NBA: In loving memory of Flip Saunders

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Questa notte è finito il digiuno.
I Minnesota Timberwolves di Butler, KAT e Wiggins sono tornati ai playoff per la prima volta dall’era Garnett.
Tra gli anelli di congiunzione che ancora permangono tra la squadra odierna e l’epoca aurea del Minnesota ce n’è uno particolare, più forte degli altri.
Quell’anello è l’ultimo e unico coach capace di portare i Twolves ai playoff prima di oggi: Phil Daniel Saunders, per tutti Flip.
Questa squadra è il frutto (anche) della sua visione e delle sue intenzioni e oggi, più che mai, è giusto ricordarlo e rendergliene merito.
Da Towns a Wiggins,  da Tyus Jones a LaVine, l’ultimo diventato poi indispensabile per attrarre a Minneapolis Jimmy Butler, il più forte free agent della storia della franchigia.
Flip è stato il più Minnesotano dei non nativi all’ombra delle Twin Cities. Gentile, garbato, con un occhio attento su tutto e tutti e, soprattutto, pronto sempre a regalare un sorriso, un abbraccio o una pacca sulle spalle.

Ci ha lasciato Flip, in silenzio e garbatamente, il 25 ottobre 2015, a pochi mesi da quando si era dovuto allontanare dai campi di basket a causa di quel linfoma di Hodgkin che gli è stato fatale.
Se ne è andato lontano dai media e dal pubblico, stretto solo nell’abbraccio dei suoi familiari. La moglie Debbie e i suoi figli, l’ultimo dei quali, Ryan, siede oggi sulla panchina dei Twolves come assistente di coach Thibodeau.
In Minnesota tutti hanno un ricordo di Flip, tutti sono pronti a raccontarvi una storia o un aneddoto su di lui. Era arrivato dall’Ohio per fare l’università in quei Gophers che vantavano nella loro compagine anche Mychal Thompson, Kevin McHale, Ray Williams e Osborne Lockhart. 24-3 era stato il record in stagione, poi tramutato in 0-27 a causa dell’ineleggibilità di Thompson “reo” di aver venduto il proprio abbonamento stagionale per assistere alle partite.
Finita l’Università era sempre rimasto nei paraggi. Prima come allenatore del Golden Valley Lutheran College e poi come assistant coach proprio in quella UoM di cui era stato la point guard titolare per quattro anni.
Dopo il biennio a Tulsa era iniziata la sua carriera come allenatore nei Pro (CBA); casualmente – o forse no – sempre vicino alla sua “seconda casa”. Prima ai Rapid City Thrillers, poi ai La Crosse Catbirds dove vinse due titoli e infine ai Sioux Falls Skyforce.

IL RITORNO A MINNEAPOLIS

A richiamarlo in Minnesota era stata la sua Ala Grande ai tempi dell’Università, quel Kevin McHale che, dopo una pluriennale e pluridecorata carriera NBA, era diventato Vicepresidente dei Twolves.
Da lì il filo che legava Flip ai Timberwolves e al Minnesota è diventato sempre più spesso e più forte. Dalla scelta di KG al draft del ’95, alla nomina ad head coach nel dicembre del medesimo anno e per i successivi 10 anni. In quel decennio i Twolves, e raccontarlo adesso suona anche strano, sono andati  ai Playoff per otto stagioni consecutive culminate in quel 2003-204 dove sono stati spazzati via dai Lakers di Kobe e Shaq in finale della Western Conference.
Flip era un uomo di basket la cui vita era sempre stata incentrata intorno alla palla a spicchi. Ma non è tanto la sua conoscenza cestistica o il suo playbook voluminoso quanto la Treccani ad aver toccato il cuore di Minneapolis, dei suoi colleghi, degli addetti ai lavori e di tutta la nazione.
È stato un allenatore di successo prima con i Twolves, poi con i Pistons e gli Wizards ma ha sempre mantenuto sul campo e nella vita quello sguardo di meraviglia e di allegria del ragazzino.

Nessuno parlava più di Flip. Parlava di tutto e con tutti, era pronto a spiegare e a farsi capire, trattava con lo stesso riguardo la stella della squadra e il magazziniere che rassettava gli spogliatoi dopo la partita. E non è un’iperbole o un modo di dire.

“Ask me a question”

era una delle sue frasi classiche, proprio a dimostrare la sua voracità di rapporti. Dal chiamare alle tre di notte i vice-allenatori per avere un confronto su un’idea che gli era venuta, al chiedere al cassiere di KFC come stavano i suoi figli a casa.
Era sinceramente e genuinamente interessato a tutto quello che lo circondava.
Era una persona speciale, aveva la capacità di farti sentire importante, ti dimostrava affetto e voleva essere davvero tuo amico. Queste sono le parole che sentirete ripetere su di lui, e che a pronunciarle siano colleghi come Pop o Izzo, suoi ex giocatori come Hoiberg e Billups o, ancora, l’ultimo arrivato nel front office della franchigia, non fa differenza.
È per questo che anche nei momenti sportivamente più bui come gli ultimi anni dei Timberwolves, i ricordi più iconici sono sempre legati a Flip.

È per questo che va ricordato anche oggi.
Quel Flip che – tornato in Minnesota – ha portato la sua “vision” su quello che sarebbe dovuta diventare la franchigia.
E anche questa volta non è solo il dato sportivo che ha lasciato un’impronta indelebile nei cuori degli appassionati, ma quello umano.
L’immagine di quel Flip che esulta gridando “Give me one more” la sera della lottery del draft 2015 e, alla notizia di avere la scelta n.1, gioisce come un ragazzino distribuendo high-five a chiunque sia nei paraggi, dà l’idea di tutta la vitalità di quest’uomo.

LA VOGLIA DI NON ACCONTENTARSI MAI

È lo stesso Flip che, nella sera di quel draft, dopo aver scelto Towns, aveva deciso che non bastava; bisognava fare qualcosa di speciale per scaldare ancor più il cuore dei tifosi. Da lì la trade con Cleveland per accaparrarsi la scelta n. 24 e portarsi a casa l’enfant du pais Tyus Jones.
Sarebbe bastato per chiunque, non per Flip.
Bisognava festeggiare, non rinchiusi nel front office tra addetti ai lavori, ma percorrendo a piedi quei due isolati che lo separavano dal 508 Bar & Restaurant dove Jones stava tenendo la sua festa per il draft. In mezzo c’era la strada da percorrere, con abbracci, strette di mano e scambio di sorrisi con i passanti che avevano appreso la notizia ed esultavano.
Questo è il vuoto di umanità che ha lasciato Flip.
È questo che significa il dito al cielo di Ricky Rubio (forse non a caso anche lui quest’anno per la prima volta ai playoff)  quella sera del 28 ottobre 2015 quando il tiro di Lou Williams si spegne sul secondo ferro consegnando la vittoria ai Twolves nella loro prima partita senza il loro amato coach.

 

Ora Flip non è più solo su una patch per la maglietta di gara o su una moneta commemorativa, ma è nel posto che gli spetta. Dal 14 febbraio di quest’anno è nel posto più alto del Target Center dove tutti possono vedere il banner che riporta il suo nome.
Flip, nient’altro…perché in Minnesota non c’è bisogno di specificare chi sia.

Da lì guarderà i playoff di quella che è anche la sua squadra, da lì sorriderà di nuovo.
Non sarà dimenticato Flip. La sera della sua commemorazione il figlio Ryan Saunders portava un paio di scarpe con l’acronimo “ASNF”.

Lo stesso acronimo che appare su una radio artigianale, fatta di ingranaggi, legno grezzo e fil di ferro che viene consegnata dal padre contadino al figlio che si arruola in marina nel film “Men of Honor”; uno dei film che Flip e Ryan erano soliti vedere e rivedere insieme.
A Son Never Forget. Un figlio non dimentica.
Nemmeno noi.