NBA: la storia di Joel Embiid, figlio del Camerun a Philadelphia

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Il grande successo dell’NBA, sia come lega che come sport più in generale, sta nell’appassionante spettacolo che i suoi protagonisti sono in grado di regalare e nella emozioni che sanno suscitare. Una passione da definirsi totale, in quanto fondata sulle diverse sfaccettature che il basket americano, come fenomeno di massa nel suo insieme, sa esprimere.

Più nello specifico sono i retroscena, quei piccoli grandi elementi di contorno fuori dal parquet, a fare la differenza, rendendo le stelle realmente tali. Fattori che, nel caso di Joel Embiid, danno un quadro significativo sul percorso intenso e travagliato che la stella di Phila ha dovuto affrontare, dall’esordio nella lega dei grandi fino a oggi.

THE ONLY WAY IS THROUGH

Il valore del centro di Philly, da un punto di vista prettamente sportivo, è noto a tutti. La carriera di The Process è indissolubilmente legata al percorso di netta e costante crescita vissuto insieme ai Sixers, processo che lo ha portato ad essere la stella che è oggi a tutti gli effetti.
Quello che invece è meno noto è il principio della sua avventura, di quel viaggio che lo portò dall’essere notato da Luc Mbah nei campi di Yaoundè fino al parquet del Wells Fargo Center. La storia viene raccontata direttamente da lui in articolo di “The Players Tribune”, un pezzo nel quale Joel dedica tutta la sua passione, i suoi sforzi e i suoi sogni al fratello Arthur, prematuramente scomparso alla giovane età di 14 anni.

The only way is through“.

Tradotto, “la sola via è attraverso”, quindi vivendo, proseguendo nel proprio cammino senza mai arrendersi. È questo il motore che ha guidato la sua storia, il suo percorso, fin da quando a 16 anni abbandonò, per ferrea volontà del padre, i pomeriggi a FIFA insieme al fratellino per muovere i primi passi al Moute’s basketball camp. Quindi il trasferimento negli Stati Uniti, gli anni al college in Kansas e la chiamata come terza scelta assoluta al Draft nel 2014, da parte di Philadelphia.

Un’infinita moltitudine di vicissitudini hanno posticipato la riunione con Arthur di 3 anni. Il sogno di vedere il fratello giocare contro stelle come Bryant, Curry, Durant e molti altri non si è mai realizzato. Da lì un bivio dettato dall’oscurità del momento, se proseguire o mollare tutto. Un’eventualità, quella di lasciare fin da subito il basket, a detta dello stesso Embiid concreta, dal momento che non sentiva più dentro di sè autentici stimoli. La soluzione migliore fu quella di continuare ad allenarsi, a migliorare e a lavorare, per mandare avanti il sogno del fratello, una speranza che non si è mai spenta.

PHILLY HAD MY BACK

I Philadelphia 76ers. Più che una squadra, un’autentica famiglia per il giocatore, che ha saputo credere in lui permettendogli di realizzare il proprio sogno: portare avanti la volontà sua e di suo fratello. I piani alti dei Sixers hanno saputo aiutarlo nel recupero della doppia operazione per una frattura al piede destro. Una fiducia ben ripagata dal centro camerunense.

Dopo 2 anni di intenso lavoro, fatto di recuperi e miglioramenti, Embiid fece il suo esordio nell’NBA, totalizzando 20 punti alla sua prima uscita contro Oklahoma e conquistando soprattutto l’amore e il supporto di un popolo, quello di Philly, che non l’ha mai abbandonato. Dall’inclusione nell’NBA All-Rookie First Team nel 2017 (fu il secondo rookie, dopo Allen Iverson, a realizzare 20 punti in 10 partite consecutive) alla doppia convocazione nell’All-Star Team, nel 2018 e nel 2019, fino a diventare, giorno dopo giorno, ciò che è oggi, uno dei migliori centri della lega e del mondo, una delle stelle indiscusse dell’NBA e del basket più in generale.

Un rapporto, quello coi Sixers, che a detta di Joel “it’s way bigger than basketball“. Un legame forte e indissolubile con la propria squadra, nel bene e nel male. Dalla paura del giudizio del proprio pubblico di fronte a tanta attesa alla completa maturazione, figlia della fiducia reciproca fra lui e quel popolo che ne acclama il talento, sempre e comunque.
Soprattutto nei momenti più duri, ricordando in particolare quella gara 7 della passata stagione contro Toronto. A uscire vincitori furono i Raptors grazie al leggendario buzzer beater di Kahwi Leonard che consegnò ai Raptors le finali di Conference contro i Bucks. Le lacrime versate per quella sconfitta consacrarono l’impresa dei Campioni NBA; il popolo di Philly, del resto, sostenne la squadra e ne riconobbe il valore indiscusso.

I’M TRYING TO WIN A TITLE!

I’m not trying to win a debate. I’m trying to win a f***** title.

Con queste parole Embiid chiude il proprio pensiero. Le parole, nel basket così come nella vita, stanno a zero se fini a se stesse. Ciò che più conta sono i fatti, quei gesti che rendono indimenticabili il proprio gioco e indimenticato il proprio nome per le persone importanti, quel popolo di Philadelphia che lo ha sempre sostenuto. Come allora, così oggi.

Sì, perchè la determinazione vista nel volto e nelle giocate di quei Raptors che sconfissero il pronostico di tutti e conquistarono il titolo fu e rimane tutt’ora di ispirazione per Joel. Per lui così come per tutti i Sixers, una squadra che intende porre tutti i propri sforzi al servizio di quei fatti che stanno alla base del successo.
Le difficoltà, in una lega così di alto livello e combattuta come quella attuale, non sono poche. Il sesto posto a est ne è una lampante conferma. Ma il percorso è tracciato: sta a Philadelphia e alla determinazione dei propri campioni, adesso, riuscire a realizzare i propri obiettivi, quei sogni che consacrano nell’Olimpo del basket.

(Fonte immagine di copertina: clutchpoints)

 

Stefano nasce il 19/11/1996 a Vigevano, vicino Milano. E' Studente di Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano. Sin da piccolo coltiva la grande passione per il giornalismo, in particolare quello sportivo, per il calcio, il basket e lo sport più in generale. Il suo sogno è quello di trasformare tutto ciò in un lavoro.

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