NBA: come procede la ricostruzione a Chicago

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I Bulls sono nelle medesime condizioni di altri team minori dell’est, cioè in un limbo tra mediocrità di risultati e aspirazioni futuristiche non si sa quanto buone e ricche di prospettive. Il rebuilding programmato anni fa, successivo alla dipartita di Butler e altri veterani di lusso, quali Rondo e Wade, dava a vedere delle speranze a lungo andare certamente positive, anche perché quel nucleo primario non aveva più sbocchi, e giungere ai playoff da underdog era l’aspirazione maggiore alla quale ambire. Per sbarcare il lunario bisognava assolutamente smuovere le acque, rischiando al massimo per investire sul nuovo che avanza, sperando nei progressi dei novizi e di pizzicare al Draft futuri profili performanti. Tre campionati dopo la trade con Minnesota e relativa ricostruzione la domanda nasce spontanea: bisogna sedersi ancora a tavolino e imbastirne un’altra di trattativa ortodossa o gli uomini principali del roster sono quelli giusti con cui proseguire a lungo?

Il bilancio degli uomini chiave

Zach LaVine è in quest’ultimo periodo un All-Star a tutti gli effetti, uomo tra i più caldi del momento e tra i 5 scoring leader di Gennaio dell’intero palcoscenico NBA, e l’inarrestabilità dimostrata al tiro e in penetrazione lo pone tra i profili più spettacolari e amati in attack mode, compresi dunk contest. Non va altresì dimenticata però la sua scarsa abnegazione clutch e nella protezione del risultato, un’incostanza latente ed intrinseca che ne ha accompagnato tutta la carriera, portandolo spesso a venir identificato elemento inaffidabile non solo a livello difensivo, proprio e gigantesco tallone d’Achille, ma pure da riferimento offensivo per i compagni, in attesa di scarichi che non verranno mai nonostante le assidue transizioni e isolamenti, tanto da portare il capo allenatore a panchinarlo, con conseguenti botta e risposta. Markkanen, settima scelta e immaginato clone di Nowitzki, è in netto calo rispetto al passato, e la sua crescita, sicuro punto di forza per la rinascita al quale puntava la dirigenza, è rimasta nel cassetto: 4 punti e tre rimbalzi in meno dallo scorso torneo e un primo mese e mezzo da incubo. Carter Jr è partito al ribasso anch’egli per riprendersi poi, così come Porter Jr nelle poche apparizioni stagionali, mentre Gafford passa dall’anonimato all’esplosione in un attimo.

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A differenza della generosità dimostrata nel difendere, quel che traspare, oltre all’incapacità di portare a casa incontri equilibrati, spesso contro competitor, è un’anarchia nell’approcciarsi al canestro avversario che non crea sbocchi per i compagni, una crisi di gioco che accentua le mancanze di Boylen come direttore tecnico. Un ottimo def rating (nono), sintomo di caparbietà nelle marcature di un gruppo giovane e perciò forte ed atletico fisicamente, fa da contraltare dunque a delle inaspettate stecche offensive, ciò su cui si premeva per svoltare, viste le buone mani dei componenti a roster, compresa la batteria di nuove leve e i maturi Satoransky e Young. Ultime posizioni per pts a partita, off efficiency e rimbalzi, pessime percentuali da fuori a dispetto dei tentativi, mediocrità negli assist, possessi, turnover, rimbalzi e liberi: il tanto atteso salto di qualità degli uomini chiave non si è ancora visto! Tra le poche luci la sensazione stagionale e diamante grezzo da accudire per il prosieguo qui in Illinois è Coby White, iconico rookie da North Carolina dall’aspetto nichilista e afro, la cui immagine rispecchia il caotico e imprevedibile stile, fatto di strappi eccezionali e lampi di genio che non si vedevano da anni a Chicago.

Il problema infortuni

Già in passato gli infortuni avevano impedito lo sviluppo costante dei nuovi prospetti. L’ascesa di LaVine e Markkanen si era infatti interrotta per i cronici problemi al ginocchio del primo e al gomito destro per il secondo; lo stesso si può dire per gli allora debuttanti Hutchison e Carter Jr, limitati a meno di 50 match, e Denzel Valentine, addirittura out for a season. Anche in questa stagione la sfortuna non sta permettendo al club della windy city di giocare con l’equipe al completo e al coach di trovare la quadratura del cerchio dentro e fuori dal campo, lui sergente di ferro di una squadra giovane in una città ricca di distrazioni. Wendell è per l’appunto ancora una volta fuori per una distorsione alla caviglia rimediata nella trasferta di Dallas, intoppo che non ci voleva per la crescita del lungo, importante rotazione da frontcourt e lentamente in progressione sul lato difensivo, oltre naturalmente ad apporre la propria firma nel tabellino con 12 punti e 10 rimbalzi di media, cifre assolutamente onorevoli.

Kornet e la matricola Gafford si stavano dividendo il suo minutaggio, con un contributo qualitativo ovviamente in decremento, quando una lussazione al pollice della mano ha escluso dal parquet pure il rookie, messosi in mostra più che altro come intimidator (1.3 stoppate per game), lasciando un buco gigante a protezione del ferro, tanto da costringere Boylen ad affidarsi al brasiliano Felicio, fra l’altro anch’egli al palo per un periodo. In aggiunta al lungodegente Strus (ACL), si aspetta il rientro di Otto Porter Jr (piede) in prossimità dell’All-Star Break, lui prima grande assenza da microfrattura e basilare scorer nello starting lineup, presente finora solamente in 9 partite!

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Nuove trade all’orizzonte?

A parte Porter Jr, 26 anni e già veterano con nove tornei alle spalle, Satoransky e Thaddeus Young, il core dei Bulls è tra i più giovani dell’intero panorama NBA, con Markkanen, White, Hutchison e Gafford prospetti sui quali puntare ed investire. Fuori e in bilico da questa lista restano proprio i deal scaturiti dall’affaire Butler, e cioè LaVine e Kris Dunn, lui però senza estimatori. Ricominciare perciò a pensare ad accordi per riformare il gruppo è sicuramente al vaglio di Gar Forman e soci, senza attendere i sogni estivi alla Anthony Davis, che lasciano la fanbase ad occhi aperti. La trade per Zach diverrebbe da un lato un ottimo baratto per scelte basse con le quali imbastire una nuova ricostruzione, allungando la transizione d’altronde già in essere e mantenendo però il nucleo odierno, al quale affidare completamente la legacy per molti anni a venire, dall’altro però evidenzierebbe il fallimento completo delle vecchie valutazioni – fra cui l’investitura del ragazzo a uomo franchigia, cosa tuttora possibile – con le quali si immaginava uno scenario diverso da quello attuale, e cioè la completa incapacità di competere! I quasi 20 milioni di average salary in meno libererebbero spazio nelle casse e non sarebbero un problema per team d’elite che volessero aggiungere un così fantastico realizzatore dinamico per sbaragliare la concorrenza e assaltare l’anello, nonostante le enormi pecche difensive nella sua posizione.

Sacrificare invece Markkanen e Hutchison per esempio, avrebbe senso nel caso si puntasse a qualche big in uscita, tipo Drummond o il figliol prodigo Rose, ma questi migliorerebbero la rosa soltanto nel presente, senza tuttavia aggiungere hype necessario per divenire contender; inoltre per arrivare a un simile accordo bisognerebbe rinunciare pure a una prossima prima scelta o elementi di spessore alla Porter Jr. Lui, free agent 2021 e certamente attraente in eventuali commerci, potrebbe servire a recuperare la penuria da starter in point guard position, puntando un profilo come Jeff Teague, chiedendo magari pure una pick, oppure cedendola per aggregare un play creator alla Robert Covington, propositivo quest’anno e UFA nel 2022, col quale si risparmierebbero 16 milioni di base salariale. Tali mosse, il massimo a cui aspirare per le attuali disponibilità tecniche, d’immagine ed economiche, purtroppo non darebbero quella sensazione di svolta di cui necessita Chicago, lasciandoci perciò con l’amara conclusione che nel presente i tifosi di questa gloriosa franchigia saranno ancora avari di soddisfazioni.

2 Commenti

  1. Bell’articolo! Anche io ho qualche dubbio su Lavine e penso che una trade sia possibile e auspicabile. Resto dell’idea però che la dirigenza Bulls sia un po’ conservatrice e che valuterà a fondo prima di cedere Zach.
    Il problema mi pare essere il poco feeling in campo, oltretutto, tra Lavine e Markkanen. Forse senza Lavine il finlandese sarebbe più libero in campo. Ho visto più feeling, per fare un esempio, tra White e Carter in questa prima parte di stagione.