NBA Live dal Chase Center: Thunder vs Warriors e Gallinari

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Thunder
Luca Francesconi Backdoor Podcast

I Thunder visitano gli Warriors in un maledettissimo lunedì alle 7.30 di sera: un’ottima scusa per parlare di altro.
Non è snobismo: i Golden State Warriors versione 2019-2020 non solo non sono degni del titolo di vice-campioni NBA in carica, ma probabilmente non sono nemmeno una squadra da NBA, punto.
Attualmente sono una banda di scappati di casa, senza se e senza ma, e a guardarli scaldarsi da qui con i super poteri di Backdoor Podcast -da così vicino che praticamente i giocatori li odori- i sospetti vengono confermati tutti.

La stagione dei californiani, partita con le premesse sbagliate per l’affare KD ed il ginocchio di Thompson, è continuata all’insegna degli infortuni e del “perdere e perderemo” per citare la famosa frase del presidente della Longobarda allenata da Oronzo Canà.
Che i giallo-blu si siano lanciati in uno storico “tanking” oramai è fuor d’ogni dubbio.
Troppo ghiotta l’occasione di tirare il fiato dopo 5 anni, recuperare tutti gli infortunati con la giusta calma, capire cosa fare dei contratti di Russell, Cauley-Stein e Green, prendersi una buona scelta al draft e fare qualche ammiccamento extra a quel ragazzo greco chiamato Giannis, che sarà free agent fra un annetto abbondante.

 

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Benvenuti al Chase Center per @warriors vs @okcthunder #nba #thunder #warriors #chasecenter #danilogallinari #okc #sanfrancisco

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 #Siamo questi

I Warriors, adesso, sono questi: prendere o lasciare. Una squadra allo sbando, con la sola speranza di pescare qualche giocatore di rotazione da questa cozzaglia oscena di lineup che schierano partita dopo partita. Giudizio forse severo, lo so, ma probabilmente giusto.
Metaforicamente, dall’altra parte del ring -anche se dai rumori della folla più che un incontro di boxe potrebbe sembrare una gara di curling- ci sono i Thunder, quelli che avevano smantellato tutto, perdendo Harden, poi Ibaka, poi Durant, poi Oladipo, poi George e Westbrook, e invece…

E invece niente: altro flop. 5 vinte e 10 perse, ampiamente fuori dai playoff in una conference profondissima e con poche idee sul futuro. Gli assets ci sarebbero pure; Shai Gilgeous-Alexander, Paul e Gallinari hanno certamente valore, ma non sono (o non sono più, nel caso di CP3) delle stelle di prim’ordine e, nonostante la guida di Sam Presti, tutto fa pensare che la ricostruzione sarà molto molto difficile.
Tirando le somme, per tutte e due le squadre, il presente è fatto solo di incertezze, rumors e tante L (sconfitte) nella speranza che in queste 82 partite una qualche luce in fondo al tunnel appaia per lo meno visibile.
Ma di che vi parlo allora se di basket qui ce n’è poco (a meno che non abbiate tendenze autolesioniste o sadomaso-feticiste e vi solletichi il palato un fine primo quarto 26 a 23 per i Warriors (!) con i seguenti quintetti:

Warriors: Poole-Spellman-Bowman-Robinson III-Chriss

contro

Thunder: Bazle – Nader – Adams – Schroder – Burton.

(se avete fatto una faccia dubbiosa leggendo qualche nome non preoccupatevi, io li ho dovuti copiare dal jumbothrone uno per uno)

 Parliamo d’altro…

L’unica cosa da fare è usare queste due squadre come pretesto per toccare altre tematiche secondo me più interessanti:

  1. Qui, a San Francisco, il basket non è fondamentale. Ho scritto a San Francisco, ma il concetto ben si applica in molte arene USA.
    La regular season NBA è anche questo, la NBA è anche questo: spesso più uno show di contorno che si perde per strada il piatto principale. Se così non fosse ‘sto palazzetto oggi non sarebbe pieno. Non è straripante, non fraintendetemi, ma sono positivamente sorpreso dal numero di partecipanti all’evento.
    Tifosi veri, direte voi. Invece è la risposta più sbagliata di tutte. Sono i glam-fan occasionali di San Francisco, un po’ spenti e asettici, quelli da due “D-E-F-E-N-S-E” qui e li e qualche “buu” a Chris Paul, ma non per motivi razziali. I colori sociali sono giallo e blu ma non siamo a Verona.
    Sono turisti, tifosi occasionali, francobollisti, e tutti vanno via con il sorriso (solitamente 5-7 minuti prima della fine) dopo aver pagato almeno 150 200 dollari per vedere la gara, questa gara oscena, con i binocoli.
    Riflessioni e conclusioni, buone e cattive, le lascio tutte a voi.
  2. Nonostante tutto non sono molto sorpreso: questa gara è una perfetta fotografia dello stato dello stato di salute della NBA versione 2019.
    Dite che sono io pessimista? Date uno sguardo alle ultime dichiarazioni della lega, del commissioner e della Nike (sempre e comunque mano invisibile dietro a tutto)…

A far preoccupare la NBA è stato uno storico ribasso del rating TV (e quindi di incassi) dopo appena 15 gare di una regular season annunciata come sensazionale. Ovviamente c’è un po’ di sfiga di mezzo per cui tra alcuni progetti che non decollano (Utah, Warriors, Denver e Nets fra tutti) infortuni qui e lì (Zion e Curry, per dirne due), un GM (Rockets) che con un Tweet ti mette contro un miliardo e rotti di persone, ma si ha la netta che non tutto giri per il verso giusto e che tanti nodi stiano finalmente venendo al pettine.

Gli ultimissimi rumors dicono che i cambi, grossi, nella riorganizzazione della regular season e del seeding per l’accesso ai playoff potrebbero arrivare già da Aprile prossimo ed essere effettivi nella stagione 2020-2021.
Più del numero di gare (secondo me comunque eccessivo), che dovrebbe diminuire leggermente e la riforma del playoff, che spazzerebbe via la divisione per Conference della lega (accesso ai playoff solo per le 16 con il miglior record a prescindere da Est e Ovest) a me sembra che stiano provando a fare un leggero ritocchino, un maquillage veloce, per passare di nuovo la mano su temi fondamentali come:

  • Limitare o meno la player mobility per difendere e legittimare i mercati minori.
    Ritenevo molto intellignete la proposta (ovviamente ignorata) di legare i contratti e i massimi salariali anche al risultato delle franchigie. Resterà una grande occasione persa e le soluzioni messe sul tavolo (che prevedono solo delle leve di tipo economico) non mi convincono affatto.
  • Riforma congiunta di playoff e lottery in modo da disincentivare il tanking
  • Mettere qualche paletto al load management dei giocatori. Questione molto di moda quest’anno per colpa/merito di Kawhi Leonard (ma sempre esistono in varie forme dai Bulls di Jordan agli Spurs di Popovich).

 

Tutte questioni che stanno trasformando (secondo me in peggio) la NBA. Voi che ne dite?

P.S.
Per quelli interessanti, i Thunder con una (prevedibile) rimonta caratterizzata da un ultimo quarto da 26 a 14, si portano a casa la vittoria.
Sufficiente Gallinari: con 5 su 12 dal campo e 15 punti totali,
Chris Paul MVP della gara (20 punti a tabellino per lui) fondamentale nei momenti ad alto peso specifico.

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