NBA: RJ Barrett, la foglia d’acero caduta sul Garden

42

E’ sempre difficile parlare dei New York Knicks, perchè tutto ed il contrario di tutto sono possibili. Quarti a Est, in fiducia, inanellano una brutta serie di sconfitte, alla quale han rimediato con un 5-5 nelle ultime 10, anche se un ottavo posto ad Est non è poi gran cosa. Vale la pena però pensare che finalmente la squadra, che non vince nulla dal 1973, abbia smosso qualcosa, non solo con un progetto valido, ma anche e soprattutto con un nuovo spirito. Non lo dicono (solo) alcuni numeri, ma un atteggiamento in campo diverso, in cui non si bada solo ai numeri di Julius Randle, ma anche e soprattutto a quello che un ragazzino venuto dal Canada mette in campo: RJ Barrett. Nel draft della scorsa stagione i Knicks lo hanno scelto alla numero tre col rimpianto di non aver preso nè Zion (suo compagno a Duke) nè Morant. Eppure…

La gara contro Memphis di qualche giorno fa è l’emblema della maturazione del canadese, nato a 27 km da Toronto nel 2000 e l’anno non è casuale. Vince Carter vince lo slam dunk contest in maglia Raptors viola-nero, papà Rowan è il capitano della nazionale che si qualifica per le Olimpiadi di Sidney. Il Canada riscopre il basket inventato da un suo illustre concittadino, e non sa che quel bambino nato anche sotto gli occhi del suo papà – che ha chiesto ed ottenuto un permesso speciale da coach Triano – cambierà ogni maledetta cosa. Quando nello spogliatoio di quella nazionale, le parole più belle verranno dette da Steve Nash, che diverrà il padrino di RJ, non ci sono più dubbi sul futuro del ragazzo: sarà un giocatore di… calcio.

Eh si, un po’ perchè papà Rowan è ancora in Europa, un po’ anche forse Steve ci mette del suo, la passione di RJ è per il calcio, oltre che per la pallacanestro e l’atletica leggera, sport che invece ha nel dna, visto che anche madre e nonni erano sprinter jamaicani di razza. Eppure un giorno, quando era piccolo, in una stanza in Francia in cui ha a disposizione giochi sportivi di goni tipo, la sua attrazione è per quel piccolo canestro in cui si diverte a tirare una palla rossa, imitando suo padre. Quando poi dopo una partita di calcio si rende conto che non ha fatto un tiro e ha corso tanto, a vuoto, mentre sta tornando a casa sul retro dell’auto, inizia a piangere, inconsolabile. Voglio diventare un giocatore di basket come te, papà“, è il suo grido di battaglia. Da quel giorno e quella promessa, non salterà più un dannato allenamento.

IL MSG COME NUOVA CASA…

Papà è ancora lì, fin quando si poteva sugli spalti del Madison Square Garden, spesso come ospite Knicks visto che comunque ad oggi è il GM delle operazioni cestistiche della nazionale canadese. RJ di tanto in tanto cerca il suo sguardo, comunica molto con l’unica persona che è al tempo stesso il suo rivale, il suo migliore amico, il suo primo coach e tifoso, ma anche il più severo dei critici. Eppure RJ Barrett, uno che ha pubblicamente dichiarato che non gli piace perdere, è finita nella squadra più perdente – o giù di lì – degli ultimi 10 anni di NBA. Può funzionare davvero?

A vedere i numeri della scorsa stagione, le premesse sembravano per lui sbagliate. Sicuramente non c’erano sul foglio delle stats quelle mirabolanti cifre che lo avevano portato agli onori della cronaca quando nel 2019 al mondiale under 19 aveva preso per mano il Canada e massacrato prima gli USA in semifinale e poi l’Italia nella gara per l’oro. Il tutto essendo di due anni di media più piccolo di chi aveva di fronte. Quella incapacità di dare continuità al tiro, di mancare di freddezza nei momenti clou e/o dalla linea della carità sembravano lacune enormi per uno che veniva paragonato a Jalen Rose e/o DeMar DeRozan, non certo fulmini di guerra all around. E comunque se i Knicks non vincono, se le sue percentuali dicono cose negative, se arriva il covid a fermare la stagione blu-arancio, le cose si fanno difficile.

Facciamo un fast-forward a qualche giorno fa, nella gara contro Memphis: tripla con fallo a 35″ dal termine per portare avanti i suoi, e coast to coast per acciuffare l’overtime. Altra bomba pesante come un macigno nel supplementare quando serve, a tranciare le gambe dell’avversario, con Ja Morant che fa l’impossibile per limitarlo. New York vince. Potremmo parlare della gara assurda contro Boston, o di come sia diventato un eclettico all around player che può ricoprire senza affanno le prime tre posizioni dello starting five, dando a coach Thibodeau grande duttilità e soprattutto intensità difensiva. Basterà citare, e stavolta serve, i numeri del solo recentissimo mese di aprile: 20.8 punti per allacciata di scarpe, 61% dal campo, 69% da tre. Eppure non si parla tanto di lui o di quello che fa su ambo i lati del campo

Steve Nash che ha avuto modo di seguire la sua carriera fin dalla tenera età, ancora oggi, guardandolo, magari dall’altra parte del ponte ora che è a Brooklyn, si stupisce per dove sia arrivato. Non per il talento, che merita un posto al tavolo dei giocatori di un certo pedigree, ma per la pressione che fin da piccolo ha ricevuto. La verità è che spesso molti grandi giocatori vengono da situazioni familiari difficili, o lottano per emergere, mentre per Barrett è vero il contrario. La sua famiglia lo ha cresciuto lasciandogli la più ampia libertà, mentre per RJ è stato fondamentale il basket e quella che ne è la sua interpretazione, ossia sacrificio, allenamento e dedizione. Ha sulle spalle un paese intero, specie dopo il fallimento di Bennett e Wiggins come scelte di alto livello NBA, ed insieme al Murray di Denver può costituire una buona ossatura per il futuro della nazionale della foglia d’acero.

Ci si attende che lui deluda le attese, e in parte quei maledetti problemi dalla linea del tiro libero sono la pecca che più fa alzare la voce agli scettici. Oppure le sere in cui prova a segnare da ogni posizione, con tentativi che si susseguono senza successo. Un insieme di brutti aggettivi che lo avevano fatto soprannominare “brutto anatroccolo“. Il contesto dei Knicks però non lo ha cambiato e questo ne fa capire la caratura. Non è il Jamal Carwford o lo Stephon Marbury di turno, ultimi grandi leader dei Knicks dal palleggio. RJ Barrett è l’evoluzione della specie nella NBA attuale, uno di quei giocatori che sanno capitalizzare da soli ma che sanno giocare di squadra. L’arrivo poi – forse mossa azzeccata di mercato – dell’esperienza di Rose dal palleggio ha portato tranquillità in uno spogliatoio in cui i ruoli sono liquidi, e le tendenze si alternano. Non è un caso che il miglioramento di Barrett sia contestuale anche a quello che Randle, Bullock e soci han mostrato in una maniera chiara.

RJ Barrett è il prototipo del gran giocatore, non a caso scelto da coach K come antesignano della sua stagione in cui tocca le 1100 vittorie. Non è solo l’altra metà di Zion, ripercorrendo il suo trascorso in maglia Blue Devils, ma è il collante di un gioco che deve passare necessariamente dalle sue mani e – ancor di più – dalla sua testa. Forse è coach K a proporci un parallelo stuzzicante con un altro giocatore passato da Duke, che somiglia per carisma e influenza sul gioco al canadese, ossia Grant Hill. Carisma, affezione e una determinazione fuori dal comune, doti che sono visibili nonostante sia un secondo anno e soprattutto che sono chiare anche di fronte a giocatori con più primavere e partite nella NBA. Restando però in tema Knicks e pensando al sangue jamaicano che gli scorre nelle vene, un parallelo spirituale con Pat Ewing è doveroso. Sicuramente non per il ruolo, ma per quello che fa in fase difensiva, ossia metterci il corpo e sacrificarlo, ancor prima di dove le sue mani possano arrivare. Barrett è questo per Thibodeau e al diavolo se forza qualcosa in attacco. Tuttavia, se dovesse mantenere i suoi standard attuali, magari con qualche piccolo innesto, New York potrebbe avere non solo la stella del futuro, ma anche la possibilità di avere una squadra da playoff e con un futuro. Poi prendete e RJ e chiedetegli di non perdere, e la risposta vi raggiungerà puntuale.