NBA: Doris Burke, dentro e fuori dal campo

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Doris Burke

La notizia è arrivata non come un fulmine a ciel sereno, ma ha scosso l’ambiente. Per gli atleti si tende a magari evitare di scrivere i nomi da parte delle franchigie, eppure il nome di Doris Burke e della sua positività al Covid-19 ha colpito chiunque ami il basket americano. L’immagine di lei che lotta anche contro questa maledettissima pandemia è la stessa che abbiamo imparato a conoscere nel tempo, nel sentire la sua voce o nel vedere come cerca di estorcere una parola a coach Popovich alla ripresa decisiva di una gara. Professionale, impassibile e presenza fissa nei piani alti del giornalismo americano, nonchè audio di sottofondo anche degli appassionati del virtuale, visto che si presta anche a collaborare per i videogiochi gamma NBA2K.

PRIMA DEL MICROFONO…

Il basket lo aveva nel sangue, giocava come playmaker e riceve le chiamate di parecchi college della East Coast. La Burke sceglie Providence e di traguardi ne raggiunge parecchi sul parquet, diventando la leader per assist serviti nella scuola. Forse è questa la sua peculiarità nell’analizzare le gare: ha l’occhio della point guard per leggere le situazioni e servire cioccolatini o palle al veleno ai colleghi e a quelli che sono sul legno, atleti o coach non importa. Una dote rimarchevole, per una che è stata anche Co-Athlete of the year nel suo anno senior. E’ una pioniera in tutto, nel modo in cui gioca sul campo e in cui sfrutta il suo talento fuori. Fa nascere un modo tutto nuovo di seguire il basket, partendo da quello di Providence, per i canali radio e comunicativi.

La Big East che vuole promuovere la NCAA femminile e sceglie Doris Burke, che nella sua alma mater se la cavava eccome, ma è quando spezza la barriera sessista che la magia avviene. Diviene un simbolo di una donna che anche in uno sport maschile sa il fatto suo e si pone che emblema di un prodotto nuovo. Quindi di qui la chiamata di Espn. Le tappe le ha fatte tutte, dalla commentatrice, alla produttrice e all’opinionista, in un trio che ha spopolato con Avery Johnson e Jalen Rose. Al di là delle sue cariche, visto che ora delle più famose bordocampiste ed analyst per il canale americano, viene inserita nella Hall of Fame per come ha saputo rendere migliore il suo lavoro, utilizzando le sue capacità.

IL COVID-19: IL PROSSIMO AVVERSARIO…

Doris Burke aveva avuto dei sintomi influenzali due settimane fa. Non pensava ancora che questo virus avesse già varcato l’Atlantico, ma dopo un costante senso di spossatezza e un peggioramento di febbre e tosse, è stata portata in ospedale. Qui, sottoposta a un tampone, ha ricevuto qualche giorno fa la notizia della positività. E lei, con la schiettezza di sempre, lo ha annunciato al mondo; con la forza che l’accompagna sempre e con la scioltezza con cui spiega cosa ha detto Brad Stevens nel timeout per sistemare la difesa Celtics.

Sta combattendo, ancora una volta come in tante occasioni della sua vita, e le sue condizioni sono per fortuna in miglioramento. La sua battaglia, fatta di ricovero, di riposo forzato e di sintomi dolorosi, è stata riportata fedelmente nelle sue parole, con quella voce che gli appassionati conoscono, lasciando che fosse il Woj Pod di Espn ad accoglierle:

Ho iniziato improvvisamente a sentirmi stanca ed era una cosa strana, perchè stavo lavorando ma non mi era mai capitato. […] Erano i giorni dei primi contagi, non ritenevo fosse necessario sottopormi a un tampone. volevo che la mia famiglia, pero’,  fosse al sicuro e non si corressero rischi. Ora sto meglio, devo rimanere ancora in quarantena e a distanza di sicurezza dalle persone, ma posso uscire dalla mia camera da letto. E rispetto ai giorni passati questo è un deciso passo avanti”.

Queste le parole di Doris Burke, a voi la linea… L’avrebbe conclusa così lei e ci prendiamo lo stile, augurandole una piena e pronta guarigione.