NBA: Jazz dall’identità immutata in attesa del vero Conley

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Jazz

Il buon inizio di campionato per i Jazz, rispetto al precedente, li mantiene ai vertici della Western Conference, in quarta piazza anche se in coabitazione con altre due squadre. E si che il record sarebbe stato migliore se non si fossero steccate le trasferte a Sacramento e Memphis, perse di un punto. L’identità di fondo, che Quin Snyder è riuscito a diffondere ai suoi uomini nel tempo, ovvero sia la ferocia difensiva, si mantiene assolutamente intatta, e se Utah può rapportarsi ad ogni avversario, giocando per vincere contro chiunque, è proprio grazie a questa fase del gioco, per merito sia di una consistente protezione del pitturato che di un asfissiante e veloce marcatura nel perimetro, fatta di continui, costanti e coordinati raddoppi da parte dei piccoli a roster.

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La difesa non cambia mai

Tenere sotto media gli stessi Lakers, Clippers due volte, Bucks e Sixers, rende l’idea del nostro discorso e di come anche pregevoli quality scorer soffrano ad affrontare Gobert e compagni. Con il coach 52enne, il cui contratto biennale è stato ulteriormente esteso, si è raggiunto il 60% di vittorie negli ultimi tre tornei (sesti NBA) e la retroguardia è stata la migliore due annate or sono e la seconda nel 2018/19. La trasformazione dal canonico Big Three al Big Two nell’Ovest, ha forse spinto proprietà e dirigenza a compiere mosse decise per fronteggiare con un ancora più coeso gioco di squadra le individualità delle rivali. Tutto ciò ha reso proficua e prolifica la pre season a Utah come non mai, rinunciando a mo’ di grande anche a qualche scelta al Draft (la 23ma 2019 più due seconde 2021 e 2023), per rinforzare il quintetto di due big come Conley e Bogdanovic, puntando – a differenza delle due squadre di Los Angeles, dei Rockets, Mavs e Blazers – ad allungare una rosa già talentuosa di esperti profili con molti punti nelle mani, anziché limitare ad una “combo splash” le decisioni clutch dell’offensive zone.  Arrivano ad avere oggi un buon numero di realizzatori da doppia cifra, maturità, tecnica e capacità per implementare al meglio l’attacco, da sempre il reparto meno produttivo, augurandosi per di più che la stella luminosa di Donovan Mitchell continui l’ascesa verso l’olimpo del gioco.

Le difficoltà di Mike Conley

Purtroppo finora l’impatto dell’ex Grizzlies, per il quale si è anche rinunciato a Crowder, Korver e Grayson Allen, non è stato decisivo, e le statistiche al tiro non sono soddisfacenti, nonostante un recente progresso; questo comporta incertezza verso tutto il settore, oggi nella parte bassa della classifica sui punti per partita. La selezione al tiro è il problema principale di Conley, che sceglie la bellezza del 30% dei suoi tentativi nella “non-restricted area”, performandone solo il 33, mentre la squadra è dietro solamente a Nuggets, Cavs e Memphis per opzioni da questa porzione di campo e ultimo per field goal average e attempts. Le medie sono perciò sotto rispetto al passato, oltre che nello score da due, anche fuori dall’arco, in passaggi e rubate. L’addio a Rubio, fino alle ultime due debacle splendente a Phoenix come realizzatore, assist man e catalizzatore di ball movement, porta fino a questo momento qualche rimpianto, soprattutto perché il nuovo innesto avrebbe dovuto togliere a Mitchell responsabilità in regia e fargli guadagnare più spazi di parquet dalle iniziative del compagno, da sempre maestro nel penetrare e passare, senza obbligarlo a prendersi troppe incombenze e tiri difficili.