NBA, Golden State: che succede agli “invincibili” Warriors?

Guardando al tabellone della Western Conference sembrerebbe andare tutto secondo i piani. 44-20, del resto, è un andamento nel complesso positivo per gli Warriors, a fronte dell’alto livello quest’anno in NBA.

Ma è davvero tutto rose e fiori in quel di Oakland? I ragazzi di mister Steve Kerr sono reduci da 5 sconfitte nelle ultime 10 giocate (di cui 4 nelle ultime 6). La sensazione è che il gruppo si stia disunendo e che la tensione sia alle stelle (si veda la reazione di DeMarcus Cousins contro i Celtics), in vista degli ormai imminenti playoffs. Insomma, che succede a Golden State?

MANCATA ARMONIA

Il risultato incassato in casa contro i Celtics (128-95) parla da sè. La peggior sconfitta casalinga dell’era Kerr passa per una prestazione sottotono, all’insegna della mancanza di anima mostrata sul parquet. I 33 punti di scarto, del resto, hanno del clamoroso.
Il tracollo di Golden State passa per la rinascita di Boston: una squadra che, fino a ieri, era considerata in totale sbandamento, al di là delle parole di circostanza pronunciate da Durant nel pre partita. In particolare Kyrie Irving (19 punti e 11 assist) e Gordon Hayward (miglior realizzatore della serata con 30 punti) hanno trascinato un gruppo ricco di talento contro I CAMPIONI made in Oakland che, nell’ultimo periodo, non sembrano poi così imbattibili. Quelle 22 palle perse sono un dato eloquente del resto, con Steph Curry (23 punti) e Kevin Durant (18 punti ma con scarsa precisione al tiro, con 5/16 dal campo) gli unici ad averci provato. La reazione di rabbia di Cousins, poi, non è stato l’unico momento di tensione della gara.

A rincarare ulteriormente la dose sono state le dichiarazioni post partita dei protagonisti. In primis coach Kerr, che ha definito la sconfitta “imbarazzante”, aggiungendo che:

Non abbiamo mai messo tutti gli sforzi necessari per poter vincere. Non abbiamo impiegato la giusta rabbia. Da allenatore mi assicuro che i miei ragazzi assimilino le mie indicazioni, e se loro non eseguono la responsabilità è solo mia.

Dichiarazione chiara quella del mister, che ha scatenato l’immediata reazione di Kevin Durant:

Per diversi mesi ci è stato detto che dovevamo trovare tranquillità, essere sereni e calmi. Ora invece il problema è la nostra presunta mancanza di rabbia? Mi dispiace non sono d’accordo, qualcosa non va in queste parole”.

Un botta e risposta interno alla squadra eloquente, che testimonia il momento negativo della squadra.

CERCASI PROFONDITÁ

Ma non è finita qui. Se il morale non è certamente alle stelle, questa sconfitta ha mostrato il vero punto debole dei Warriors versione 2018-2019: la profondità.
L’assenza di Klay Thompson, del resto si è fatta sentire. La guardia dei campioni NBA in carica ha rimediato un infortunio al ginocchio contro Orlando peggiorando nei giorni successivi. Oltre a Klay, poi, mancavano Kevon Looney e Shaun Livingston: un lusso che questi Warriors non possono di certo permettersi.

L’infinita durata della regular season sta mettendo in luce il tallone d’Achille di Golden State: se il quintetto di partenza è straordinario e, con ogni probabilità, il migliore di tutta la lega sulla carta, lo stesso non si può dire delle riserve, fondamentali nel lungo periodo. Nell’NBA delle potenziali 110 partite i rincalzi sono imprescindibili e a fronte di imprevisti di stagione (si veda quello di Thompson) sono necessari elementi all’altezza.
Su questa linea, comunque, il front office del team di Oakland sta già lavorando, in vista del post season.

IL RITORNO DI BOGUT

Vuoi per una storia d’amore mai realmente finita, vuoi per necessità, Andrew Bogut tornerà a giocare per Golden State per il resto della stagione.
Il centro australiano ha vestito la maglia degli Warriors per quattro anni, dal 2012 al 2016. Dopo aver lasciato la Baia, Bogut ha vestito le maglie di Dallas, Cleveland e dei Los Angeles, fino a quest’anno, dove è tornare a giocare in patria per i Sidney Kings. E nonostante i 35 anni ha fatto registrare in questa stagione 11.6 punti, 11.8 rimbalzi, 3.5 assist e 2.8 stoppate, venendo nominato MVP e Difensore dell’Anno.

Nonostante i tantissimi infortuni che lo hanno accompagnato (in 13 stagioni solamente in 5 ha giocato per 60 o più partite) il suo ritorno è funzionale per questa squadra. Il veterano i quel di Oakland, infatti, conosce bene l’ambiente e le alchimie della squadra, con la speranza di ricreare armonia nel gruppo, base fondamentale per un team che punta a riconfermarsi.
Inoltre la sua esperienza saprà dare una mano decisiva in difesa, alle spalle di DeMarcus Cousins. Nel segno di una maggiore profondità, di vitale importanza per la squadra di mister Kerr.