NBA: la cronica mediocrità dei Kings, tra sfortuna e crepe interne

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Piazza underdog se ce ne è una, Sacramento iniziava però il corrente anno con nuove e positive ambizioni, sopraggiunte grazie ad un onorevole campionato, concluso nonostante l’enorme tenore della Western Conference a ridosso dell’ultima piazza playoff, abdicata solamente nel mese finale. Un livello generale al ribasso e un core di giovani stelle pronte a sbarcare definitivamente il lunario ha fatto il resto, convincendo per questa stagione Vlade Divac e proprietà a imbastire solide basi su questo gruppo, per creare un playbook attorno ai due prospetti franchigia Fox e Bagley III, tentando di confermare assi in scadenza (Hield e Bogdanovic), uomini dalla difesa intensa (Barnes) e arricchendo ulteriormente la rosa con profili maturi e certezze acclarate, certi così di navigare fin dall’inizio in acque sicure e in zone medio alte a ridosso del 50%.

Niente di tutto ciò è purtroppo accaduto finora e la capitale della California riveste ancora lo scomodo vestito di team scapestrato e perdente rispetto ai numerosi compaesani che abitano le principali leghe americane, Warriors, Lakers e Clippers in NBA per prime. I motivi si possono racchiudere in tre cause predominanti: infortuni e malasorte, le consuete crepe all’interno del club, inteso come dirigenza, coach e giocatori ed infine l’incapacità delle riserve, anche new entry, a sostituire i titolari nei lunghi periodi di assenza, inadeguati a mantenere elevate le performance offensive ma limitando almeno i danni nella retroguardia, vecchio tallone d’Achille. Se la border line di una qualificazione playoff dista oggi solamente un paio di match, malgrado un penoso 37% scarso di W, lo si deve alla mediocrità collettiva palesatasi ad ovest!

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LE ASSENZE

De’Aaron Fox e Marvin Bagley III hanno lasciato Luke Walton, nuovo allenatore e successore di Joerger, senza i due cardini principali sul quale l’intero progetto Divac poggiava. Quinta e seconda scelta assoluta degli ultimi due Draft a cui i Kings hanno partecipato come primo giro, rappresentano difatti il fulcro e talento cristallino nelle due fasi dell’offensive zone, quella creativa e conclusiva, senza disdegnare nemmeno atteggiamenti da leadership molto amati da un pubblico notoriamente focoso. L’ex Kentucky in particolare, dopo un anno sottotono, si è poi riscoperto poin guard all around qui, abile pure nell’aiutare a rimbalzo in difesa e assistere i suoi compagni con una regia fluida ma soprattutto spettacolare, che unita ad un look tipo Jackson Five, dava spesso a vedere uno stile da Globetrotters per lo spasmodico ball movement, anche nei pressi del ferro.

La power forward da Duke ha una mano deliziosa per un lungo, che si abbina perciò alla perfezione a dei compagni che hanno basato le loro vittorie sulla gestione della palla in avanti, ma la sua salute si è rivelata cagionevole già nel debutto NBA, con 20 incontri saltati per problematiche al ginocchio. In questo torneo ambedue hanno marcato visita in quasi 45 partite, una tassa nefasta per le speranze di successo, causa una pericolosa distorsione alla caviglia il piccolo e la frattura del pollice l’ala! Al peggio non c’è mai fine e le ricadute dietro l’angolo hanno bussato alla porta: se Fox pare proseguire e resistere al dolore, Bagley III invece si è nuovamente fermato per un infortunio al piede e resterà in sideline per altre due settimane!

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IL BILANCIO DEL SUPPORTING CAST

Buddy Hield e Bogdan Bogdanovic si confermano al top mentre Harrison Barnes e Bjelica costanti ma oramai non più migliorabili; lo stesso non si può dire sul resto della truppa, che non ha saputo sfruttare chance e minutaggio maggiore successivo alle assenze di cui abbiamo parlato e alla dipartita verso San Francisco di Cauley-Stein. La difesa migliora ma è uno specchietto per le allodole; l’apatia in avanti è clamorosa e con il genio Fox out dal parquet sono quasi 10 i punti per game in meno del 2018/19 e l’abilità nel passaggio veloce è rimasta un piacevole ricordo, costringendo a creazioni un po’ troppo ingegnose gli altri leader, peggiorati perciò nelle medie.

Se al rookie James si concedono le attenuanti del caso, ci pare bensì regredito Harry Giles, forse stilisticamente ancora troppo grezzo per certi prosceni e un po’ imballato da un fisico sovente straziato da acciacchi, idem Joseph, ottimo ricambio a Indianapolis, che qua al posto di De’Aaron non è andato oltre i 6 punti e 5 assist in 20 partite da starter. Lo stesso Holmes dai Suns, in buona progressione nello score e unico a sfruttare i buchi annuali sotto canestro, non ci sembra ricavare il massimo dalla rapidità atletica che lo differenzia rispetto alla maggioranza dei lunghi, specialmente nei rimbalzi in difesa. A regime ridotto in confronto alla preseason l’ex Hawks Dedmon, centro vecchio stile e con Walton allergico al tiro dalla lunga e rim protector poco affidabile; Ariza, ultimo tra i nuovi, prosegue infine la parabola discendente dalla sua onorevole carriera, e il biennale da 25 milioni, col senno di poi, poteva essere risparmiato.

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I COSTANTI MALUMORI INTERNI

Sacramento Kings vuol dire Vlade Divac, vero e proprio deus ex machina in questo lato di California, con Renedivè e soci che lo hanno eletto a tessitore di fila e unica mente decisionale del front office. Ormai alla vigilia del quinto anno di investitura nel team meno acclamato e privo di appeal dello stato dorato, può vantarsi da un lato di aver costruito un ottimo team completo nello starting lineup (Fox, Hield, Barnes, Bagley III e Holmes) e profondo e qualitativo come pochi nella seconda unità, con Bogdanovic, Joseph, Dedmon, Ariza, Bjelica e Giles, ma dall’altro non è immune a responsabilità per un clima spesso focoso e al limite all’interno dello spogliatoio e nelle stanze dei bottoni. La polveriera della scorsa stagione è culminata dapprima nei litigi tra coach Joerger e Brandon Williams, ex assistente GM, col serbo originariamente nel mezzo a fare da pacere, fino ad esplodere con l’accantonamento di entrambi a causa di un finale di stagione dubbio e sgradevole. L’arrivo di Walton, maliziosamente potremmo dire già alle “dipendenze” di LeBron a Los Angeles, stava forse a significare voler ammorbidire i malumori con un giovane agli esordi e perciò più aziendalista di altri, pronto ad obbedire ai diktat societari e in cerca di rivincite in un team da sempre agli antipodi rispetto ai Lakers, ma per l’appunto senza polso a differenza del predecessore. Infatti, se la fortuna ti volta le spalle e toglie uomini punta buoni a performare il tuo gioco fatto di ritmo e possessi in quantità industriale, l’assenza di carattere e sangue freddo diventa l’arma principale che talenti esuberanti e fumantini possono utilizzare per attaccarti!

Il tira e molla estivo sui rinnovi per Hield e Bogdanovic ha fatto il resto, dando così mai la certezza in pieno di voler continuare con loro, profili estrosi dai grandi mezzi ma probabilmente non top player in grado di cambiare la storia di un club. Il risultato è stato che il primo, accettando poi una riduzione (94 milioni per 4 anni) rispetto alle sue richieste, si sta inconsciamente comportando come se tutto gli fosse dovuto, da vera e unica superstar, lamentandosi in continuazione del minutaggio inferiore in frangenti clutch oppure della selezione dei tiri di Walton, dimenticando però le sue pecche nel lato difensivo. Il serbo punterà invece alla free agency 2020, quando sarà uno dei giocatori più richiesti, lasciando ora Sacramento con tutti i rischi che un caso del genere può comportare. Lo stesso Giles, senza team option, scende perciò in campo sapendo di non aver convinto in pieno e nei pochi minuti a disposizione e in una situazione già disperata per la Sactown non può più sbagliare. Al coach, la cui tranquillità latita pure per una brutta accusa di violenza sessuale fortunatamente superata, viene rimarcata mancanza di leadership e poca preparazione tecnica, e proteste o richieste di trade sono quasi quotidiane, Dewayne Dedmon l’ultimo!