houston o in qualsiasi altro posto, a camminare per ore, entrando a caso nei negozi. Questo prima di avere firmato dei contrattoni, quindi entravamo nei negozi davvero di tutti. Parlavamo degli sconti del 30%. Dammi quello. Lo prendo, è al 30%. Andiamo a vedere cosa succede da Macy. Potremmo prenderci uno smoothie. Oppure un pretzel morbido.

Mi ricordo l’anno da rookie: volevo quell’orologio così disperatamente, ma per me era troppo costosa. Parliamo di 3000$, ma ero in paranoia per prenderlo e continuavo a entrare nel negozio e uscire ripetendomi “La prossima volta, la prossima volta, la prossima volta”. Dame mi diceva: “Ehi, se in NBA. Prendi quel cavolo di orologio!”.

“Ehi, non voglio finire nel giro di 20 anni in qualche documentario di E:60  (serie di ESPN, ndr)!”.

Così ho iniziato a mettere da parte la paga giornaliera delle trasferte per due mesi, e ho finito di pagare l’orologio al 50%. Mi ricordo ancora il nervosismo che ho provato quando ho mostrato al commesso la mia carta. Puoi ridere quanto vuoi, ma quell’orologio ha un grandissimo valore per me, ce l’ho ancora! Mi ricorda di un certo tempo quando ero ancora un ragazzo, completamente nuovo per questo mondo, appena arrivato in città, abituato a nulla.

Io e Dame passeggiavamo per strada per ore e nessuno ci riconosceva. Pantaloni della tuta dei Blazers indosso e tutto il resto. Qualche volta tornavamo in hotel e saltavamo diretti sul pullman per andare a giocare con ancora i sacchetti dello shopping. Tutti i veterani ci guardavano, come per dire “Dai, su…”.

Quello che fa ridere, a ripensarci, è come facevamo a girare a piedi per tre ore e poi giocare 35 minuti a sera? Oggi sarebbe impensabile. Ho bisogno delle mie dormite. Ho bisogno della meditazione, dello stretching, del recupero. È folle pensare a quanto tutto sia cambiato. Adesso, dopo la sessione di tiro, io e Dame siamo sempre su FaceTime con i nostri figli. Ma quando sei giovane, la vita è un film. Stai vivendo il sogno.

Ricordo che Dame ha iniziato a essere riconosciuto per primo, e io ero per poco ancora sconosciuto. Tra me e me pensavo “Quando mi capiterà di essere riconosciuto? Sarebbe davvero fico. Quando vedrò un bambino indossare la maglia numero 3?”.

Mi ricordo la seconda stagione. Non partivo ancora in quintetto, e mi ricordo distintamente di aver detto un giorno a Dame “Non partirò mai titolare qui, fratello. Perché mi hanno draftato? Non ce la faccio più!”.

Dame mi ha guardato come farebbe con un pazzo – immaginatevi la sua faccia – come a dire “Cosa? Fratello, condivideremo quel backcourt un giorno. Staremo qui insieme per lungo tempo. Cambieremo insieme la storia di questa franchigia. Vedrai”.

Io pensavo “Qualunque cosa tu dica, io non riesco a immaginarmelo”.

E lui “Vedrai”.

Raggiunti i playoff quell’anno, ne ho messi 33 contro i Grizzlies, mi ricordo Dame avvicinarsi a me e dirmi “Hai visto? Hai visto? Cosa ti dicevo?”. Nessun sorriso sulla faccia, era serissimo. “Possiamo giocare insieme. Andremo fino in fondo”.

Riusciva a vedere il futuro. Non so come facesse, ma ce la faceva.

Senza i miei compagni, niente avrebbe significato. Sarebbe solo business. Credetemi, ho avuto compagni fantastici nel corso degli anni. Mo Williams. Earl Watson. D-Wright. Evan Turner. Moe Harkless. Chris Kaman. Shabazz Napier. LaMarcus Aldridge. Potrei andare avanti a lungo.

E ovviamente Nurk. Non posso dimenticare Big Nurk.

Il mio fratello bosniaco. Lo sarà per tutta la vita.

Non dimenticherò mai quando si è fratturato la gamba nel 2019: era sdraiato sul divano, lo vedevo sempre su FaceTime per assicurarmi che stesse bene. Ma un giorno decisi di andarlo a trovare, e quando entrai sentivo qualche parola incomprensibile venire dalla stanza con la TV. Lui cambiò canale su SportsCenter o qualcosa del genere. Gli ho detto “Non preoccuparti. Sei a casa tua. Vediamo quello che vedresti di solito.”

“Sei sicuro di vedere quello che vedo io?”

“Sì, perché no?”

Quello è stato il primo contatto tra me e la tv bosniaca. E no, non c’erano i sottotitoli. Era una qualche trasmissione bosniaca. Era comunque una gran roba. La chiamerei una sorta di telenovela, ma aveva qualcosa anche di una commedia? C’era un operaio che stava inseguendo una giovane donna ma, quando la trama sembrava concludersi per il verso giusto, tutto si capovolge e succedono cose strane.

Mi giro verso Nurk e dico “Va bene, quindi c’è un meccanico? E ci sta provando con lei? O…”

Pensavo che fosse una scena seria. Poi Nurk è scoppiato a ridere, guardandomi come per dire “Divertente? Questo qua è un pazzo!”

Durante tutto il tempo, costosissimi gatti importati dalla Bosnia giravano per casa, mentre Jusuf si beve le sue solite 7/10 tazze di caffè. È una sensazione unica, ogni volta che vai a casa di Nurk. Accarezza i gatti, e ti dice “Devi comprarti un Furbo. Ti comprerò un Furbo.”

(Lo ha fatto davvero.)

Dopo che sono stato scambiato, quando ho chiamato Nurk per dirgli che gli avrei lasciato la maglia sulla sedia, lui ha detto “Nah, ce l’ho già.”

“Cosa???”

“Sì, ne ho rubata una dalla lavanderia dopo l’ultima partita.”

I miei compagni. Questo è quello a cui penso. Non alle vittorie o alle sconfitte. I miei compagni. Queste sono le immagini che mi vengono in mente mentre scrivo questa lettera.

Certo, penso a me e Dame che ci svegliamo alle 6 per allenarci dopo aver dormito quattro ore, quando eravamo in estate a Las Vegas. Penso a tutti quei blocchi perfetti che Big Nurk ha portato per le mie uscite. Ma sinceramente, le immagini che mi tornano in testa al momento son le piccole cose. Io e Nurk che guardiamo la tv bosniaca quel giorno.

Il papà di Dame che mi prepara il brasato di coda di manzo quando mi hanno ospitato un anno per il Ringraziamento. La prima volta che ho provato il vero Pinot Noir dell’Oregon in un vigneto con Tim Frazier. La prima volta che ho toccato il suolo vulcanico di Ringside. Mangiare alle partenze dell’aereoporto dopo ogni partita, stesso tavolone ogni sera. Sudare bloccato nel traffico perché LaMarcus Aldridge mi obbligava a comprargli ogni mattina, durante il mio anno da rookie, la Krispy Kreme. Quella volta che LA mi ha mandato a prendere le alette dandomi 500$ senza raccontarlo a Wes e Nico in modo che potessi spillare soldi anche a loro. (Tu sei il vero MVP, LA!). Ricevere un messaggio da D-Wright dopo l’allenamento con scritto “Scendi le scale, matricola. Ti porto fuori a mangiare” (Ora sono io che mi preoccupo dei rookies…)

Le piccole cose.

Camminare per il centro di Portland senza aver capito bene come fosse l’umore della città dopo che eravamo stati sweepati da Golden State nelle Western Conference Finals. Infinite persone che ci incontravano dicendoci “Hey, volevamo solo ringraziarvi. È stata una run bellissima. Vi amiamo!”

Voglio dire, siamo stati sweepati e non abbiamo dovuto pagare una cena per l’intera estate. Erano solo good vibes. Le persone apprezzavano davvero semplicemente il modo con cui avevamo cambiato la mentalità della franchigia. Per me, questo è tutto riguardo a Portland. La gente non mi ha mai trattato come un giocatore di basket: mi hanno considerato come parte della comunità.

Non era solo una maglia, per me. Non era solo una franchigia. È stata casa mia. Mi sono sposato qui. Sono diventato padre qui. Ho letteralmente messo qui le mie radici, grazie al mio vigneto. Una parte di me sarà sempre qui in Oregon, in particolare con la mia comunità di lavoro. Sono emozionato per questo nuovo capitolo della mia vita, ma non temete. Proprio come Leonardo di Caprio,

Non me ne sto f******mente andando!

Davvero. Questa sarà sempre la nostra seconda casa.

Alla mattina abbiamo visto le notizie riguardanti la trade. Stavamo immaginandoci il futuro e tutto era tranquillo. Ho detto a mia moglie “Sai qual è il bello? Non è stata una brutta separazione. Questa città è stata così importante per noi che la lasciamo in buonissimi rapporti. Cosa chiedere di meglio?”

Volevo andare a New Orleans. Questo ha davvero eliminato ogni sofferenza. Genuinamente, da vero hooper, sono davvero eccitato di andare là e giocare con Zion, Ingram e Valanciunas e gli altri giovani. Penso che potrò portare un sacco di professionalità ed esperienza: in nove anni di NBA, ho visto di tutto. Ho sofferto a essere DNPCD, ne ho messi 50, sono stato messo in dubbio, sono stato esaltato. Ho vissuto gare 7, ho siglato tiri della vittoria, ho sbagliato tiri per vincere. Quando sei giovane nella lega, non sai quello che non sai – citazione di un vecchietto incontrato una volta al centro commerciale. Penso di poter portare tanta saggezza nel bagaglio di New Orleans. Sono veramente emozionato, da essere umano, di arrivare in città e vedere qualche partita di football al Superdome. (Mio figlio crescerà come un fan dei Browns, in ogni caso. Mi spiace.)

Dopo tutti i rumors e le speculazioni, alla fine si è risolto tutto alla perfezione. Nessun dramma. Tutto sensato. Estremamente professionale. Cosa chiedere di più?

A tutta Portland –

A tutti i miei compagni, all’organizzazione, ai fans, a tutta la comunità…

GRAZIE, GRAZIE, GRAZIE.

DAL PROFONDO DEL MIO CUORE.

Continuerò a sostenervi da lontano.

La relazione che abbiamo creato è profondissima. È più di qualche parola. Più delle vittorie. Più di quello che si è visto sul campo. Per me sono stati nove anni di risate e dolore e sbalzi emotivi e gioia e crescita spirituale. È tutto.

Alla fin dei conti, quando guardo indietro, è folle come siamo cresciuti come franchigia. In un mercato piccolissimo, su in cima alla West Coast, abbiamo fatto un sacco di casino. Abbiamo vissuto moltissimi momenti memorabili. Siamo rimasti fedeli. Abbiamo rappresentato questa città con integrità, ogni giorno.

Sarò sempre orgoglioso per questo.

Magari non abbiamo raggiunto l’obiettivo finale. È la pallacanestro. È la vita.

Maledetti noi se non ci avessimo provato, Jennifer.

Con amore,

CJ