NBA: la parabola di Anthony, da superstar a scarto di lusso

 

Con la notizia del prossimo taglio di Carmelo Anthony dagli Houston Rockets si chiude l’ennesima parentesi fallimentare dell’ex Syracuse, passato ormai da tempo dal ruolo di Superstar a quello di scomodo veterano “mangiapalloni” poco utile alla causa.

GLI INIZI E GLI ANNI D’ORO A DENVER

E dire che la carriera Nba di Melo era partita in maniera scintillante, arrivato a Denver dopo il grande trionfo NCAA (con la piccola umiliazione di essere scelto dopo Darko Milicic) e portando subito i Nuggets ai Playoffs nei primi due anni (21+6 di media nell’anno da Rookie).
Le qualità di scorer sono eccezionali, 28,9 di media nel 2007, 33 punti in un singolo quarto nel 2008, e nel 2009 raggiunge la finale di Conference con le irreali cifre di 27 punti, 5 rimbalzi 4 assist a partita nella post season. Accentratore senza dubbio, ma dal talento infinito.

IL PASSAGGIO A NEW YORK

Manifestata la volontà di lasciare il Colorado, Carmelo finisce ai Knicks squadra con cui rimarrà per 6 anni tra alti e bassi.
Non sboccia l’amore con Mike D’Antoni, ma l’uomo franchigia è lui e infatti l’ex Olimpia Milano lascerà i Knicks a fallimento del suo progetto.
Carmelo continua a segnare a raffica (62 punti contro i Bobcast nel 2014) ma nello stesso anno per la prima volta non raggiunge la post season.
La squadra peggiora (non solo per colpa sua ovviamente) e il suo gioco anche. La palla ferma e i tanti isolamenti non aiutano la crescita dei Knicks (complici confuse scelte dirigenziali) e la rottura definitiva arriva nel 2017 chiedendo una difficile cessione (visto l’alto ingaggio).

I BIG 3 DI OKC E UN DECLINO ORMAI INESORABILE

Oklahoma riesce a imbastire una trade accettabile e pensa di poter trasformare il talento di Melo in un valore aggiunto insieme a Westbrook e Paul George, magari partendo dalla panchina.
Ecco, diciamo che “Melo” e “Panchina” nella stessa frase non stanno benissimo, e già nella preseason si vedono tutti i limiti caratteriali del giocatore.

La stagione infatti è fallimentare, la peggiore statisticamente della sua carriera e si vede sempre maggiormente come il suo gioco diventi sempre meno adatto alla Nba moderna. Il mid-range tende a sparire e Melo perde fisiologicamente di esplosività atletica rifugiandosi in un tiro molto ondivago (35% da 3).

HOUSTON, WHY?

Arriva la firma in estate per Houston, di nuovo con Mike D’Antoni (e questo francamente diventa difficile da spiegare), in un contesto di gioco che sembra andare contro tutto quello che è Carmelo Anthony. Ossia gioco rapido, tiro da tre ma soprattutto guardare CP3 e Harden inventare. Viene difficile pensare a Melo nell’angolo ad aspettare. Infatti l’amore non sboccia ed è già al capolinea, facile capro espiatorio di una situazione sulla quale lui ha una colpa marginale.

In fondo il male di Houston è aver perso una panchina solida (Ariza su tutti) e non è possibile compensarla con il solo Melo che non ha mai avuto quella solidità difensiva che a Houston serve.

E adesso? Cina? Lakers? (giusto perchè c’è l’amico Lebron) Perchè qualcuno dovrebbe ancora scommettere su di lui?

Certo il “Fiba Melo” ha regalato pagine storiche con la nazionale USA, ma la NBA è un’altra cosa e gli avversari sono ben altra cosa. Una carriera iniziata in maniera scintillante, un talento spaventoso, ma sembra ormai giunto tutto al termine.

Melo può non essere un pozzo di simpatia, ma un po di magone c’è, in attesa del prossimo (e forse ultimo) capitolo della saga.