NBA: Cinque squadre “titleless” da ricordare

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L’assenza totale di sport in TV ci sta facendo riscoprire storie e squadre che, pur non avendo mai vinto nulla (o meno di quel che avrebbero meritato), sono comunque rimaste nel cuore di appassionati e tifosi. Vincere è davvero dura, solo uno può farlo; ciò non significa che tutte le squadre che non sono riuscite a concludere la stagione con il Larry O’Brien in mano abbiano deluso. Qui di seguito troverete alcune squadre che, per vari motivi, hanno lasciato un segno pur non comparendo sull’albo d’oro dell’ultimo decennio..le cosiddette titleless.

P.S: Grazie del suggerimento, Mike Prada.

CHICAGO BULLS 11-12 

Era l’anno del lockout e della stagione iniziata il giorno di Natale. I Bulls, reduci dalle 60 vittorie dell’anno precedente, avevano in squadra l’MVP in carica – nonché il più giovane di sempre – e un collettivo plasmato intorno alla difesa orchestrata da Tom Thibodeau (la migliore in NBA a pari merito coi Celtics con un 97.5 di defensive rating), ma elite anche nell’altra metà campo, con un offensive rating di oltre 106 punti (unica squadra ad essere nella top 5 di entrambe le categorie). La percentuale di vittorie era pressoché identica a quella dell’anno precedente e l’idea comune era che la Eastern Conference fosse appannaggio esclusivo di Bulls e Heat. La squadra era forte e profonda, con cinque giocatori in doppia cifra di punti di media, più un Jimmy Butler rookie che languiva in fondo alla panchina in attesa di scoprire e mostrare il suo talento.

I Bulls, però, non solo non arrivarono mai a sfidare gli Heat per provare a togliere loro la corona di campioni dell’Est, ma non uscirono nemmeno dal primo turno. Con poco più di un minuto da giocare nell’ultimo quarto di gara-1 del primo turno di playoff, e Chicago sopra di dodici lunghezze, i titolari erano ancora in campo (very Thibodeau) compreso l’unico che non doveva, poteva, farsi male, non così. Rose ricadde male sul ginocchio dopo un’entrata a canestro, e per i Bulls fu la fine: della serie (persa 4-2) e di una dinastia mai nata. Gli Heatles dei Big Three erano Molto competitivi, ok, ma quei Bulls sarebbero stati degnissimi avversari. Fa malissimo.

INDIANA PACERS 12-13

L’ascesa al top degli Indiana Pacers è stata tanto repentina quanto breve. Dopo aver migliorato per quattro anni consecutivi il numero di vittorie in stagione regolare, i Pacers riuscirono ad arrivare all’ultimo atto della Eastern Conference, dove diedero battaglia agli Heat in sette grandi partite. Miami, campione in carica e futura bi-campione, era più forte, ma la squadra allenata da Frank Vogel, ex assistente di Jim O’Brien e promosso capo allenatore dopo il licenziamento del suddetto, era davvero tosta. Grande difesa (99 di defensive rating in stagione) ancorata da Roy Hibbert sotto canestro e un gioco lento in attacco a metà campo (25esima per pace). Il tutto passava dalle mani di un giovane di belle speranze di nome Paul George che si sarebbe rivelato durante i playoff (anche se il top scorer nella serie contro Miami fu un Roy Hibbert da 22 punti, 10 rimbalzi e una stoppata di media).

La cavalcata dei Pacers all’elite dell’Est durò esattamente un anno solare. Nel 2014 la squadra aggiunse Luis Scola ed Evan Turner (per cui fu mandato a Philadelphia l’idolo locale Danny Granger, ormai fagocitato dagli infortuni) per aumentare la profondità della panchina, ma qualcosa si era irrimediabilmente rotto. Delle 26 sconfitte stagionali, 21 arrivarono nel nuovo anno solare; la squadra vinse 56 partite riuscendo comunque ad avere il fattore campo per provare a giocarsela alla pari. La serie fu vinta da Miami 4-2, e la sensazione era che il divario tra le due fosse solo aumentato. Quei Pacers edizione 12-13 sono una delle squadre preferite del sottoscritto.

OKLAHOMA CITY THUNDER 15-16 

Se parliamo di “what if”, i Thunder edizione 15-16 ne sono un esempio enorme; non solo per quello che sarebbe stato il futuro della stessa squadra, ma proprio il futuro della NBA stessa, che solo poche settimane dopo avrebbe letteralmente cambiato faccia. OKC aveva due stelle di prima grandezza in Durant e Westbrook che giocavano come tali; la coppia Adams-Kanter sotto i tabelloni, con il secondo che in maglia Thunder ha probabilmente mostrato la versione migliore di sé; un ottimo role player in Ibaka, e Waiters, efficace come pochissime volte lo abbiamo visto nel suo ruolo di sesto uomo. I Thunder eliminarono gli Spurs, autori di 67 vittorie, al secondo turno e nelle prime quattro partite della serie annichilirono senza mezzi termini la squadra che aveva vinto più partite in stagione regolare nella storia della NBA.

Poi, nelle successive tre partite, l’attacco si fece meno fluido, Durant e Westbrook sparirono nei minuti finali di gara 6, quella vinta da un Klay Thompson impazzito, finendo per perdere gara 7 a Oakland con il ritorno ai livelli abituali di Steph, autore di 36 punti.

Non ci è dato sapere cosa sarebbe successo in finale, ma è indubbio che, alla luce di quanto fatto vedere contro i Warriors, OKC sarebbe stata la favorita anche nell’ultimo atto. Molto probabilmente, con un anello al dito, KD non avrebbe sentito il bisogno di unirsi ad una squadra che era stato capace di battere, e ora parleremmo di OKC come di una perenne contender a Ovest, finalmente capace di realizzare il proprio potenziale.

WASHINGTON WIZARDS 16-17

A proposito di squadre preferite, i Wizards edizione playoff 16-17 sono probabilmente la mia numero 1 del cuore. Il motivo ha un nome e un cognome, quello di John Wall, uno dei miei giocatori preferiti da guardare. Wall finì quei playoff ottavo per media punti – oltre 27 – a cui aggiunse anche 10.3 assist di media (secondo dietro Westbrook, che però giocò meno della metà delle partite). In quei playoff, Wall fece letteralmente di tutto, trascinando i suoi Wizards a gara 7 delle semifinali di Conference contro Boston, grazie anche ad un suo canestro allo scadere in gara 6. Lascio che sia questa compilation di highlights relativa a quei playoff a parlare. John Wall, mi manchi, torna presto.

BOSTON CELTICS 16-17 

Abbiamo appena accennato ai Celtics edizione 16-17, ed eccoli qui. Il “padrone” di quei Celtics era senza dubbio Isaiah Thomas, reduce da una stagione regolare senza senso, da quasi 29 punti di media a partita. I playoff dovevano essere il suo palcoscenico per brillare in mezzo a tante altre stelle, e in effetti così è stato. Non senza prima conoscere il dolore vero, però. Il 15 aprile 2017, la sorella Chyna morì in un incidente stradale. IT segnò 33 punti in gara 1 del primo turno contro Chicago, ma la squadra perse, e lo stesso vale per gara 2. Dopo quelle due prime partite, Boston non si guarderà più indietro, complice anche l’infortunio alla mano che avrebbe tenuto ai box Rajon Rondo, un fattore nelle prime due gare della serie.

Thomas avrebbe segnato 53 punti in gara 2 contro Washington, che in gara 1 aveva già sovvertito il fattore campo, e 29 nella decisiva gara 7. Il titolo non è arrivato, Cleveland e LeBron erano ostacoli troppo grandi; tuttavia, grazie a quella stagione Thomas ha conquistato definitivamente il cuore dei tifosi Celtics, per aver reagito in maniera tale agli ostacoli della vita e aver mostrato come incanalare il dolore in energia positiva.

 

 

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