NBA: il bilancio sulla stagione (e non solo) di Derrick Rose

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Ottimo finora il bilancio personale di Derrick Rose nel quinto atto di una carriera quasi filmica. La prima e la seconda parte infatti furono caratterizzate dal clamoroso impatto generazionale del ragazzo della Windy City e dal terribile infortunio che gli negherà in seguito ogni sogno di gloria; successivamente un periodo speranzoso abbattuto poi da numerose problematiche fisiche lo avevano tolto in pratica dai radar di ogni club NBA, fino a giungere lo scorso anno a convincere coi Timberwolves, dando segnali di netta ripresa sul parquet, con 51 partite efficaci – di cui 13 da starter – e dal minutaggio raddoppiato in paragone alle fallimentari ultime esperienze proprio a Minnesota e Cleveland!

Le ottime statistiche stagionali

Oggi in Michigan si sta confermando sesto uomo di lusso, probabilmente unico ruolo che può porlo ancora sotto lente di ingrandimento e garantirgli un impatto da top player, quel che sarebbe se il proprio corpo desse garanzie totali. Sono infatti quasi 17 i punti a partita rispetto ai 18 di ieri, ad un soffio dal leader di squadra Drummond, assist in aumento (6 su 4.3) e peggioramenti su rimbalzi (2.1/2.7) e soprattutto nei turnover, molti (2.4 dalle 1.6) se si considera il tempo inferiore sul parquet, 24 minuti per game dai 27 e mezzo da Wolves, segno però inequivocabile che il ragazzo da Memphis College detta a Detroit maggiormente i tempi che a Minnesota e la palla, nelle azioni offensive con lui in campo, gli viene consegnata sin da subito da Dwane Casey, eleggendolo nella quasi totalità dei casi a unico creatore di gioco: significato di grande stima! Premesso che le percentuali da fuori non sono mai state il suo forte, nemmeno ai tempi d’oro, notiamo ugualmente egregie migliorie anche in queste stats, specialmente l’anno scorso; quello che risalta ai Pistons sono delle spaventose medie da due e sui tentativi, il top se rapportati a 36 minuti di gioco, quota vicina al 53% e mai toccata in carriera, frutto di mid range jumper e penetrazioni costanti sotto al ferro, sintomo di enorme fiducia nei propri mezzi, anzitutto fisici!

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I punti a partita su 100 possessi sono inoltre secondi soltanto all’annata MVP 2010/2011 mentre l’offensive rating ai Timberwolves (114) era addirittura superiore, così come il net rating in più periodi positivo a differenza del resto del team e negativo con lui in panca; idem l’apprezzabilissimo usage rate odierno al 31%, cifra anch’essa ai vertici di carriera. Forse il merito va al nuovo coach che sta spremendo dall’uomo dell’Illinois le giuste dosi di energia; Casey è difatti spesso rimproverato dalla fanbase di non utilizzare Derrick per più tempo o magari da starter, in concomitanza con le molteplici assenze di Griffin e Jackson, ma se proporzioniamo le presenze stagionali alle gare totali vediamo che la point guard numero 25 è così destinata a superare gli incontri disputati nel 2018/19. Tra le soddisfazioni e le prestazioni monstre vanno annoverati i 50 punti contro Utah, le grida MVP dei suoi vecchi tifosi e una gara vinta e dominata da one man show a New Orleans nel torneo attuale, terminata con la ciliegina di un buzzer beater!

I perché delle ultime scelte

Tutto questo preambolo è molto bello e meritato per un ragazzo demolito dal fato avverso, un personaggio impossibile da non amare per chi segue il basket, specialmente vedendolo oggi ancora volenteroso e voglioso di mettersi in mostra, ma soprattutto di giocare col sorriso sulle labbra. E’ proprio tale aspetto che va sottolineato, visto che nelle scelte recenti fatte da Rose c’è certamente il desiderio di ergersi a uomo nuovamente importante e valutato all’interno di un club. Andare a Minnesota prima e Detroit poi sta probabilmente a significare l’aver definitivamente accettato una veste secondaria nell’intero palcoscenico NBA, cedendo i propri servigi a team clamorosamente incompleti per un tenore competitor e con i quali concludere una carriera in maniera marginale ma assolutamente dignitosa, visto come si erano evolute in negativo le cose qualche stagione fa.

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La ridotta presenza nella Motor City e a Minny di elementi abili con la palla tra le mani, sta infatti permettendo a Rose di gigioneggiare tanti possessi in attacco usufruendo pure di molti spazi, una manna dal cielo per un elemento tanto bisognoso di palleggio per mettersi a ritmo. Non si può nemmeno non ragionare a livello di aspettative, basse e scarne per l’ex Bulls a livello di club, coi Timberwolves ieri e i Pistons ora dal core probabilmente ormai saturo e non potenziabile, specialmente negli uomini top, sui quali, chissà, magari sono stati fatti investimenti sbagliati, che portano ora le due dirigenze schiave di contratti tombali per le speranze di vertice, coi 55 milioni per Towns e Wiggins da una parte e gli 80 per Griffin, Drummond e Reggie Jackson dall’altro!

Sarà difficile competere in futuro

Ciò, come ampiamente da noi analizzato, potrebbe essere stato calcolato da Rose, entrato così in punta di piedi in team senza pretese, conscio perciò di poter esprimere il suo basket, tuttora raffinato, ma senza gli obblighi di un tempo che non verrà più! Il suo essere tutto tranne un motivational speaker poi lo pone sicuramente agli occhi dei compagni più come un oggetto pregiato che come un veterano da utilizzare da consigliere, ed in un gruppo da titolo non andrebbe bene. Il vecchio strapotere atletico col quale sorprese il mondo da guardia, non più percorribile ora, è inoltre ormai prassi tra i piccoli di oggi, che volano rapidamente nei due lati del parquet per attaccare, difendere e mettere la fisicità necessaria per contribuire alle vittorie da vertice.

Quello che a Chicago faceva strabuzzare gli occhi adesso è pratica abituale per i vari Brogdon, Nunn, Murray, Westbrook, Mitchell oppure Oladipo prima di farsi male, ma anche i vari Smart, Caruso e Divincenzo, oscuri lavoratori secondari di franchigie da anello, riescono con una fisicità non preventivata, a performare giocate dall’atletismo impossibile! La sua partecipazione in una compagine di tale tenore potrebbe perciò riportarlo in un limbo infinito, togliendogli di nuovo le sicurezze che pare aver riacquisito. Se tenerlo fra noi e godere ancora delle sue giocate significa mantenere un basso profilo va bene così, purchè il ragazzo da Chicago concluda la sua epopea in modo felice.