NBA, Domantas Sabonis: il sangue di papà, il lavoro da All Star

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Domantas Sabonis
Grafica di Grazia Cifarelli

Quando nasce il 3 maggio del 1996, papà Arvydas sta giocando – a una media di 23 punti e 10 rimbalzi – un primo turno di serie playoff, con la maglia dei Blazers, contro i Jazz. Domantas Sabonis è il terzogenito maschio, ma fin dai primi giorni agli occhi di suo padre appare coordinato, aggraziato e tenace, grintoso, sempre alla ricerca di cose nuove. Qualche anno dopo sarà proprio Arvydas a definirlo “Il futuro (Cestistico) della famiglia“: una teoria tutt’altro che peregrina se pensiamo che solo qualche giorno fa, da protagonista, è stato eletto giocatore della settimana in NBA .

Crescere con il peso di quel cognome avrebbe potuto essere controproducente, specie in Lituania, e quindi da Portland ci si sposta a Malaga, dove Domas cresce sano, intelligente e capace di parlare fluentemente lo spagnolo e l’inglese. Il lituano resta, ce l’ha nell’anima, ed esce fuori quando deve esternare delle emozioni, specie sul campo, ancor più perchè gli arbitri non possono capirlo. Quando gioca nel Clinicas Rincon, nel palazzetto minore di Malaga, davanti a 1500 spettatori, gli occhi sono per lui, non solo per chi era suo padre o per il talento che mette sul campo, ma perchè agisce su ogni singolo possesso, in ogni maledetta partita, come se fosse l’ultima giocata di una gara 7, col coltello tra i denti. E’ palese che ci siano già degli scout che minuziosamente prendono nota.

Se è vero che la seconda squadra di Malaga è stata la fucina di tanti talenti passati in NBA o ai vertici di Europa (Abrines, Faverani, Kuzmic e Todorovic tra gli altri), è quando esordisce – e alla grande – in maglia Unicaja che le cose cambiano. È il più giovane giocatore della squadra andalusa a debuttare con la camiseta verde in EL, e più i suoi coach lo spronano, più lui reagisce. Quello che però colpisce è un senso di competizione che sembra venire da dentro. Tuttavia, continuava a spingere e a “sbattere” – letteralmente – contro i blocchi e i gomiti dei vecchi di Malaga, voleva crescere e raffinare i fondamentali, maledettamente, aspettando la chiamata giusta, sognando la NBA.

Aveva avuto la possibilità di andare, l’estate prima, in quel di Spokane a vedere il college di Gonzaga, e l’ambiente, non solo geografico, ma anche e soprattutto logistico, lo aveva colpito in maniera esiziale. Coach Loyd, uno degli assistenti di Mark Few, non aveva avuto bisogno di coccolarlo, gli aveva fatto una proposta per venire a dare un’occhiata a Spokane e, con l’assenso di Arvydas – “Vai e goditi la vacanza” – vi si era recato. E quando Tuti, suo fratello, anche lui passato dal Clinicas Rincon, proprio durante quel viaggio nello stato di Washington, gli aveva confessato di avere l’unico rimpianto di non aver provato il college americano, il destino aveva già pescato le sue carte.

Quando con lui si parla di recruiting, però, non si può non essere a quel canonico grado di separazione dalla sua famiglia e dal suo passato, seppur remoto. Domas prima di partire per Spokane aveva colto nelle parole di suo padre un senso di nostalgia e incertezza, come forse mai era capitato neanche nelle ramanzine sul passo e tiro o su come si prende un rimbalzo con i piedi piantati per terra. Arvydas ripensava a coach Brown di LSU, che aveva addirittura scritto a Gorbaçev per provare a portarlo a Baton Rouge, con un passo che – sotto l’egida di Reagan – sarebbe stato una crepa sostanziale nella cortina di ferro.

Ripensava anche alle difficoltà che aveva combattuto per andare davvero a giocare negli USA, di come lui, Drazen e Marciulionis avevano cambiato il sentimento verso gli europei. Eppure temeva che Gonzaga – o qualsiasi altro college NCAA – non avrebbero dato la possibilità al suo ragazzo di emergere. Temeva che non fosse pronto a portare quel cognome di nuovo al di là del mare. E Sabonis junior junior junior per citare il goliardico modo con cui Rasheed Wallace chiamava i figli di Arvydas ai tempi di Portland, aggiungendo un junior per ogni nascita – aveva risposto a suo padre: rifiuta un triennale da 600.000 Euro a Malaga e resta un “dilettante”, così da potersi dichiarare eleggibile per i college. Del resto, dal figlio del più grande atleta dilettante dell’Unione Sovietica, non era lecito aspettarsi altro…

BUILD TO COMPETE…

Introverso e riservato, è una persona che costruisce la sua routine e la migliora. Domas è l’unico dei suoi fratelli a somigliare a suo padre, che è un personaggio scomodo sì, specie da quando è stato messo a capo della federazione cestistica lituana. Il rapporto con i fratelli, che sono socievoli e di larghissime vedute, lo ha reso poliedrico, e questo spirito di abnegazione ed adattamento viene trasferito da coach Few sul campo. Se è innegabile che gli Zags cercavano un sostituto di Olynik, non pensavo che con Domas avrebbero immediatamente trovato la risposta.

Nell’anno in Europa, abituato a pochi minuti, ha preso da parte l’umiltà e ha concentrato in poco tempo e spazio il suo talento. Specie perchè a Malaga non era certo la prima stella della squadra, ha imparato a dispensare il suo talento e distribuirlo sul gioco e sui suoi compagni, divenendo, anche poi in NCAA, un giocatore unico nel suo ruolo, così come lo era stato suo padre fin dal suo primo anno in NBA – che guarda caso è proprio il suo anno di nascita. Quando oramai in maglia Bulldogs non era più una sorpresa, aveva cerchiato col pennarello rosso la sfida contro Utah e nella fattispecie contro Jakob Poeltl, che come lui era un europeo, tosto, lungo e capace di giocare sul campo oltre che in vernice. L’impatto con quella partita è lo stesso che avrà nella sua crescita prima al college e poi nella NBA, specie nel suo passaggio ad Indiana. Lo annichilisce a rimbalzo, lo domina in attacco e nel contempo apre il campo per i compagni. Quella sfida cambia e non poco la percezione che si ha di lui e quando Sam Presti se lo sceglierà dopo la notte del draft e la chiamata di Orlando, di certo non sarà per il cognome.

PECULIARITIES

Coach Riccardo Fois – spesso ospite dei microfoni di Backdoor Podcast – che è stato a Gonzaga nello staff di coach Few e che con Domas ha costruito un rapporto che va oltre la semplice dicotomia allenatore-giocatore, ha per lui grandi parole di elogio. Il talento c’entra poco, ancora una volta. L’etica fa la differenza. Finchè la maglia non è strappata, si rimane in palestra, a provare e riprovare. Tutti devono stare al suo passo, e anche se sei la sua fidanzata, quando ti porta al campo di allenamento, se non sprinti per andare a prendere il rimbalzo rischi un benservito di non lieve entità.

Il suo gioco in NBA è maturato col tempo. A Oklahoma City è stato costretto – anche e soprattutto per la presenza di Adams – a stare sempre fuori dal pitturato, a giocare da 4 con licenza di tiro che facesse il suo in difesa. L’arrivo a Indiana è stato quasi un nuovo inizio. Coach McMillan lo inserisce nel progetto di squadra con Myles Turner, con cui inizialmente si pesta i piedi. La sua voglia di migliorare non solo però lo rende un giocatore versatile che da 4 apre il campo per i suoi compagni, ma spinge i Pacers a sacrificare il proprio centro per mettere Sabonis in vernice anche da solo: una soluzione che Bjorken, quest’anno ha già rispolverato, e con esiti abbastanza positivi. Il suo futuro, ammesso e non concesso che già l’anno scorso è stato – e con merito – un All Star, è roseo. Non avrà cambiato il gioco, come aveva fatto suo padre, ma ha riscritto il suo destino, ancora una volta in modo unico.