NBA: i Toronto Raptors hanno già vinto il proprio titolo

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Alzi la mano chi avrebbe previsto un campionato del genere per i Raptors! Il post Leonard e anello si sta riscontrando fenomenale ed inimmaginabile per i più propositivi critici ed analisti ma anche per la calorosa fanbase, che mai si sarebbe aspettata le stratosferiche performance odierne dopo la stagione dell’iconico titolo. Nel momento in cui scriviamo difatti Toronto è la seconda squadra NBA (40-15) dietro solamente ai Bucks – loro sì senza sconvolgimenti tattici particolari, obbligati a rinunciare a un pezzo da novanta come Brogdon ma rinforzati ancor di più di cecchini dalla lunga – e avanti abbastanza nettamente a compagini alla vigilia maggiormente accreditate e preannunciate eredi nel ruolo di competitor verso la stessa Milwaukee, per assaltare le Finals.

Striscia e statistiche da titolo

La feroce Atlantic Division è oggi feudo canadese, il piazzamento in postseason è oramai in cassaforte e la striscia di 15 W fa già storia ed è susseguente soltanto a quella dei soliti cerbiatti del Wisconsin (18)! Le statistiche inoltre parlano chiaro e pongono i Raptors nell’eccellenza di lega in ogni settore. In fase avanzata ampia è la top ten sui point e assist per game, quinta per bombe messe a bersaglio e terza sulle percentuali; se si bypassano una non più che discreta Off Rtg (12ma), un non eccellente numero di possessi (PACE 14mo) e delle medie su tiri e tentativi da due a metà classifica, è per merito di un gioco difensivo corale che sta facendo proseliti nella major! E’ soprattutto l’attitudine di ogni componente del roster – piccolo o lungo che sia – a generare recupero palla la chiave di volta che permette a Nick Nurse di performare così il suo basket generoso, imperniato su steals (2ndi), turnover e FG altrui (2° e 3°) e abilità di chiunque a tirare da fuori. Per tutto ciò il Def Rating ha avanti unicamente i consueti Bucks e il Net Rating quest’ultimi ed i Lakers, mentre il margine di vittoria per match e il Simple Rating System sono una nicchia esclusiva. Se definiamo Toronto il 3 & D team numero 1 del torneo non dovremmo offendere nessuno! Titolo meritato perché ottenuto a seguito di numerosi intoppi, fatti di sfortuna e acciacchi continui, che però non hanno impedito alla formidabile guida dalla panca di attuare i suoi mantra, utilizzando nuovi manovali della palla a spicchi. Grazie a tutto ciò il grido “We The North” echeggia al pari di ieri e Toronto è ancora una contender NBA: chapeau!

 

La responsabilità di ripartire senza Leonard

Quello attuale è stato il primo campionato qui in Ontario senza una stella di appeal maggioritario al quale affidare la responsabilità del tiro in sirena o nelle fasi finali di una stagione, partendo da Carter e McGrady, fino a giungere a Bosh e DeRozan, per arrivare poi alla silenziosa icona californiana, deus ex machina del torneo 2018/19! Forse già da qui avremmo dovuto mangiare la foglia e capire che le mosse attendiste di un genio come Masai Ujiri avevano senso e stavano perciò ad attestare la fiducia che lo storico gruppo e i veterani annessi (Lowry, Ibaka, Gasol, VanVleet e Siakam) avevano acquisito verso di lui, con l’ovvio beneplacito dell’allenatore! L’executive e il coach hanno dunque carpito un cambio storico di mentalità da parte di chi, invece, era stato sempre accusato di non saper gestire il clutch time o situazioni close che possono decidere un’intera annata, rinunciando perciò pure a Danny Green e firmando sostanzialmente solo Stanley Johnson e Hollis-Jefferson, con un biennale da 7.5 milioni l’ex Pistons e 2.5 annuali per il secondo. Ovviamente un piano B era nel cassetto: sacrificare in deadline uno dei marpioni in rosa – Lowry, Ibaka, Gasol e VanVleet in scadenza –, da un lato appetibili verso big team da vertice e dall’altro sereni e lo stesso grati verso la dirigenza per il trattamento ricevuto in passato, e ricostruire attorno al camerunense, Powell e Anunoby il futuro della franchigia!

I probabili della lista GM al contrario si stanno confermando a livelli estremi, a parte Gasol, unico a non arrivare a patti col proprio fisico e quindi a peccare di costanza, capaci di prendere per mano i nuovi arrivi ed effettuare scelte vincenti e precise nelle molteplici vittorie punto a punto. Ibaka è alla seconda giovinezza e al career-high nello score, in particolar modo nel periodo più difficile della stagione, quando ha sopperito all’assenza del partner in crime ed alter ego sotto al ferro, siglando cioè 19 pts per game, 43% dall’arco, 56.3 FG e quasi 8 rimbalzi da gennaio ad oggi; le due guardie invece si dividono la leadership decisionale nei frangenti importanti combinando a partita 38 punti e la bellezza di 14 assist e mezzo. Se Toronto è un’orchestra che suona a meraviglia e gioca di gruppo è anche per la consacrazione a primo violino di Pascal Siakam. E’ il most improved player oggi il top spot e primordiale risorsa offensiva del post Leonard, nonché investito a franchise man futuristico. Jolly da 3 e da 4 sia in attack che defense-mode, si prende i suoi tiri e i numerosi palloni che gravitano più del passato nelle sue mani, indifferentemente a suo agio nel trovare separazione e colpire in mid range quando marcato dai lunghi avversari, che a bombardare la retina da fuori se accoppiato a piccoli, oppure penetrare o scaricare, grazie allo smart eye di cui eccelle. Il maxi rinnovo in prossimità dello start viene ripagato a match da circa 24 pti, 1 stoppata e recuperata, 3.4 assist, 7.5 rimbalzi e 28.4 usage rate, tutte statistiche ai massimi di carriera!

Coi nuovi talenti si è sopperito ai molti infortuni

Sono ben 63 le partite nelle quali a turno sono mancati Siakam, Lowry, Ibaka, Gasol e VanVleet. Per la bandiera Kyle la frattura della seconda falange al pollice, distorsione alla caviglia per l’ex Thunder, stiramento alla gamba per lo spagnolo ed inguine per la stella africana, ma anche il recente infortunio al dito e lussazione alla spalla a Powell e il problema muscolare per Stanley Johnson rappresentano picchi di energia negativa abbattutisi in zona Nord America e che avrebbero sfiancato chiunque. In Ontario però l’abilità a scoprire pepite d’oro dal nulla è prassi e la rinomata epopea VanVleet fa parte ormai della leggenda. I Raptors ingaggiarono infatti l’undrafted point guard dopo 4 anni di college a Wichita State, concedendogli la prova in Summer League e siglandolo poi a luglio 2016 a contratto multiyear. Oggi Fred è il simbolo e tra i capitani e attori protagonisti dell’indimenticabile annata dei sogni, nonché basilare fulcro di un core formato da altri prospetti non inclusi nella lottery, che al pari di lui si sono imposti a Toronto e grazie ai quali si è superata indenne l’epidemia fisica. Della scuderia fa parte Terence Davis, notato in Vegas Summer League da 3-pointer, steal o stoppate, e annesso quindi nella cantera canadese come formidabile profilo 3&D, vicino al 43% da fuori e ai vertici secondo Espn sul plus-minus nella difesa da shooting guard. Da queste parti federazioni straniere, campionati estivi e G League vengono attenzionati più che altrove e i tesori nascosti che ricevono poi considerazione e minutaggio da Nick Nurse traboccano. Tra gli undrafted player che allungano il roster a quasi 15 titolari menzione d’onore spetta certamente a Chris Boucher, big man da Montreal fondamentale nel rimpiazzare i lunghi o Siakam durante i molteplici acciacchi e assenze stagionali, precedentemente in two-way contract con Golden State, essenziale nel trasmettere atletismo imponente ed energia in retroguardia.

I rookie non draftati Matt Thomas, specialista da tre, e Oshae Brisset, dalla già spiccata mentalità difensiva, chiudono la batteria dei talenti overlooked che hanno contribuito con la loro versatilità a sopravvivere alla moria di starter, mantenendo tempo fa un primato da vertice (23-11) e proiettando la franchigia nella top-three defense! Il segreto del coach ancora ragazzo è quello di aver vissuto sulla propria pelle la “vita da Minor”, trionfando fra l’altro in G League e lasciando perciò successivamente briglia sciolte a molti elementi provenienti da quelle realtà, VanVleet in primis, ma anche Siakam, vincitori entrambi del titolo 2017 coi Raptors 905. Ciò che rende unica Toronto è la poliedricità che l’allenatore riesce a trasmettere/ottenere dai suoi uomini, specialmente se new entry o alla prova del nove: Hollis-Jefferson non ha perciò problemi ad asfissiare i marcatori avversari da tre e da quattro oppure a presenziare il lineup come centro in mancanza di Ibaka e Gasol, Anunobi – se ancora troppo timido offensivamente nonostante l’ottima mano dall’arco – si conferma linfa vitale per il modo costante di attaccarsi all’uomo, perfino in post passo, e Norman Powell al quinto anno ha trovato la consacrazione qualitativa.

Toronto si è dunque confermata prima grandezza NBA e i veterani in rosa hanno progredito ciò che Kawhi aveva immesso nella loro testa: la mentalità vincente un tempo sconosciuta da queste parti. A loro il gruppo di “gregari” di lusso allenati da un giovane guru possono aiutarli a ripetere la favolosa cavalcata verso nuovi sogni e orizzonti. La certezza è che comunque vada i Raptors hanno già vinto il loro titolo, quello di superare lo scetticismo iniziale e assestarsi nuovamente nell’olimpo del basket mondiale!