NBA, Giardino Zen: Heroes (Just for One Day)

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C’è una parte di me che vuole che vinca. Magari non un anello, ma un viaggio in Finale sì.
Che volete che vi dica: sono molto più romantica che razionale quando si tratta di sport. Forse solo quando si tratta di quello.
James Harden è ciò che succede al basket quando torna bambino, quando ogni possesso nella tua mente è un io-contro-il-resto-del-mondo come se fossi seduto sul divano, brandendo il joystick della Playstation tra le mani.
Il fatto che il Barba riesca a farlo funzionare su rettangoli da gioco veri, e contro corpaccioni e difese NBA programmate per “ucciderlo” è la parte più esilarante.

Harden, quest’anno, sta attentando ai 40 di media; siamo sui 39,3 proprio mentre vi scriviamo.
Ci avevano detto che sarebbe stato impossibile nell’NBA moderna bissare la tripla doppia seriale alla Oscar Robertson, e Russell Westbrook ha smentito tutti; quest’anno potrebbe tornare di moda il paragone con i 50 a partita di Wilt The Stilt nella stagione ‘61/’62. In altre parole: dominio offensivo assoluto.

Barkley l’ha appena ribattezzato “il più grande realizzatore di sempre”. E subito dopo ha aggiunto: “In un sistema di basket che non potrà mai vincere un anello.”.
Non credo che Il Tredici sia il più grande realizzatore di sempre; così su due piedi mi vengono in mente almeno una decina di conclamati Hall of Famer più completi del Barba in attacco. Una cosa è certa: potremmo trovarci davanti al più grande ISOLATION PLAYER del basket moderno. Quello sì.
Per alcuni non è pallacanestro divertente, per altri è un abominio, per altri ancora è un basket perdente.
Io dico che se c’è un coach in grado di dialogare con l’IQ cestistico e umano di entrambi i freak in maglia Rockets quest’anno, quello è il ragioniere dei ragionieri NBA: coach D’Antoni, un sognatore a spicchi intrappolato in un uomo concreto della Virginia Occidentale.

Sapete qual è il motto di quello stato?…

I montanari come noi sono liberi dentro.

La prima volta che ho conosciuto D’Antoni ero a Indianapolis per le mie prime Finali NBA da giornalista. Quelle con il mio idolo giovanile, Jalen Rose, alle prese con la marcatura di Bryant.
Arrivo ad Indianapolis dopo le prime due gare a Los Angeles e decido di fare tappa dal parrucchiere, perché il giorno dopo avrei pranzato assieme alla troupe di sky e Mike Arsenio Lupin D’Antoni nel ristorante più chic della città.
Entro nel primo salone di bellezza che incontro dietro la Conseco Fieldhouse e mi accoglie una signora bionda che sembra uscita da una puntata della Famiglia Bradford.

Cosa ci fai qui a Indianapolis?

Sono una giornalista. Seguo le Finali NBA per un portale italiano.

Se sveli a una persona dell’Indiana che ami il basket, lei ti aprirà le porte della sua casa entro il tramonto. Se le confessi di tifare per i Pacers: su casa es tu casa.
Al ristorante la coda è lunghissima, D’Antoni chiede a Federico Buffa e a Flavio Tranquillo se hanno prenotato, ma le teste si scuotono. Io e Mike D’Antoni abbiamo chiacchierato amabilmente di basket per tutta la strada, dall’albergo al ristorante, mi ha fatto sentire a mio agio.
Quando stiamo per girare i tacchi, dall’ingresso principale esce la Signora Bradford del giorno prima.

Cosa fai qui, darling?

Volevamo mangiare qua, ci hanno detto che è il miglior posto in città. Ma non credo che ce la faremo, non abbiamo prenotato.

Il ristorante, guarda caso, è gestito da sua sorella e in meno di 5 minuti siamo in una stanzetta privata a mangiare bistecche alte quanto Il Nome della Rosa di Eco.
“Le persone che sanno come muoversi nel mondo, non hanno bisogno di mentori…” – mi sussurra D’Antoni in un orecchio; e non l’ho mai dimenticato.

Sì, se c’è un coach che può far funzionare l’arrembaggio offensivo dei Rockets, quello è D’Antoni, un avanguardista convinto che ha imparato a stare a cavallo tra due mondi prima di tutti gli altri, un inguaribile innamorato del talento puro, prima ancora che dei numeri, un George Orwell con la lavagna in mano che dopo gara7 delle Finali di Conference del 2018, dopo 27 triple consecutive ciccate da parte dei suoi, è entrato in spogliatoio e ha detto:

Non sono bastate 27 triple? Bene. L’anno prossimo ne lanceremo 30!

E così è arrivato Westbrook.

Sì, c’è una parte di me che vuole che questi tre vadano in Finale, soprattutto i primi due: D’Antoni perché un viaggio in Finale se lo merita dal giorno della famosa cianchettata di Horry ai danni di Steve Nash (gara 4 delle Finali NBA 2007), e Harden perché è un cazzo di Ultimo Jedi là fuori. Perché si prende più triple dal palleggio di quelle che osano Curry e LeBron quando sono in forma, e ne converte il 36%; perché laddove Antetokounmpo necessita della spaziatura dei compagni per arrivare a canestro, Harden inventa il suo spazio dal nulla, possesso dopo possesso, raddoppi difensivi o non raddoppi difensivi, con uno step-back spezza fiato e un intero manuale di finte ed esitazioni che sono il metronomo del suo basket e il nervo scoperto della psiche degli avversari. Perché nessuno credeva potesse essere meglio di Manu Ginobili, e invece dal 2012, come primo violino, sta riscrivendo il libro dei record con una penna stilografica in mano. Perché ha sempre creduto di essere più forte, più grosso, più atletico e più resiliente di Manu e ha avuto i coglioni di andare a vedere se aveva ragione, prendendo un aereo per Houston dopo il suo primo quanto disastroso viaggio in Finale.

La storia secondo cui farebbe passi, non rispetterebbe il regolamento e otterrebbe viaggi “generosi” in lunetta da una cricca di arbitri conniventi è una sequela di stronzate; nessuno segna così tanti punti (e ne genera altrettanti con 7,5 assist di media) se non è il miglior giocatore in isolamento del pianeta, non a quel ritmo, non così a lungo, non su un terreno così inospitale per le superstar in odore di hero-ball quali sono i parquet NBA.
Da quando è arrivato a Houston, Harden ha realizzato più punti di chiunque altro al Piano di Sopra (16853 dal novembre 2012 ad oggi) con uno scarto a favore di più di 2500 punti sul diretto rivale, LeBron James, tenendo palla nelle sue mani più di chiunque altro, giocando il secondo numero più alto di minuti nella Lega e attraversando delle secche al tiro (e delle batoste ai playoff) che avrebbero ridimensionato gioco e barba a chiunque. Pas du tout, niente di tutto questo, come dicono i francesi; Harden accanto al basket frenetico di Russell Westbrook è salito al trono dell’half-court game, in una dicotomia di stili che tutti avevano previsto generasse il nuovo Big Bang a Spicchi.

Accoppiarlo a Chris Paul aveva già fatto arricciare molti nasi: le due guardie in assoluto che più controllano più esistono in questo gioco non potevano coesistere con successo all’interno della stessa metà campo. Era inconcepibile. Ma per D’Antoni i problemi che solleviamo noi giornalisti sono pruderie stilistiche che non lo riguardano.

Dividersi il possesso palla non è come la scissone dell’atomo… È roba più semplice: serve solo la volontà di farlo.

Il problema a Houston è arrivato più tardi in stagione, così come accade per la maggior parte delle franchigie NBA. Giocare accanto a Harden è tecnicamente facile: devi difendere duro, ripulire i tabelloni e mettere dentro i tiri aperti generati dalle sue danze lungo l’arco. Ma allo stesso tempo vivere e morire accanto a Harden è una fonte inesauribile di stress, soprattutto quando le doppievu alla fine dei 48 minuti contano quanto un’intera stagione. Non tutti i cestisti vengono a sto mondo ad immagine e somiglianza di Robert Horry, non tutti riescono a convivere con la responsabilità di mettere dentro l’unico tiro che ti capita per le mani dopo 30 minuti di inattività offensiva. Non tutti accettano di pascolare nell’oblio dell’altro lato del campo mentre il proprio capitano evoluisce con la palla nelle mani ipnotizzando avversari, compagni e pubblico pagante. Ci vuole una dose spropositata di freddezza, generosità sportiva e abnegazione tecnica. Oltre a degli schemi offensivi che evitino di spremere troppo Harden da un lato, senza semplificare esageratamente l’attacco dall’altro.

Quando i tiri hanno iniziato a non cadere nelle maglie, Clint Capela a farsi timido sotto canestro e Eric Gordon non è più riuscito a battere l’avversario dal palleggio, la barca è affondata, perché esiste un limite a ciò che un uomo solo può fare contro altri cinque nel basket, e perché Harden non è strutturato né per essere un nuovo Jordan né per essere un novello Bryant, ma semmai un Paul Pierce con più visione di campo e undici coltellate in meno nella schiena.

Sì, c’è una parte di me che spera che vada in Finale quest’anno, accanto al suo migliore amico dei giorni ai Thunder. C’è una parte di me che ha sempre creduto che il Jason Kidd ai Mavericks nell’anno dell’anello è uno stampo di pointguard induplicabile, un ultimo pezzo di puzzle che mai Chris Paul avrebbe potuto incarnare, non a 34 anni, ma neppure a 25. C’è una parte di me – la più romantica – che crede che la stazza e la scelleratezza offensiva di Westbrook in campo aperto possano essere il contraltare perfetto ai virtuosismi a metà campo del Barba, che crede che per ogni McCartney ci voglia un Lennon, e un direttore d’orchestra visionario.
E poi ci sono tutti i “se fosse” che colorano la storia dello sport di luce vermiglia, quando ognuno di noi sogna ad occhi aperti prima di andare a dormire abbagliato.
E se Horry non avesse dato quella cianchettata a Nash? Se Stoudemire e Diaw non avessero abbandonato il pino? Cosa sarebbe successo se Harden, Westbrook (e Durant) fossero rimasti assieme dopo i primi promettenti 23 anni di vita?

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