NBA: Kobe Bryant, Staples Center, 2 giorni dopo

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Staples Center, Los Angeles, California. Due giorni dopo la prematura morte di Kobe Bryant e della figlia Gianna il dolore è ancora più grande. Non potrebbe essere altrimenti, d’altro canto. Non può e non viene ancora metabolizzato dai tifosi, dagli appassionati, da tutti coloro per i quali il Black Mamba ha rappresentato più di un “semplice simbolo“. Un singolo individuo, nella sua umana fallibilità, un atleta, un qualcuno in cui poter realmente credere.

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Un intero popolo, non soltanto quello di L.A. si riversa di fronte ai vari ingressi del palazzetto. Sono giunti da ogni dove, non soltanto dalla California naturalmente, da qualsiasi luogo sulla Terra nel quale si sia inneggiato almeno una volta il suo nome. I momenti sembrano infiniti, pur nella loro brevità. Si potrebbe pensare a un’incessante via vai di cori, ma non è così. È il silenzio a parlare, a rendere assordante e surreale l’atmosfera dello Staples.

La volontà è quella di rendere indimenticabile l’ultimo saluto al proprio campione, a chi ha saputo, con una semplice palla a spicchi fra le mani, significare così tanto per la gente. Momenti di lungo silenzio si mescolano a incessanti cori per Kobe, applausi scroscianti si riversano su una folla pochi attimi prima muta, attonita, ancora sconvolta e mentalmente a pezzi.

UN OCEANO GIALLO VIOLA

Così si potrebbe definire l’esterno dello Staples Center, da qualsivoglia angolazione lo si consideri. Ciascuno ha portato qualcosa, da semplici candele a fiori, quindi poesie e pensieri su pezzetti di carta, cartelloni celebrativi e canotte naturalmente, di ogni epoca. Una moltitudine di semplici, simbolici oggetti, da donare a questo momento, a richiamare i colori che hanno rappresentato per lui una seconda pelle.

Il giallo e il viola. Il primo a simboleggiare l’acutezza e l’originalità che rende unici e iconici i Lakers. Il secondo, invece, a rappresentare la regalità delle vittorie che hanno fatto la storia della franchigia. La teoria dei colori si fonde con la volontà delle persone di non abbandonare il proprio eroe, nemmeno nell’ultimo momento.

Non potrebbe essere altrimenti. Le parole della sua lettera al basket, del resto, sono un manifesto eloquente di quanto non sia stato tanto la pallacanestro ad aver reso Kobe un grande, ma viceversa. È il basket nel suo insieme, infatti, che grazie a leggende come Bryant può definirsi realmente tale, sia come sport che come fenomeno di massa a livello mondiale.

UN SILENZIO ASSORDANTE

Sì, assordante nella sua profondità e intensità. Il talento, la classe e l’etica del lavoro di Kobe Bryant non potrebbero essere meglio descritte: le parole, d’altro canto, non bastano a raccontare gli attimi e le sensazioni dei tifosi. I momenti dei cori, naturalmente, non mancano. L’urlo dei tifosi a inneggiare il proprio “MVP” scandisce con regolarità il momento. Ma è il silenzio l’aspetto più surreale, a rendere l’atmosfera realmente significativa. Il silenzio a diventare riflessiva preghiera, in memoria del campione.

My idol, my hero, my goat. Così si legge in una delle maglie posate sul tappeto dei doni esposti fuori dallo Staples. Le parole scritte possono aiutare a giungere laddove il parlato, in un momento del genere, non riesce ad arrivare per molti. Il gesto, tuttavia, di tutti coloro che hanno e stanno tutt’ora presenziando di fronte alle uscite del palazzetto vale più di ogni possibile discorso. Un gesto che aiuta a capire il momento, insomma.

Non si sa ancora per quanto tempo durerà il silenzio assordante. La Lega, insieme ai Lakers, sta riflettendo sul modo migliore per rendergli omaggio, senza finire nella banalità e conferendo al momento la dignità e lo spessore che merita. Nel frattempo la folla non si muove, e non intende abbandonare il simbolico giaciglio dove riposa chi, come pochi nella storia, ha saputo rendere grande l’NBA e sport. Di chi ha saputo, in soli 41 anni di vita, conquistare il mondo con una palla a spicchi. Decisamente troppo pochi.