NBA: (ex) All-star, superteam, waivers e rinunce milionarie per il titolo…

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Tempo di bilanci e tempo di analisi. Con la fine degli scambi, di solito, si traccia una riga e le squadre NBA si dividono tra quelle che puntano alla post season e quelle che iniziano a tankare. Non una novità, magari forse un malcostume, ma niente di strano. Eppure quest’anno la lega di Adam Silver sembra aver fatto un passo indietro notevole: big teams, (very) bad teams, underpaid players, uno sfacelo che distrugge la loyalty di fan e giocatori in una lega che è vero che non ha retrocessioni, ma che forse dovrebbe rieditare il suo format.

NBA E FREE AGENT: PROBLEMATICHE

C’è chi gioca ancora a dama e chi è passato agli scacchi. Il problema dei giocatori che hanno scelto di chiudere il loro rapporto con le società mid-season rischia seriamente di inquinare gli equilibri del gioco. L’NBA è articolata ed equilibrata per mezzo di un salary cap che deve servire a dare a tutti le stesse possibilità economiche, con deroghe previste dalla luxury tax e dalle mid-level exceptions. Fino ad oggi il sistema ha fatto il suo corso, gli ultimi tre giorni han fatto scuola per un deciso riassesto.

Capitolo Brooklyn Nets: non uno, ma due giocatori ex all star presi al minimo salariale per puntellare un roster che era già stato rivoluzionato in positivo dalla trade di Harden. Prima Griffin, che saluta Detroit senza troppi incomodi, per accordarsi al minimo, e come sottolineato da Sam Quinn, ponendo le basi affinchè, qualche giorno dopo, quel LaMarcus Aldridge, che non rientrava nei piani di San Antonio, si accordasse anche lui per la truppa bianconera di NY, sempre al minimo. Si badi, nè Blake nè LMA sono giocatori bolliti come si vuole far passare sotto traccia. E’ vero che ad Est c’è poca carne al fuoco, ma una squadra con Irving, Harden, KD, Aldridge e Griffin, oltre a DeAndre Jordan, è una franchigia che neanche con qualche imbroglio a NBA 2K è possibile realizzare se non aggirando il sistema del cap, per il quale giocatori forti non firmano certo al minimo salariale.

Capitolo Los Angeles Lakers: Giusti per essere i campioni in carica, con LeBron e Anthony Davis, nessuno avrebbe detto che anche i gialloviola avrebbero provveduto ad aggirare il sistema, ma quando la malasorte ci mette lo zampino, e gli infortuni ti condizionano e non poco, ogni mezzo è lecito, in guerra e in amore. E quindi arriva Andre Drummond. Nessuno fa i conti in tasca a questi atleti, ma quando ricapiterà ad uno come Drummond di avere un contratto da 28 milioni di dollari? Eppure il big man ha scelto di rinunciare a tutto questo monte di banconote di fronte alla possibilità di andare ai Lakers e competere per il titolo. La verità è che con l’ex Cavs – che in Ohio sarebbe stato chiuso nelle rotazioni da Jarett Allen visto che da quando quest’ultimo è arrivato, Drummond è stato dichiarato out of play a tempo indefinito – la Los Angeles gialloviola ha un pacchetto lunghi che nessuno ha ad Ovest (Jokic unico vero rivale ma fa altro sport) e con tutta la rosa al completo il roster di coach Vogel è “almeno” da Finals a mani basse.

Altri movimenti a dir poco sospetti avvengono nel sottobosco, con un giocatore come Austin Rivers, che finisce a Milwaukee in una contender dopo che OKC lo ha tagliato assieme a Myers Leonard. Non che il figlio di Doc sposti come gli altri signori citati, però al minimo è una gran presa. Se si pensa alla movimentazione che comunque la squadra di Giannis ha fatto per avere anche PJ Tucker, il quadro è chiaro. Meglio di sicuro fanno gli Spurs, fini intenditori ma di sicuro furbi, che da una trade con i Golden State avevano acquisito Chriss, che sul contratto aveva 1.8 milioni da portare in casa. Bene, i nero argento sfruttano questa cifra tagliandolo e firmando al minimo Dieng, appena rilasciato da Memphis senza un motivo. Al momento sotto traccia sta operando anche Boston, che rilancia le proprie ambizioni – dopo aver preso senza troppo svenarsi Fournier – cercando di arrivare a Cousins, ancor in attesa di destinazione.