NBA: LaMelo Ball, One of Basketball Androids

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LaMelo Ball

Basketball Android. Sarebbe impossibile non chiamarlo diversamente, specie per quello che papà Lavar ha fatto di lui, fin dalla tenera età. Lo stesso patto faustiano che legò papà “Press” Maravich a suo figlio “Pistol Pete”, con LaMelo pronto a diventare una superstar scintillante nella NBA per la gloria di suo padre, anche se – al momento – di scintillante resta solo la dentatura che il ragazzino si è regalato per il suo primo contratto americano. NON – e il maiuscolo è doveroso – il suo primo contratto professionistico: volente o nolente passerà alla storia come il più giovane americano che ha mai strappato un contratto. E sul campo – come nella vita – vive ogni azione con una nonchalance di fondo di quelle che lo possono portare ad arrestarsi a metà campo e sparare un missile da tre che troverà il fondo del secchiello.

Nasce con qualche settimana di anticipo rispetto al solito ed è uno scricciolo. Mamma Tina lo vuole vicino a sé ma il marito si impone e fin da quando riesce a muoversi senza gattonare ha uno Spalding tutto suo e non può muoversi senza, ha una stanza da solo che deve rassettare ogni sera e deve sempre tenere il passo dei suoi fratelli più grandi, qualsiasi cosa essi facciano. Specie quando si tratta di pallacanestro…

GAMBLIN’…

Se poi, una volta arrivati all’età giusta, hai iniziato la carriera con un record di 65-3, in queste 68 gare sei partito titolare e leader di Chino Hills, significa che hai talento e puoi sfondare, che quei sacrifici non sono stati vani. E, di sicuro, nel sistema scolastico americano, hai riflettori e osservatori ben attenti che già proiettano ombre e vogliono predire il futuro. Nella vita di LaMelo, a voler essere sinceri, quando tutto sembra scritto le carte cambiano: papà Lavar gli mette in mano qualcosa di nuovo e tutto cambia. A due anni era il pallone da basket, a tre è stato lo spray freddo per giocare forte in uno contro uno con i suoi fratelli, a 16 è un biglietto per un paese lontano chiamato Lituania. A conti fatti, va in uno stato che ha una popolazione complessiva che è minore del numero – già allora – dei suoi followers su Instagram, ma LaMelo si fida. Vytautas Prienai, modesto team di LKL, dove tutti lo guardano strano e la vita è simile a una sit com, con papà e LiAngelo sempre intorno e il “soggiorno” – ben documentato dai suoi social – in una Mineral Spa 24/7. Se poi ci aggiungiamo che la piccola cittadina si è adeguata alla famiglia Ball, con un piatto del luogo ribattezzato e Lavar chiamato a far da giudice a un contest locale, il più è fatto. Ma il basket sta a parte.

Coach Seskus lo chiama “chipmunk” per la sua capigliatura stramba e per l’essere quel marmocchio indemoniato che è lo scoiattolo dei cartoni animati da cui ha preso il nickname, ma non può negare il suo talento. Neanche quando tira dal parcheggio del palazzetto, volontariamente, anche se non siamo nel garbage time. Per questo spesso viene fatto sedere, per questo Lavar e coach Seskus litigano. C’è tanto di pubblicitario nella vita di LaMelo, impegnato a essere il simbolo del BBB Big Baller Brand, ma che nelle “esibizioni” lituane scrive anche una tripla doppia da 40 punti, 11 assist e 10 rimbalzi. Il resto è una vita girando in Lamborghini, vedendo la neve per la prima volta e continuando a starsene in giro con quella palla in mano, come se fosse l’ultima e l’unica cosa importante.

OTHER SIDE OF THE WORLD

Se la Lituania sembrava lontana, dopo l’apparizione, o meglio il delirio dei Los Angeles Ballers, la scelta di andare in Australia è sintomatica di un ragazzo che il college ha deciso di saltarlo e di boicottarlo. Prima del gran numero di giocatori che andranno in G-League, lui ancora una volta brucia i tempi, firmando con gli Illawarra Hawks. E dire che già dai 13 anni era “committed” a UCLA. Nella terra dei canguri si diverte, piazza anche due triple doppie consecutive, ma tra qualche infortunio e screzi in allenamento decide di rescindere a gennaio e di prepararsi al draft. Cosa che comunque ha portato alla terza chiamata da parte di Charlotte, quindi tutto sommato un grande risultato.

Quello che però lascia trasparire questo giocatore, che in prestagione NBA ha esordito con due assist dietro la schiena e qualche tripla in gara due, è la semplicità di creare e disfare. Se la prima palla che tocca è una magia non è un caso, se poi nella sua stessa serata di debutto finisce con 0/6 dal campo questo è altrettanto incontestabile. Però Charlotte e la squadra che si ritrova non sono banali come si potrebbe pensare. Bridges, Monk e Haiward non sono giocatori comuni e lui sembra già sulla strada giusta per innescarli a dovere. Non è detto che partirà titolare, ma quando è sul campo ce ne si può accorgere, molto più di quel che capitava con suo fratello Lonzo, che ha avuto il merito il descriverlo in una canzone. Brucia i tempi ed ha un talento sconfinato, ma ha soprattutto il coraggio di fare partite in cui nonostante le percentuali siano bassissime, lui continuerà a tirare e giocare la sua pallacanestro old school. E se il motto di Pistol Pete era vero, magari un giorno vedremo una partita di LaMelo in cui farà 40 tiri e li segnerà tutti, chissà se anche allora sarà per vincere…