NBA: l’ineffabile destino di Dallas

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Come ci si può spiegare che una squadra che vince tre gare in trasferta sia poi eliminata al termine della serie playoff? Verrebbe da dire che è Dallas e una parziale giustificazione la avremmo. Sono stati i primi a essere sconfitti in una serie 1 vs 8, dalla Golden State “squadra mitica ma mai vincente” di Don Nelson, han perso una finale con Miami in cui neanche il cuore e il talento di D-Wade avrebbero potuto far la differenza, e ne han vinto un’altra con a roster gente del calibro di Brian Cardinal. Tutto ed il contrario di tutto. Maverick, forse il miglior pilota dell’accademia di volo, ma non quello che ha vinto il trofeo Top Gun.

CLIPPERS’ FATE

Se è pur vero che Dallas affrontava i sempiternamente perdenti Clippers, la serie non è stata decisa da episodi, ma dalla capacità delle due squadre di riprendersi dopo alcune defaiance. Il punto è che se queste risposte fossero arrivate dopo le sconfitte, tutto sarebbe normale, eppure queste situazioni di improvvisi capovolgimenti di fronte si sono verificati durante varie fasi delle partite, con parziali e controparziali degni di un ottovolante. Los Angeles in gara 7, dopo un inizio balbettante in cui è stata salvata, tenuta in piedi letteralmente da Terence Mann – che non sarà lo scrittore de Field of Dreams ma ha dato il suo contributo, nel bene e nel male – è stata trascinata da un Kawhi Leonard ispiratore in attacco ma soprattutto chirurgico in difesa. Ha chiuso su Doncic prendendolo in single coverage, ha capito dove sarebbe andata la palla e si è assicurato che non finisse nel canestro. Un 17-3 che ha indirizzato la gara, decidendola di fatto, nonostante la strenue risalita dei Texani.

Eppure George è apparso sottotono o comunque troppo discontinuo, Jackson a spizzichi e bocconi, addirittura Rondo è stato utilizzato a portare ordine e Morris ha avuto impatto, questi Clippers potevano e dovevano essere battuti da una Dallas che ha avuto sempre le sue chances. Perchè il fato è stato avverso? I Mavs han fatto tanto in fase di costruzione della squadra, han allungato il roster, han allargato le rotazioni, eppure quando si vanno a guardare gli highlists è Doncic, Doncic, sempre e comunque Doncic. L’emblema di tutto questo è stata gara 7, quando nel momento di rottura, la squadra si affidata all’hero ball dello sloveno, con 4 giocatori letteralmente a guardare e l’ex Real a provare a inventare. Nulla di male, ne esistono di squadre così, ma almeno una presenza a rimbalzo sarebbe stata gradita. Le cifre dell’ultimo atto non mentono. Fin quando i texani sono stati avanti o comunque a stretto margine, il vantaggio a rimbalzo era tutto a favore dei biancoblu ed era anche largo. Da quel parziale la situazione si ribalta, con coach Carlisle che è stato costretto suo malgrado a caricare di minuti Marjanovic, alla fine un eroe vero, accoppiandolo con Kleber, visto che il lettone non girava.

CARLISLE NELL’OCCHIO DEL CICLONE

Fermo restando che di polemiche su un coach che perde una serie se ne fanno a iosa, eliminando anche i tanti commenti italici che avrebbero visto volentieri Melli sul parquet, per provare qualcosa di diverso, qualche scelta del coach di Dallas è discutibile. Non tanto in senso di uomini, quanto di personalità. Al di là che Doncic, che è un brevilineo ci mancherebbe, non ha la stessa struttura fisica di un LeBron e che forse si deve ancora ben capire come gestirlo, il resto è andato al macero. Hardaway jr è progressivamente calato di rendimento, Finney-Smith è invece salito di giri, ma ha limiti di talento enormi da colmare. Kleber e Marjanovic sono noti agli uffici per i loro pregi e difetti, ma la grande incognita è sicuramente Porzingis. Da quando è tornato dalla inenarrabile serie di infortuni, il lettone non è mai stato il giocatore che ha quel contratto – che ora Dallas spera di cedere.

Molle a rimbalzo, poco tosto in difesa, poca palla in mano in attacco, la scelta di Carlisle di toglierlo dalla partita nel momento decisivo è forse arrivata troppo tardi. Un errore scusabile data la caratura dell’ex Knicks, ma che non è andato forse giù al pubblico di Dallas, che già patisce e non poco le traversie dei Cowboys, ma che sperava in una piccola soddisfazione dal suo figlio minore della pallacanestro. Ed invece si parla di Doncic, dei suoi numeri, dei suoi record e di uno sconfinato talento che forse non ha eguali, se non Drazen, per una guardia del vecchio continente al 100%. La conclusione del cerchio è la faccia sconsolata di Dirk Nowitzki all’ennesima tripla aperta costruita sul pop o sul roll del primo blocco in punta per Doncic. Sicuramente lui, uno che si è costruito da solo e che ha dovuto sgomitare per affermarsi, una di quelle conclusioni l’avrebbe mandata a bersaglio. Ecco la differenza tra una squadra vincente ed una potenzialmente vincente: non ci si sofferma sui propri talenti per vincere, ma si migliorano le proprie debolezze per alzare l’asticella. Ed in questo Dallas, purtroppo, è stata carente, mentre le vecchie volpi dei Clippers, in stile GTA, han saputo fare la voce grossa. E Kawhi, che vestito con i colori neroargento per l’occasione ha ricordato altri tempi, ha fatto il resto.