NBA: i Clippers contro il loro infausto destino

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Clippers

Essere un tifoso Clippers non deve essere facile. Al di là di non aver mai vinto, di aver scelto Olowokandi alla 1 o di ciccare clamorosamente anche quando sono favoriti, la sfiga sembra vederci benissimo con la squadra losangelina. Proprio nel momento in cui la truppa di coach Lue aveva bisogno di cementare le proprie certezze, una serie inenarrabile di infortuni ha iniziato a sbarrare il percorso rossoblu. Perdere Beverly, Ibaka e ora anche Leonard significa in pratica rifondare da zero le gerarchie. Se ci aggiungiamo che Paul George ha fatto anche lui un recente (e breve) salto nella stanza che fuori ha la croce rossa disegnata, il quadro è presto fatto. Eppure nel recentissimo mese di aprile, in piena emergenza, il record è eloquente, 11-2, che sia finalmente cambiata aria nei sobborghi della LA meno patinata?

Che i Clippers siano una squadra in perpetuo mutamento, è cosa chiara in ogni estate: giocatori che vengono, che vanno, progetti e cicli che si chiudono, sliding doors dell’inferno. Tyronne Lue era chiamato a sbrogliare una difficile matassa, di quelle fatte di un mercato raffazzonato e di una squadra necessitante più di spirito di sacrificio che non di talento. Aver visto passare gente del calibro di CP3, Tobias Harris e Gallinari, senza che se ne sia cavato granchè, è la foto migliore del passato. Oggi con buona parte delle stelle ai box è la classe operaia ad andare in paradiso, con Nicolas Batum, Reggie Jackson, Luke Kennard e Morris, Mann e Zubac che portano quel che serve. E lo fanno con umiltà. Altra non banale coincidenza è l’efficacia che – in un roster del genere – riesce ad avere Paul George. Faro, ma prima di tutto catalizzatore del gioco, PG sembra avere intorno a sè quella piccola isola felice che aveva nell’Indiana, il suo gioco ne risente e in meglio. L’esatto opposto di quel che gli era successo in quel di OKC.

Dato paradossale dei Clippers è che delle 19 sconfitte sul rollino, il maggior numero di esse è stato frutto di un inizio di stagione in cui la squadra appariva scollata, ancora incapace di giocare insieme. La verità è che probabilmente la coesistenza di personalità diverse non permetteva la crescita di una chimica di squadra. E’ stato il passo indietro e il bagno di umiltà da parte di Paul George prima e Kawhi Leonard poi, che ha permesso anche agli Ibaka e ai Beverly di mantenersi costanti ad alti livelli. Eppure la squadra al completo potrebbe avere un record forse perdente rispetta a quella rimaneggiata dell’ultimo periodo. Come spiegarsi questo dato? Due sono i fattori di crescita in casa Losangelina.

Il primo fra tutti è l’apporto di giocatori utili alla causa, ma che non tolgono respiro alle big star. Kennard e Batum su tutti, sono ragazzi anche dall’unico espressione sul viso alla Derek Zoolander, eppure quando sono sugli scarichi sanno farsi trovare pronti, dall’angolo specialmente. Avere degli specialisti che magari non eccellono in tante cose, ma quell’unica cosa nel proprio bagaglio la fanno a dovere, fa tutta la differenza del mondo. A questo ci si deve aggiungere la cattiveria e la fame che non sono la gomitata o la giocata sporca di Beverly, ma che si riverberano invece in Morris, autentico collante dello spogliatoio e voce in vernice, accanto al quale troviamo Mann e Patterson, due di rotazione che magari non avranno sempre alti minutaggi, ma che sputano sangue.

Il secondo motivo è l’arrivo, molto silenzioso a dirla tutta, di Rajon Rondo prime e di DeMarcus Cousins poi. Discorsi paralleli e diversissimi, ma nella stessa direzione. Non che portino numeri e statistiche che fanno saltare dalla sedia, ma la loro presenza sembra aver tranquillizzato l’ambiente, che supera qualsiasi avversità con la faccia tosta dell’ex Boston Celtics in bella mostra. Cousins invece è arrivato in un momento di emergenza, in chiara difficoltà fisica, ha risposto presente alla chiamata e si è conquistato minuti e fiducia. Non da poco per uno che davano come bollito un po’ ovunque. E’ chiaro che le sorti di questa squadra dipendono dal “se” e “quando” Paul George e Kawhi Leonard, nelle fasi cruciali delle gare, prenderanno per mano i compagni ed useranno il proprio talento per vincere, ma avere una presenza quasi mistica sul campo, o anche in panchina nei timeout, sembra giovare. E anche coach Lue, più volte, ha lasciato che la voce di Rondo si sentisse durante la spiegazione degli schemi sulla lavagnetta.

Leonard CLIPPERS’ RISE TO WEST…

Nella polveriera NBA dell’Ovest, il record attuale – e la contestuale sconfitta di Phoenix con Brooklyn – fa ben sperare in vista post season. Il secondo posto è ampiamente alla portata dei Clippers, che però non possono permettersi di alzare le mani dal manubrio troppo presto. Lo scarto dal primo e dal quarto posto è racchiuso in due partite e se l’emergenza infortuni dovesse continuare, qualche scivolone potrebbe arrivare. Eppure le condizioni sono del tutto eccezionali e sembrano volgere a favore della squadra di Los Angeles.

Un riposo “forzato” di queste superstar, che hanno piccoli problemi – non certo paragonabili a quelli dei Lakers ad esempio – che di qui al prossimo mese saranno risolti, ha il pregio di evitare un affaticamento collettivo.  Con squadre che devono far rifiatare le proprie superstar, i Clippers, che anche nell’ultimo periodo in alcune serate han lasciato Paul George a guardare, possono gestire le energie con calma, possono lasciare tutto il proprio roster sempre sulla corda e, ancor di più, possono affilare armi “a sorpresa” da inserire dalla panchina in serie di playoff equilibrate.

Sarà un lungo cammino, e la storia insegna che i Los Angeles Clippers e gli allori non sono mai nella stessa frase, eppure le stelle contrarie non stanno offuscando una stagione che doveva essere di transizione, ma potrebbe riservare qualcosa di più fulgido di una buona regular season. Se quel rebuilding intorno alle star ha portato una consapevolezza di squadra ed una chimica che erano sconosciute in passato e se Jazz e Nuggets dovessero ancora essere appannate dagli infortuni gravi delle loro star, sarebbe davvero possibile arrivare al gran ballo per i Clippers e per Tyronne Lue. Un riconoscimento che forse sarebbe meritato per la squadra più sfigata della NBA, ma che potrà arrivare solo se quel marchio di underdog che è nella natura di questa franchigia, si vedrà anche sul campo nell’atteggiamento della squadra, non più la cenerentola del ballo.