NBA Finals: old but Golden State Warriors

177
Golden State Warriors

Wardell Stephen Curry piegato sulle ginocchia, sguardo rivolto al parquet, paradenti morso nervosamente e fiatone degno di un maratoneta in vista del traguardo. Klay Alexander Thompson che si batte le mani in segno di stizza, tornando in fretta e furia verso la propria metà campo, in seguito all’ennesima uscita dai blocchi terminata con il ferro a negare il tipico schiaffo alla retina. Draymond Jamal Green, impegnato a provocare qualsiasi novizio al palcoscenico delle NBA Finals gli capiti a tiro, rischiando un sacrosanto secondo tecnico che lo avrebbe escluso dal resto dell’incontro. Andre Tyler Iguodala, dall’apporto complessivamente deleterio nei pochi minuti concessigli in gara-1 e costretto al forfeit causa ginocchio nel secondo atto della serie contro Boston. Le istantanee che ci ha regalato gara-2 suggerirebbero il declino definitivo di una dinastia, ormai logorata da acciacchi fisici e da un sistema di gioco che, per quanto sublime e dalle vette celestiali, richiede un’applicazione e un’efficienza atletica ai massimi livelli. Paradossalmente, le fotografie sono tutte tratte dal 107-88 con cui i Golden State Warriors hanno surclassato i Celtics, frutto di un terzo quarto da 35-14. Com’è possibile coniugare due impressioni così antipodiche per la stessa partita? Questa è l’NBA, signori. Questi sono stati e sono i Golden State Warriors. Potranno continuare a esserlo? Se sì, per quanto? Ai posteri l’ardua sentenza, asserirebbe Manzoni. Nel frattempo godiamoceli. Old, but Gold(en State Warriors).

‘CAUSE YOU’RE AMAZING…

2009, da Davidson College. 2011, da Washington State University. 2012, da Michigan State University. La data d’ingresso nella NBA dei tre tenori di Golden State è incredibilmente lontana e contemporaneamente vicina nel tempo. Ripensando alla Lega contemporanea, è inevitabile collegare una qualsiasi delle divise degli Warriors a uno degli atti finali, decisivi per l’attribuzione dell’agognato Championship Ring. Si ha la sensazione di una qual certa eternità, se si pensa alla truppa guidata da Steve Kerr. D’altro canto, è solo da una decina d’anni che gli occhi degli appassionati di tutto il Globo possono godere di questo spettacolo. Pochissimo, se ci si riflette un secondo. Vorremmo che durasse per sempre, come per sempre ci pare si stia assistendo alle meravigliose repliche della stessa pièce.

Le evoluzioni delle edizioni vincenti precedenti di GSW hanno vissuto un’altalena di emozioni difficilmente replicabili. Non è nostro volere stilare inutili e pretestuose classifiche, ma le differenze con i Bulls di Jordan e gli Spurs di Popovich sono notevoli. Chicago, a cavallo tra Eighties e Nineties, ha impiegato anni prima di raggiungere la vetta, ma una volta issata la bandiera, escludendo il biennio di esilio volontario di His Airness, non ha mai mancato di presidiare il campo base sulla cime del monte NBA. La longevità del progetto neroargento in Texas sarà altrettanto irripetibile: dalle prime alle ultime Finals vinte dagli Spurs sono intercorsi 15 anni, nei quali San Antonio non è mai stata costretta, bontà sua, a doversi interrogare profondamente sui principi del proprio gioco, conscia che anche una tripla di Ray Allen, considerate le contingenze di quella NBA, avrebbe ribaltato la situazione. Questo ciclo dei Golden State Warriors non ha una data di scadenza marchiata sul retro della canotta, ma queste Finals stanno mostrando quanto, dietro alla patinata e lucente copertina, il lavoro quotidiano in palestra stia consumando le energie di un gruppo che ne ha viste, letteralmente, di tutti i colori.

I titoli con Harrison Barnes e Iguodala Finals MVP, seguiti dalla Gioconda di LeBron e il “GSW blew a 3-1 lead”. Lo sbarco alla Oracle Arena di Kevin Durant, gli anelli contro i Cavs e i torn Achilles e ACL contro Toronto e Kawhi. Il 2019-2020 da 15 vittorie, la ricaduta di Thompson e la delusione (sino al momento) del progetto Wiseman. Eppure, a distanza di 7 anni dalla prima volta, Golden State è tornata alle NBA Finals, ancorata agli stessi cardini tecnici e spirituali. Fregandosene bellamente della spaventosa Luxury Tax, Joe Lacob ha permesso al GM Bob Myers e allo staff di Steve Kerr di tentare l’ultimo affondo per issare l’ennesimo stendardo dal soffitto della nuova arena, il primo ricamato con le trame del Chase Center. Raccogliere i cocci di un biennio frustrante come quello appena trascorso è stato possibile solo grazie al sostegno economico della proprietà e alla paziente lungimiranza di uno staff tecnico capace di cuocere a fuoco lento gli ingredienti a disposizione, in modo da servire la portata esattamente nel momento in cui gli ospiti iniziando ad avere un certo languorino. Non un minuto prima, perché il piatto freddo è valido solo per servire la vendetta. Non un minuto in ritardo, altrimenti le posate avrebbero iniziato a battere rumorosamente e insistentemente sul tavolo, rovinando l’atmosfera di festa e convivialità. Chef Curry e la sua brigata, invece, hanno calcolato perfettamente le tempistiche. Ora manca solamente guarnire e impiattare.

… JUST THE WAY YOU ARE!

Non è stato un percorso privo di insidie, anzi. I dubbi sui giocatori draftati negli ultimi anni, pedine fondamentali nella costruzione degli scorsi titoli di Golden State, erano punti interrogativi pendenti sulle teste dei giovani selezionati. Per certi versi, vedasi i casi Wiseman e Nico Mannion, non è stata ancora data risposta. Eppure, se siamo ancora qui a parlare dei Golden State Warriors come favoriti per diventare 2022 World Champions lo dobbiamo a sviluppi floridi di progetti iniziati diversi mesi fa. Sviluppi inattesi e insperati agli occhi di tifosi e addetti ai lavori, ma evidentemente ben ponderati da chi è chiamato a prendere le decisioni in quel di San Francisco.

Che Kevon Looney potesse diventare un fattore decisivo a questo livello di playoff non ce lo si attendeva nemmeno nelle più rosee aspettative. L’inserimento in rotazione a partire dall’infortunio di Ja Morant ha permesso agli Warriors, sino al momento fiaccati dalla battaglia a rimbalzo contro Memphis, ha svoltato l’inerzia fisica della cavalcata di Golden State, continuata nella serie contro Dallas e protrattasi nelle prime uscite contro i Celtics. Giova ricordare come, nel dicembre 2019, dopo soli due mesi dall’ingresso in NBA, la crescita di Jordan Poole sia stata affidata alle mani dei Santa Cruz Warriors, affiliata G League di GSW. Il rookie da Michigan non è stato di replicare immediatamente le cifre e i flash mostrati in maglia Wolverines. Nonostante questo, gli Warriors non hanno mai smesso di credere in lui. Ora, al netto di una convivenza difensiva col #30 di Akron difficilmente sostenibile, se Kerr ha potuto gestire le articolazioni di Curry in regular season contando su una sua versione, per quanto surrogata, tremendamente vicina all’originale per senso di esistere sul terreno di gioco, il merito è anche di quei mesi passati al gradino inferiore.

Le Finals non hanno ancora visto al sua apparizione, ma dimenticarsi della presenza a roster di Jonathan Kuminga sarebbe errore madornale. Considerando gli aggiustamenti continui che questo livello di pallacanestro richiede e i precedenti, con retroterra assai diversi, di Nemanja Bjelica e Gary Payton II, è quasi più inverosimile immaginarsi un Kerr restio a concedere una chance anche al prodotto dell’NBA G League Ignite. Stesso discorso valevole, con le dovute proporzioni, anche per Moses Moody, in grado di garantire minuti di qualità nella serie coi Mavs e sino al momento relegato al garbage time contro esterni di Boston coi quali si accoppia meno facilmente. Un cambiamento entropico, un flusso ininterrotto di fluidità.

Dalla fatica dei veterani al brio delle nuove leve. Nel corso di qualche paragrafo, lo scenario dipinto dei Golden State Warriors ha assunto sfumature e contorni dissimili, discordanti, addirittura contraddittori. Dovremmo averlo compreso, tuttavia. Questione di prospettiva. S un futuro vincente per questa franchigia, al netto di imprevisti e stravolgimenti sempre dietro l’angolo nella centrifuga della Lega di Adam Silver, non ci si può scommettere a occhi chiusi né negarne ogni minima percentuale. Ma questi Golden State Warriors sono all’ultimo giro di giostra. Per la prima volta, e ci mancherebbe altro, Curry-Thompson-Green sembrano stanchi. Sembrano vecchi. E lo sono, parametrando il loro chilometraggio con gli standard sempre più esigenti del basket contemporaneo. Nell’epoca del tutto e subito, i tre hanno sinora rappresentato una piacevolissima eccezione. Vecchi e stanchi, con i pensieri annebbiati e offuscati dalla fatica. Steph costretto a un maggior utilizzo del pick ‘n roll per sfruttare la pericolosità offensiva e a un’energia difensiva costantemente in rialzo per compensare una mobilità laterale in graduale parabola discendente. Klay chiamato a infilarsi ancor di più nelle pieghe della partita, con l’impressione che le consuete prestazioni balistiche siano confinabili in una, massimo due uscite per serie. Draymond invitato a esplicitare parossisticamente i caratteri provocatori e nervosi del suo gioco, incidendo sulla mente e sull’emotività di compagni e avversari lì dove le letture offensive iniziano ad arrivare con decimi di secondo in ritardo rispetto al solito, lì dove il tiro da tre somiglia più a un fuoco amico che a una spada affilata.

Vecchi e stanchi non è da confondersi con scarsi. Perché il rischio è questo. Dimenticarsi dell’esperienza maturata dal core di Kerr. Non porre sul piatto della bilancia l’attitudine e la resistenza all’urto cha ha forgiato il carapace di Golden State, ora che all’espressione tecnica e all’esecuzione non è permesso di raggiungere i picchi degli anni scorsi. Vecchi e stanchi. Ma per mantenere il fuoco vivo degli stimoli e delle motivazioni non occorre essere giovani, aitanti e freschi. Non si insegna a lottare disperatamente. Lo si ha dentro. E i soliti, vecchi Warriors sono questi. Soliti. Vecchi. Stanchi. Ma dall’aura aurea. Old but Gold(en State Warriors).