NBA, New York Knicks: Julius Randle, la ballata del dubbio

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Un conto è conoscere, sapere. Un altro è rendersi conto, ottenere consapevolezza. In un primo momento l’insegnamento può essere apprezzato superficialmente, accolto con minima decisione e minimo sforzo, quasi più per riverenza che per convinzione. Ma se il mentore è dotato di autorità e carisma riconosciuti e l’allievo decide di squarciare il velo di Maya che lo ha condannato sino al momento alla superficialità, ecco che la miscela è calibrata perfettamente. Ogni componente nella giusta percentuale. Ogni elemento reagisce con gli altri per formare un composto migliore. Non preoccupatevi di eventuali scintille o cortine di fumo: sono propedeutici a ottenere il connubio desiderato. E non accorrete, non abbiate fretta: il tempo di decantare è sacro e inviolabile. Tutto e subito, in chimica, non vanno d’accordo. Per far sì che il sistema ritrovi una parvenza di stabilità e si adatti alla nuova perturbazione senza subire danni, occorre attendere. Anche se costa fatica. Julius Randle e New York, sponda Knicks. Una storia di resilienza.

TEMPO AL TEMPO

Punti segnati. Percentuale da tre punti e ai liberi. Rimbalzi offensivi e difensivi. Assist. Palle rubate. Plus minus. Solo per citare quelle tradizionali. Perché se dovessimo elencare quelle avanzate abuseremmo dei caratteri a disposizione. E guai a far innervosire il direttore e chi cura l’editing… Quella di Julius Randle è definibile a tutti gli effetti breakout season. Un’annata iniziata tra i dubbi e lo scetticismo generale, condita ogni sera da una prestazione sempre più sorprendente e convincente. Tanto sono i Knicks, dove vuoi che vadano? Ormai sono la barzelletta dell’NBA. I giovani sono anche buoni, il rookie Obi Toppin promette bene. Ma hanno un allenatore rimasto ai concetti di ormai un decennio fa. Pochissimi sono disposti a scommettere un centesimo sulle sorti di una franchigia tanto cool e attrattiva quanto mal gestita e poco credibile se si inizia a parlare di pallacanestro giocata. L’escalation, però, è rapida. Sì, ma tanto adesso crollano, nel lungo periodo sono destinati a normalizzarsi. Sono corti, poco profondi. Anzi: visto che dovrebbero tankare stanno vincendo troppo. Sempre più rapida. La squadra è buona, per carità. I risultati sono ottimi, e Quickley sembra impossessato dal demone di Jeremy Lin. Ma prendere Rose e Gibson in questo basket ha ancora senso? Tanto vale richiamare anche Noah e Boozer… Rapidissima. Ok, ci arrendiamo: i Knicks ai Playoff. Fa ridere solo a pensarci, ma va bene così. In un anno così tutto era effettivamente possibile. Altro che asterisco, qui ci vogliono anche parentesi, cancelletto e virgolette. Inguaribili, insaziabili scettici.

Fonte: Overtime

Doubters. Nella vita di Julius sono una costante morsa alle calcagna. Lo rincorrono si dai tempi della Prestonwood Christian Academy di Plano, Texas. Scuola cristiana e di cristiani, per volere di mamma Carolyn. Pur essendo ritenuto uno dei migliori prospetti a livello nazionale, Randle non convince sino in fondo gli scout. Troppo piccolo per dominare sotto canestro, troppo robusto per essere un esterno efficace, troppo lento per contrastare i tanto in voga stretch four. Ma la mano mancina canta. Con in mano le offerte dei migliori atenei del paese (Texas, Kansas, Florida), Julius viene reclutato da coach Calipari. L’edizione 2014 dei Kentucky Wildcats è iconica (uno dei simboli ha appena finito di concludere al ferro un alley oop di Peppe Poeta, savasandir). Le statistiche personali di Julius sono storiche: nemmeno DMC e Anthony Davis avevano collezionato così tante doppie doppie punti-rimbalzi nel loro primo e unico anno sotto Calipari. Ma non è sufficiente. Nella nativa Dallas, davanti a famiglia e amici, Julius stecca l’appuntamento principe. UConn, capitanata da un incredibile Shabazz Napier, condanna Julius e i gemelli Harrison a una sconfitta cocentissima. Egoista. Perdente. Assenza di leadership. Ma la mano mancina canta.