NBA: LeBron James è un cyborg, ma ricordate i suoi infortuni in carriera?

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LeBron James

LeBron James è sempre in campo: questa è una costante. Non è certo per lui che Adam Silver qualche anno fa vergò la disposizione sui “riposi” che non potevano essere concessi senza un reale motivo sanitario. Sarebbe scontato sottolineare che una squadra “con LBJ” è una cosa, mentre senza è un’altra, ma tale assunto vale la pena di essere citato in quanto, statistiche alla mano, sono stati davvero pochi gli infortuni che hanno segnato la carriera di King James. È vero che la componente fortuna/sfortuna gioca un ruolo chiave, ma parlare di LeBron James è come parlare del cambiamento di una lega, cosa che non avveniva dai tempi di Jordan. Il giocatore attualmente ai Lakers ha cambiato se stesso, la sua persona ed il suo fisico nel corso del tempo e non lo ha fatto con un nuovo look o un tatuaggio. Ha dovuto adeguare il suo fisico e la sua muscolatura al cambio del gioco, ma anche e soprattutto al cambio del “suo” modo di concepire il parquet. Senza grandi probabilità di smentita, dopo Magic Johnson, è l’unico che in NBA avrebbe le caratteristiche per stare in ogni ruolo e fare la differenza. Sarà interessante vedere come tornerà dai box dopo questo pit stop forzato.

LeBron James

LEBRON INFORTUNATO? UNA NOVITA’…

Dal 2003-2004, anno da rookie, fino ad oggi, sono davvero pochissime le partite saltate per infortunio da LeBron. Il dato non è meramente statistico, perchè parliamo di un giocatore che in carriera, è sempre andato oltre i 35 minuti di media a partita, per non dire che quando la palla scotta, dove quel minutaggio sfiora anche i 45 minuti. Eppure nonostante un impiego massiccio, che si è riscontrato specialmente nel primo stint di Cleveland d’inizio carriera, le gare saltate per infortunio sono soltanto 3 a causa di una caviglia girata. Affaticamenti muscolari di varia natura con una gara di riposo al massimo, sono le altre motivazioni che non gli fanno raggiungere gli 80 gettoni nelle regular season, mentre quando si è andati ai playoff, qualsiasi sia la squadra, lui è stato presente, anche quando nell’anno 2008-2009 ha giocato (e perso) contro i Celtics con un gomito fuori uso. Le scene del medico che se lo è visto davanti – tra l’altro siparietto curioso visto che era un tifoso bostoniano – sono da guinness dei primati per ilarità, e il suo sconcerto per come avesse potuto far sudare Pierce, Allen e Garnett con quel braccio fuori uso sono solo il termine di paragone per la stima che non si può non provare.

L’anno dopo esce ai playoff contro gli Orlando Magic, nella famosa partita in cui imita i Pistons contro i Bulls non andando a stringere la mano all’avversario vincitore, ma non va in vacanza, anzi. Scoperto un tumore (poi rivelatosi benigno) alla bocca si reca il giorno la gara dopo in ospedale per essere operato, senza clamori e senza perdite di tempo, perchè ha fretta di tornare in palestra. Non so di che squadra fosse tifoso quel chirurgo, fatto sta che lui in ospedale non ha gran voglia di starci, 15 giorni dopo è già a sgomitare in palestra. Negli anni di Miami si ricorda poco fuori dal campo e se nel 2011/2012 nelle statistiche si leggono solo 62 gare a referto, dipende solo dal lockout di inizio anno. Si arriva ai Lakers, ma non ancora ai giorni recenti, e qui la situazione cambia, non solo perchè non arrivano i playoff, ma perchè in un anno, minimo assoluto, sono solo 55 le partite a referto per LeBron.

Lo davano per cotto e bollito quando a Natale 2018, giocando “sul dolore” si era stirato all’inguine. Era la fine del ciclo dei Lakers giovani, che senza il loro leader, perdevano 12 delle 18 partite che il “re” era costretto a saltare. Un infortunio che sembrava meno grave in avvio ma che di fatto era il più cocente della sua carriera. Eppure, come usciva dalle parole della sua personal trainer Karen Joubert, quello che LeBron aveva fatto per rientrare era qualcosa di assurdo. In sei settimane aveva recuperato da un infortunio che avrebbe richiesto 6 mesi, e nelle sue frasi è citata tante volte la parola “pain” ossia dolore. Come se dal dolore nascesse la grandezza di King James.