NBA: JJ Redick, l’ultimo tiro

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Blue Devil, Blue Devil forever. Nasci e cresci con la favola di Duke ad accompagnare i tuoi sogni, con la voglia di essere il migliore, anche a rischio di essere odiato, con una mano da pianista e un cervello pigro e svogliato. In Virginia il football va per la maggiore, ci sta che un ragazzo che sul fondo sconnesso di Cave Spring segni con continuità metta su peso facilmente, ma se a una partita c’è coach K che ha fatto miglia e miglia per raggiungerti, forse qualcosa cambia. Non so se Mike Kryzewski conosca Mina e la sua Grande, grande grande, ma posso immaginare che il discorso fatto a quel ragazzo non debba essere andato troppo più in là del testo della cantante cremonese. “Non ti si può pigliare come sei, i tuoi difetti son talmente tanti…”. 

JJ Redick dice addio al basket giocato, magari concentrerà ora i suoi interessi sul suo seguitissimo podcast per The Ringer, ma è stato l’esemplificazione del duro lavoro che porta i suoi frutti. Quando quella sera a Cave Spring coach K gli consigliò di cambiare registro alimentare, di stare lontano dalle cattive compagnie e di continuare a lavorare sul suo talento, il giovane Jonathan Clay Redick, terzo di cinque figli, cambiò la sua vita. Non più la “lettura di e-mail” nella stessa stanza in cui i compagni di classe fumano erba, nè le serate al Bojangles ad ingurgitare carboidrati col fratello che sta mettendo su i muscoli del Tight-End. Voler diventare il nuovo Laettner diventa la sua ossessione.

Bianco è bianco, gli manca però la personalità per essere riconosciuto. Non vuole essere famoso, ma famigerato e sa bene che solo se perfezionerà il suo talento potrà andare a Duke. Non esistono altre opzioni, le lettere di altri atenei anche prestigiosi non vengono nemmeno rispedite al mittente, sono ignorate. Diventa un Blue Devil e coach K sa di aver trovato il suo alfiere. I maligni dello stato del North Carolina diranno che alla fine, al college (così poi come nella NBA) non è arrivato nessuna grande vittoria, ma forse il fatto che Duke con lui in campo sculacci in maniera sonora sia i Tar Heels che i Wolfpack parla in tal senso. Se si pensa che ai tempi della NBA in un viaggio proprio nello stato della Carolina sarà trovato positivo all’alcool test e addirittura lasciato in cella per una notte, si capisce dell’astio che c’è nei suoi confronti. Curioso che Redick, rispetto a quell’accusa, si sia poi dichiarato colpevole, chissà cosa gli avrebbero potuto fare se fosse andato davanti a una giuria. Di sicuro, però, coach K sarebbe andato a perorare la sua causa come il miglior Harvey Specter.

Nell’immaginario di tutti ci sono le sue triple del recente passato NBA, arrivate ai Clippers del sogno sfumato o quelle della Philadelphia beffata dal sinistro rimbalzo del destino, ma la sua carriera è stata altro, molto altro. Titolare dal primo anno a Duke, dove poi arriverà fino alla laurea, sarà il giocatore più odiato della storia del college, seguito in una spirale pericolosa da Grayson Allen, che però nella lega di Adam Silver ancora non è esploso a dovere. Redick è il leader all time per canestri da tre punti di Duke, è quello con la faccia tosta che – alla CR7 – dice che ha segnato, ancora lui, prendendosi i riflettori e mostrando a chiare lettere il nome scritto davanti sulla maglia, quella della sua squadra. JJ è stato il protagonista di una delle più discusse azioni del recente passato NCAA, con la penetrazione – quando tutti pensavano alla tripla – nel finale contro UConn, finita con un atterramento sospetto. Il suo “No foul?” all’arbitro è figlio di un carisma e di una personalità che non si sarebbero arresi mai di fronte a nulla. Nemmeno al fallimento dei primi anni in NBA.

Sarà che è chiamato alla 11 al draft, con il precedente di Trajan Langdon palesemente infausto per una guardia da Durham, sarà che arriva in una squadra infarcita di Blue Devils con Grant Hill, Chris Duhon e Shelden Williams che gli fanno un po’ di nepotismo e gli tolgono il posto, ma di fatto il campo non lo vede mai. Anche Stan Van Gundy lo ignora fino a che, dopo mille infortuni, non può far altro che metterlo sul parquet. Fino alle infauste Finals contro i Lakers, perse e non di poco. Solo rileggendo un po’ le sue stats ho riscoperto un anonimo passaggio a Milwaukee, prima dei Clippers, dei Pelicans e della chiusura tra Philadelphia e Dallas. E l’ultimo anno la dice lunga, con lui in rehab dalla rottura del tendine d’Achille che fa di tutto per tornare e mettersi a disposizione di coach Carlisle. A 37 anni, e dopo averne viste di ogni, il ritiro.

Ora avrà più tempo per Kelsea e i figli, la stessa donna che ha scelto fin da giovanissimo, che ha sposato solo quando se lo è potuto permettere e che si è commossa in mondovisione al suo primo ritorno a Orlando da avversario, quando la tifoseria lo ha riaccolto come un beniamino. Redick è uno che ha lasciato il segno e anche il suo podcast ha rivoluzionato la lettura degli insider americani. Non era una macchina perfetta, ma al suo mortifero tiro ha aggiunto difesa, attributi e una capacità di leggere il gioco con pochi eguali. Un po’ quello che gli aveva predicato Mike Kryzewski ai tempi dell’High School, con la solita canzone che lo descrive… Ma c’è di buono che al momento giusto, tu sai diventare un altro. In un attimo tu, sei grande grande grande…

Ciuff, altro tiro, altra tripla, altra sfida da affrontare. Good luck JJ, Blue Devils for life.