NBA, Giardino Zen: “Stecchini lunghi”

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Zen

A Natale ci saranno Sixers-Bucks al loro primo rendez-vous stagionale, e scopriremo nel 4° quarto se mancherà ai Sixers la capacità di Jimmy Butler di estrarre punti dal cappello o se Giannis ci stava uccellando quando a giugno ha affermato di essere attorno al 60% della sua crescita cestistica. A seguire sarà il turno dei nuovi Rockets sotto anfetamina di Harden e Westbrook contro i nuovi Warriors di Steph e D-Low Russell, in un duello da far west tra chi avrà più da dimostrare al mondo ad altezza del backcourt; voci di corridoio narrano che mentre Kobe scolpiva Jayson Tatum quest’estate, in una palestra vicina il Barba stava perfezionando il tiro da tre con calcetto alla Nowitzki…
Dulcis in fundo, assieme al Panettone, ci sarà anche il derby losangelino. E Dio solo sa se Frank Vogel avrà le mani piene.

Nota a margine: un giorno mi sarebbe piaciuto vedere LeBron allenato da un coach con il pedigree da Hall of Famer, giusto per capire se ben allenato il Prescelto avrebbe potuto davvero superare Sua Maestà Jordan, ma temo che il livello di rispetto e i meccanismi che si innescheranno nello spogliatoio Lakers, UniBro, o non UniBro, saranno gli stessi visti con Walton, David Blatt e Mike Brown.

Per il resto dell’anno ci sarà da divertirsi con il quintetto extralarge dei Sixers messo insieme da Elton Brand: Ben Simmons (6-foot-10), Josh Richardson (6-foot-6), Tobias Harris (6-foot-9), Al Horford (6-foot-10) e Joellone (7-foot-0), alla faccia della small-ball con cui coach Popovich voleva vincere la FIBA World Cup quest’estate (e per altro anche le Finali NBA contro gli Heat nel 2013). Ci saranno i look di Tim Duncan in panchina, da assistente allenatore degli Spurs, e ci sarà forse Stephon Marbury negli stessi panni diplomatici vestiti da Dennis Rodman con Kim Jong-un, ma in Cina, per risolvere l’affaire Darryl Morey prima che qualcun altro oltre a Lebron si permetta idiozie social.

Memo ai giocatori NBA di oggi: quando nel 1967 Muhammad Ali rifiutò di arruolarsi per il Vietnam, sacrificò il titolo dei pesi massimi, un sacco di soldi e gli anni dell’apice della sua carriera. Per cui, per piacere, nessuno provi a fare il Muhammad Ali dei nostri giorni, perché l’unico che può vagamente concedersi tweet sulle conseguenze di un cinguettio politico è Enes Kanter, egregio nella sua risposta a LBJ.

Non vedo né parlo con la mia famiglia da 5 anni
– Hanno imprigionato mio padre
– Nessuno assume i miei parenti
– Revocato il mio passaporto
-Mandato di arresto internazionale a mio carico
-La mia famiglia non può abbandonare la Turchia
-Minacce di morte giornaliere
-Hanno provato a rapirmi in Indonesia
LA LIBERTÀ NON È GRATIS

Tornando allo stecchino lungo, quest’anno ci godremo il duo più efficace e allo stesso tempo meno pretenzioso della Lega: Kawhi-spezza dinastie-Leonard (o come lo chiamo io dopo esser stato il primo MVP delle Finals a lasciare il giorno dopo: “VENI, VIDI, VICI”), accanto a Paul George, in arrivo sui nostri schermi a fine novembre con due spalle perfettamente ripulite dopo gli interventi estivi.
I Clippers hanno chiamato Leonard a giugno e gli hanno buttato sul tavolo una pila di soldi, lui ha risposto:

Vengo solo se riuscite a portare in città Paul George.

Punto. Il resto è storia: i cugini poveri dei Lakers sono riusciti nel colpaccio del mercato estivo, PG che da sempre tifa giallo-viola è comunque tornato a casa – e il fatto che Russ abbia trovato posto sulla navicella spaziale in partenza per Houston deve averlo tranquillizzato, Doc Rivers ha finalmente ricevuto a roster il suo Chris Mullin.

Mull era il vero King of Tempo. Non mi interessa quanto veloce sei in campo aperto. Quello che mi interessa è quanto sai cambiare velocità per cogliere fuori equilibrio le difese avversarie. In questo Kawhi mi ricorda tantissimo Chris.

Per quanto mi riguarda, invece, alla voce basketball sul dizionario dovrebbero mettere la foto di Paul George; le chiacchiere sulla sua candidatura a MVP sono solo chiacchiere, per l’appunto, ma PG è il Secondo Violino perfetto, un giocatore pulitissimo, intelligentissimo e freddo quando conta, oltre ad essere un difensore eccezionale e il leader pacato che nello spogliatoio coprirà i vuoti caratteriali di Psycho-Leonard. Potenzialmente i Clippers, grazie anche al contributo di Patrick Beverley, avranno la difesa più forte della Lega, mentre in attacco il Superduo più Lou William e Montrezel Harrell dal pino spazzeranno via partite perfino nella Pacific Division.

Ma se volete farvi un regalo, quest’anno, guardate una partita dei Nuggets, una a caso. Lo so, Nikola Jokić sembra che si alleni tra una tirata di sigaretta e un morso a un bombolone alla crema, però vederlo passare e trovare l’uomo aperto nel traffico, disegnare traiettorie sfuggite ad ogni telecamera con una sola fioccata di polso, il tutto sembrando giocare da fermo, è una delle gioie della vita: Nikola sta agli altri lunghi NBA come il Grande Lebowski sta al resto dei ruoli di Hollywood, un virtuoso che vive pericolosamente sul parquet anche se sembra farlo in vestaglia.
Se non vi piace guardarlo mentre orchestra l’attacco dei Nuggs o duetta con Jamal Murray, dovete cambiare sport.

Quanto a Murray, il destino dei Nuggets quest’anno è legato alla sua ulteriore crescita.
Non è facile essere la pointguard di una squadra in cui a dettare i tempi ci pensa il suo centro, ma se c’è un giocatore capace di non crucciarsene quello è Jamal, educato alla meditazione fin da ragazzino dal padre e al potere della ripetizione dei gesti alla maniera di “metti la cera, togli la cera”.
Quando coach Malone ha guardato i filmati di Murray con la nazionale canadese, e poi a Kentucky, ha gridato:

È il nostro uomo!

Nel primo caso giocava da uno, nel secondo da due, a tratti mostrava l’abilità di improvvisare, a tratti era molto disciplinato.
Al debutto contro gli Spurs negli scorsi playoff ha ciccato la partita alla grande, mentre Jokić distribuiva 14 assist al suo posto; in gara2 stessa scena per i primi 25 minuti filati, ma Malone al posto di levarlo dal campo gli ha detto 5 parole 5:

Io mi fido di te.

21 punti, 8 su-9 dal tiro, jumper pesanti, step-back, la tripla, la stessa mentalità mostrata a inizio stagione quando aveva provato a schiacciarne due in testa a LeBron solo per vedersi rifiutato dal ferro sotto allo scroscio dei clic.

Quando smetterà di guardare verso la panchina, per avere la mia approvazione, quando guiderà la sua squadra, non la mia, allora sarà pronto a brillare del tutto.

E io a tornare in America per seguire una partita courtside.

Due ultime cose.

Primo: mi piacerebbe vedere qualcuno offrire un’ultima opportunità a Melo, uno dei migliori attaccanti del gioco, un futuro Hall of Famer, un giocatore nato a cavallo di due ere sbagliate per il suo basket, ma che ha saputo vivere tale idiosincrasia con grazia.

Secondo: È l’ultima stagione di Vinsanity Carter nell’NBA, a quasi 43 suonati. Circolo rosso in agenda sul 28 di gennaio quando i suoi Hawks faranno visita a Toronto. Da Uomo Volante, a Poster dell’NBA, passando da giocatore franchigia a saggio veterano fino ad ala tappa buchi. Chi l’ha detto che invecchiare dev’essere brutto per forza?

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