NBA Finals: Anthony Davis, il vice-MVP

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Anthony Davis

A 35 anni abbondanti di età, LeBron James ha trovato quello che può essere tranquillamente considerato il secondo violino più forte con cui abbia mai giocato: stiamo ovviamente parlando di Anthony Davis. L’ex prima scelta assoluta non ha ovviamente vinto il premio di MVP, portato a casa per la quarta volta in quattro finali vinte da LeBron. Tuttavia, la sua serie finale è stata davvero eccellente, così come in generale la sua prima stagione da spalla di James a L.A. Rimanendo all’ultimo atto dei playoff 2020, riavvolgiamo il nastro e vediamo l’impatto avuto dall’ex Pelicans sulla serie contro gli Heat.

TOO BIG, TOO STRONG, TOO GOOD

Le cifre di Davis nelle sue prime finali non sembrano certo quelle di un debuttante: 25 punti, 10.7 rimbalzi, 3 assist, 2 stoppate di media con il 57% al tiro e il 42% da 3 su 3 tentativi a partita. Il dominio di AD, fisico e tecnico, è stato talvolta imbarazzante, se ci passate il termine, reso ancora più tale da un evidente vantaggio fisico nei confronti degli sfidanti (a maggior ragione se privati di Adebayo).

Al tiro, le sue cifre sono migliorate rispetto alla stagione regolare, da qualunque posizione in campo: al ferro (80% contro 74%), dalla media (49% contro 37%) e da tre (38% contro 34%). La verità è che Davis ha sviluppato un gioco offensivo davvero completo, frutto sia delle sue doti di palleggiatore che risalgono all’adolescenza (al liceo giocava guardia prima della crescita repentina in altezza), sia del grande lavoro che ha fatto sul proprio tiro grazie a Mike Penberthy. Sì, l’ex giocatore di Napoli e Udine. Penberthy, che fa parte dello staff di Vogel, è lo shooting coach dei Lakers, l’artefice dei miglioramenti al tiro di AD.

 

La sua dimensione perimetrale gli ha aperto nuove strade verso il canestro. Al resto ci ha pensato Madre Natura.

Davis effettua poco più di tre penetrazioni a partita, da cui ricava 3 punti di media: cifra sicuramente bassa, ma comunque la seconda più alta per un lungo dietro a Siakam. La circostanza mostrata nel video è comunque particolare; si tratta di una transizione offensiva, dove i Lakers sguazzano, e, una volta superata la prima linea di difesa, il canestro era sguarnito. Nella serie, Davis è andato varie volte in penetrazione partendo generalmente dal mid-range, magari dopo essersi girato fronte a canestro, come poi nei playoff in generale. Per l’ex Pelicans si tratta di una soluzione offensiva di cui ha potuto fare a meno contro Miami, per via del vantaggio fisico contro i difensori degli Heat, i quali hanno fatto comunque un buon lavoro per quanto possibile. Quando ha voluto strafare, Davis ha generato palle perse nel tentativo di forzare la penetrazione, finendo per deragliare dopo un raddoppio ben portato – Adebayo, Crowder e Butler si sono alternati su di lui singolarmente – o per commettere sfondamento: per quanto abile palleggiatore, stiamo pur sempre parlando di un omone di 210 centimetri per oltre 100 kili.

Davis è stata la chiave dell’attacco dei Lakers, per la sua capacità di fare male alle difese in più modi. La sua versatilità trova definitivamente compimento quando viene impiegato come centro, posizione che ad inizio carriera tendeva a rifuggire.
Con lui da “5”, i Lakers hanno segnato 131 punti in più dei loro avversari in 459 minuti nei playoff, e le lineup migliori per net rating vedono tutte Davis nella posizione di centro. Al ferro, è stato di gran lunga il miglior giocatore dei playoff per percentuale di conversione, un irreale 80%, mentre tutti gli altri non sono andati oltre il 74. Dalla media ha tirato con quasi il 50%, dodicesimo miglior dato di Lega in post-season, mentre è con il tiro da tre che ha ufficialmente certificato la sua crescita offensiva, ufficiosamente consacrata dal tiro che ha dato la vittoria a LA allo scadere di gara due contro Denver. In finale, l’ex Kentucky ha tirato le triple open con il 40% (su 1.7 tentativi a partita) e con il 57(!) quelle wide open, su 1.2 tentativi di media.

È ormai chiaro che Davis, per caratteristiche tecniche, fisiche e versatilità appartenga a quella stratosfera di giocatori per cui è praticamente impossibile trovare un singolo giocatore in grado di tenergli testa.

 

INTIMIDATORE

Detto di quello che AD è capace di fare nella metà campo offensiva, è doveroso menzionare il suo impatto nella propria metà campo, che non è meno significativo (anche se sicuramente meno appariscente). Ai playoff ha concesso solo il 42% al marcatore di turno su quasi 15 tentativi difesi, uno dei dati migliori della Lega (tenendo conto anche di guardie ed esterni puri). Le sue 30 stoppate elargite ai playoff sono il dato più alto, nove in più del secondo in classifica.
In mezzo alle stoppate, un paio di azione – relative a gara 6 – mi sono rimaste in testa, e descrivono bene l’impatto che Davis ha sulla partita. Un impatto comune ai grandi intimidatori che non finisce sul tabellino delle statistiche: essere semplicemente dalle parti del ferro, ad attendere l’attaccante che entra in area.

In ambo i casi, a farne le spese è il povero Tyler Herro. Nella prima clip, Herro entra in area e prova a tirare; nel mentre Davis salta oscurando la vallata, e il giocatore degli Heat capisce in fretta che forse tirare non è cosa. Quindi, prima di incappare in un doppio palleggio a seguito della finta, è costretto a scaricare per Adebayo, che però viene comprensibilmente preso in contropiede.

Nella seconda clip, invece, il rookie degli Heat non tenta nemmeno di entrare in area e sfidare lo pterodattilo; preferisce quindi affidarsi al floater – come fatto, con scarsa fortuna, anche in altre circostanze della partita. Il tiro finisce un metro corto direttamente tra le braccia di Davis.
L’ex Pelicans si è distinto anche nella difesa lontano dal canestro quando veniva provocato un cambio contro il palleggiatore di turno, che fossero giocatori rapidi e piccoli come Jamal Murray o Damian Lillard, o più grossi e fisici come Jimmy Butler.
In questa stagione, e soprattutto in questi playoff, Davis ha fatto un ulteriore passo in avanti nel proprio gioco, cementando il proprio posto nell’elite della NBA.

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