NBA playoff: Spurs-Nuggets, un finale in calando

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Tutto potrebbe ridursi alla domanda sul perchè, 28 secondi alla mano, gli Spurs abbiano scelto di non fermare il cronometro e sfidare i nervi di una Denver che vedeva gli avversari rimontare ed avvicinarsi sempre di più, dopo una gara che era sempre stata in loro controllo. Popovich griderà a più voce di fare fallo, con lui coach Messina, ma la verità è che San Antonio, ancora una volta, è sembrata una squadra scollegata per certi versi dall’indole del gioco, figlia più delle prestazioni dei propri frombolieri che non, come è sempre accaduto nella dinastia nero-argento, capace di arginare col collettivo alle vicissitudini del campo. Anche Denver, che passa il turno e inizierà ora la scomoda serie con Portland, esce ridimensionata da una sfilza di 7 partite in cui non ha saputo dare continuità nè alla sua pallacanestro nè ai suoi violini, con la sola plausibile eccezione di quel Nikola Jokic che, ancora una volta, ha scritto una tripla da antologia nell’atto conclusivo.

QUANTO PESA LA DIFESA?

Difesa di sistema: un concetto che ha accompagnato entrambe le squadre. San Antonio, specie in gara 4 e 5, non è riuscita a limitare i frombolieri di Denver. Ha provato anche a “battezzare” qualcuno, ma nel compenso si è ritrovata sotto un macigno di 20 punti che hanno costretto Pop a mettere insieme il quintetto delle riserve per quasi tutto il quarto periodo. San Antonio ha fatto sua la gara, invece, quando ha gestito il ritmo, ha limitato gli avversari (vedi gara 6) ma soprattutto ha retto nella lotta a rimbalzo, dove sinceramente l’atletismo di Millsap e la poliedricità di Jokic hanno avuto la meglio – ed in maniera devastante – sul buon Aldridge e sul generoso Poeltl. Eppure, leggendo le statistiche di gara 7, che vanno pesate parecchio, il 10% dalla lunga distanza dei Nuggets era la miglior condizione possibile per provare il colpaccio per San Antonio, che invece ha peccato in attacco. Coach Pop, dopo un primo quarto inguardabile in cui, anche col canestro allargato, non entrava un pallone che non fosse stato tirato da Rudy Gay (più o meno stesso copione anche per il secondo quarto) riteneva che tutto sommato uno svantaggio inferiore ai 10 punti fosse una manna dal cielo, quando invece dovevano essere molte di più le lunghezze di svantaggio.

Quando gli Spurs entrano in partita – nella decisiva – non è troppo tardi, anzi, uno svantaggio di 17 punti che viene limato fino al -2, è la condizione perfetta per poter provare a ribaltare il fattore campo, eppure la differenza la fanno le zero palle perse nel secondo tempo dei Nuggets e due rimbalzi offensivi nel finale di Millsap su cui arriverà anche quel jumper di Murray beffardo che elimina i neroargento. Coincidenze? Si è sempre detto della discontinuità in attacco del gruppo texano che, senza troppi fronzoli, vive anche e soprattutto di percentuali dall’arco che sono alte così come i tiri presi e costruiti. Tradita in attacco da DeRozan e Aldridge, che han dimostrato, anche al netto dei numeri, di non avere nella continuità il proprio fattore X, non è un caso che siano stati il più esperto, ossia Rudy Gay, e il più sfrontato e giovane, Derrick White, di pura inerzia a spingere San Antonio verso l’impresa, poi sfumata.

DENVER RULES: IL PESO DELL’ATTACCO

Con una squadra di talento ondivago, serve sempre agli uomini di coach Malone una certezza, che risponde puntualmente al nome di Nikola Jokic. Al di là dei numeri, nessuna squadra può permettersi un pivot che crea dal palleggio e sa essere efficace sia nel mid-long range, che soprattutto a rimbalzo. Riempire l’area non è la prima opzione per i ragazzi del Colorado, eppure nelle fasi chiave della serie c’è sempre un post ben gestito oppure un uno contro uno in cui la potenza ed i centimetri fanno la differenza. Denver ha trovato il suo faro sgrezzandolo e togliendogli solo una serie di etichette scomode, facendogli fare in pratica il suo gioco, che non è il corri e tira dei compagni nè la frenesia di più drag in transizione. Jokic di fatto crea da solo situazioni di gioco sul lato o sul ribaltamento, con passaggi anche inaspettati e facendo valere i suoi piedi veloci. E’ una variabile impazzita che non è possibile prevedere, questo il vero problema degli Spurs, che di fatto gli hanno concesso la tripla doppia facile negli ultimi avvenimenti della serie.

D’altro canto, i secondi violini si sono alternati al suo fianco: Murray, Craig, Millsap, ognuno ha portato il suo mattoncino, laddove invece in casa Spurs le scelte si barcamenavano tra il “quando” DeRozan avrebbe iniziato a imbucarla e il solipsismo tutto poetico di Aldridge, che alla fine ne esce ancora una volta con le ossa rotte da un’eliminazione neroargento. San Antonio ha sì un gioco costruito per far segnare tutti, ma in certi momenti, l’assenza di un leader designato, di un go to guy pesante, si è fatta sentire e non poco, specie nella metà campo difensiva dove qualcosa è mancato. Alla fine, sottolineato il 10% dalla lunga di Denver, il key factor della sconfitta è la bassissima percentuale rimediata dagli Spurs, incapaci di segnare quando serviva e svegliatisi troppo tardi. Ora per Pop e soci servirà ricostruire e sperare nel rientro di Murray – che sarebbe servito in una serie come questa – per provare ad avere una squadra che in qualche anno possa tornare vincente.