NBA, il Giardino Zen: “Bucksingham Palace”

0
99
Bucks

Prima di parlare di basket, oggi, vorrei parlare del suo Padrino, il Godfather dell’NBA: Sir David Stern, l’uomo che ha forgiato la Lega dei Sogni come la conosciamo adesso, ma che l’ha ereditata nel 1984 quando era composta da solo 23 squadre, era molto meno popolare dell’ABA e le sue partite non venivano trasmesse in diretta.

David Stern ci ha lasciati lo scorso primo gennaio, a 77 anni – gli uomini che fanno la storia è giusto che vedano un’ultima alba prima di andarsene, non un tramonto. Era un uomo di un’intelligenza rara e non perché lo si dice sempre degli uomini di successo, ma perché se avevi la fortuna di trovarti in una stanza con lui e assistere a una sua conferenza stampa, avevi la certezza che il suo cervello evoluisse a una velocità doppia della tua. Della mia forse anche tripla. Non si diventa Commissioner di una lega sportiva americana a soli 41 anni solo perché si ha studiato legge e si è vinto qualche causa in materia di diritto sportivo. La vita non va così. Soprattutto in America. David Stern, o Don Stern, come lo chiamavano tra i corridoi dell’Olympic Tower a New York, era un visionario con la mente tagliata per gli affari e la lingua abituata a vincere cause nelle corti dei tribunali. Avvocato ventitreenne dalla Columbia Law School era finito a far pratica in un grosso studio associato di Manhattan che tra i suoi clienti aveva anche l’NBA. Gli diedero in mano le carte di un caso intentato contro la National Basketball Association da tale Oscar Robertson e gli dissero di trovare il cavillo attorno a cui l’antitrust invocato vacillava. Lui se ne uscì con la clausola della free-agency che l’NBA, a suo dire, avrebbe dovuto iniziare a garantire ai propri giocatori, negoziando al contempo un accordo con il Signor Robertson. Qualcuno lo stette a sentire, qualcuno nei piani alti si convinse che la visione di Stern poteva funzionare. Dieci anni dopo, l’ABA era defunta e l’NBA decollava.

La prima volta che ho incontrato Stern ero a Washington, All-Star Game del 2001, la PR della lega per la stampa europea era tale Helen Wong, per chi ha bazzicato i palazzetti NBA nei primi anni 2000, un’autentica leggenda, la piccola cinese di ghiaccio, il braccio sinistro di Stern, la donnina da 40 chili che faceva tremare il personale con un solo sopracciglio alzato. Mi fece partecipare al meeting perché temeva che i giornalisti del vecchio continente non aprissero bocca, mentre a New York mi aveva visto fare domande anche a Samuel L. Jackson a bordo campo.

Ciara, fammi un favore, fai una domanda a Stern, voglio che la conferenza vada bene, la scena muta è fuori programma.

Me lo chiese come Joe Pesci a Robert De Niro in The Irishman, e me lo chiese a due minuti dall’inizio dell’evento.
Alzai la mano e domandai a Stern cosa ne pensasse della spaccatura tra le regole NBA e quelle FIBA e il fatto che il basket fosse l’unico sport in cui valevano regole diverse. Un domandone da100, come mi confermò soddisfatta Helen più tardi.

Stern sorrise e mi ringraziò.

In realtà anche nel calcio gli arbitraggi divergono molto, e un fallo in Italia non è un fallo in Inghilterra. Regole uguali ma interpretazioni diverse. Io credo sia il lato sbagliato da cui guardare la faccenda. E credo anche che alla fine dei conti i giocatori che vincono, indipendentemente dagli scarti di arbitraggio, sono i giocatori che intrepretano meglio il gioco e non semplicemente un regolamento. È questo quello che conta. Ogni lega è libera di tracciare le regole che vestono meglio il proprio tipo di basket, tocca poi alle manifestazioni internazionali stabilire qual è il vestito migliore. Non è detto che sia sempre il basket americano a vincere, anzi, io spero che i due basket in futuro si influenzino reciprocamente, si contaminino. Considero la cosa un plus, non un ostacolo al gioco.

Correva l’anno 2001.
Stern non era amato da tutti, né tra i piani alti né tra i giocatori; il limite di età, il dress-code, le sospensioni di un anno a Sprewell, a Ron Artest, l’affaire Pelicans, Gilbert Arenas… Io credo che non ci sia stato commissioner sportivo migliore di lui, indipendentemente da alcune decisioni che posso non aver condiviso.

I leader migliori non imboccano un sentiero guidando la spedizione, si avventurano laddove non c’è un sentiero e lasciano impronte visibili.
Ralph Waldo Emerson.

E ora il basket, o più precisamente i Bucks.
Non so a voi, ma a me pare che Milwaukee e il suo capitano coraggioso abbiano in mente una stagione da 70 vittorie, una volata da incidere nei libri per togliersi l’amaro in bocca della scorsa postseason, quando a detta di tutti si sono letteralmente mangiati un vantaggio di 2-a-0 sui Raptors per inesperienza. Col senno del poi forse quel Leonard non poteva essere arrestato da nessuno, per lo meno non a Est.
Ciò detto, nonostante la sconfitta del 6 gennaio in trasferta contro gli Spurs, i Bucks guidano la lega per numero di vittorie e hanno già sorpassato il loro stesso record della stagione scorsa a questo punto dell’anno, quando si iniziava a parlare di Giannis come papabile MVP della regular season e gli avversari mettevano in dubbio i balzi presi dal Trentaquattro col cervo sulla maglia per giustificare la loro incapacità di arrestarlo nonostante si sapesse benissimo dove e come volesse andare a parare tra le maglie opposte.

Antetokounmpo è un’iradiddio, un’anomalia statistica con gli spicchi alla mano, e chi l’ha visto dal vivo mi dice che fa ancora più impressione che in tv. È lungo, è velocissimo, è forte a dispetto delle leve nervose, quest’anno è migliorato ancora, soprattutto a rimbalzo e nella visione di gioco. Quello che è sembrato a me, da casa, è che la testa in questo momento fa la differenza. Giannis è un uomo in missione, e in missione alla maniera della vecchia scuola: trascorre estati da posseduto, tra campo e palestra, aggiunge movenze, trucchi difensivi, muscoli, elasticità mentale e muscolare, incensa il suo allenatore, non chiede secondi o terzi violini (nonostante sia al suo settimo anno nella lega), perché culla ancora l’idea romantica di dover vincere alla romana, e cioè non dividendo i conti salati, ma da gladiatore in mezzo a un’arena che è lì per vedere se è capace di schivare da solo le mazzate dei pezzi da novanta.

“Refreshing” si dice in America. Io ho esclamato “Tiè!” quando il 29 dicembre i suoi Bucks hanno battuto i favoriti al titolo 2020 Los Angeles Lakers. 34 punti, con 11-su-19 al tiro, 11 rimbalzi e 7 assist mentre dall’altra parte Davis ne inchiodava 36 (ma con 11-su-25 al tiro) e LeBron si beava della sua tripla doppia. La differenza più marcata: il livello d’intensità su ogni giocata e su entrambi i lati del campo, oltre al terrore che incute Giannis nei difensori avversari ogni volta che è in campo aperto. Ci sono giocate in cui vorresti mandare indietro la registrazione per controllare se quel campo aperto è in discesa.
Solo una trazione motrice del genere spiega la striscia positiva di 18 vittorie consecutive da parte dei Bucks quest’anno, e il fatto che alcune di esse siano arrivate con Antetokounmpo in borghese, causa problemi alla schiena, lascia ben sperare Fonzie e concittadini. Non parlo di Breakfast Club alla Jordan, chiaro, ma la mentalità da guerriero del Trentaquattro sta facendo proseliti in spogliatoio e si riflette sul campo.

Eric Bledsoe, rientrato dopo l’infortunio di dicembre, sta letteralmente orchestrando lo show in città, i compagni ai microfoni confermano che l’attacco Bucks parte dalla sua difesa, mentre il suo back-up George Hill guida la lega nelle percentuali da tre. Se non è lui il giocatore più migliorato in attacco dell’intera NBA, poco ci manca. Se vi sembra che esageri, sentite questa: Khris Middleton dovrebbe essere un All-Star anche quest’anno. Punto. Mentre Donte DiVincenzo, che forse qualcuno di voi si ricorda per la sua cavalcata marzolina verso il Titolo NCAA del 2018 – e quei sensazionali 31 punti, 5 rimbalzi, 3 assist, 2 rubate e 2 stoppate nella Final Two uscendo dal pino – sembra essersi finalmente scrollato di dosso l’infortunio che ha incistato la sua stagione da rookie. Ogni giorno che passa assomiglia sempre di più al classico collante in spogliatoio delle squadre speciali.

Aggiungetevi Kyle Korver, a bordo per garantire esperienza e munizioni a lunga gettata, Ersan Ilyasova da quattro-strecciato, e le carte sono in regola per iscrivere i Bucks a favoriti 2020 sulla costa Est. Il giorno che la dirigenza si è decisa a far spazio a Giannis per le sue scorribande in campo aperto n’è nata la stagione 2018/2019, quest’anno con la pletora di tiratori che gli hanno affiancato, il livello di difesa che il Trentaquattro ha mostrato dal giorno uno e la saggezza di Budenholzer nell’amministrare meglio la pur apparentemente inesauribile stamina tecnico/agonistica del suo purosangue, le Finali si scorgono già all’orizzonte.
Il giro di boa da incorniciare è arrivato lo scorso 6 gennaio nella sconfitta da back-to-back contro San Antonio: i Bucks sono la seconda squadra di sempre dopo i Rockets del 2017 ad aver toccato quota 100 punti in 62 partite consecutive. Non vorrà dire niente ad aprile, ma di certo mentre vi scrivo difendono meglio di Houston.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui