NBA, ROY: quant’è bella giovinezza

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“Chi ben comincia è a metà dell’opera”. Così recita il proverbio, o sbaglio? Applicare la saggezza popolare al mondo NBA, talvolta, non porta a cogliere i frutti sperati. ROY. Rookie Of the Year. Il riconoscimento, il cui vincitore verrà rivelato durante la campagna playoff, viene introdotto nel 1952-53 per premiare chi tra le matricole che si sono presentate per il primo anno sul palcoscenico principale della pallacanestro mondiale ha evidenziato l’impatto migliore. Ottenere l’ambito premio non è garanzia assoluta per una carriera brillante o pluridecorata, anche perché il ROY non considera il potenziale legato al singolo giocatore, quanto alle prestazioni mostrate durante la stagione regolare. Da Michael Carter-Williams a Emeka Okafor, gli esempi sono molteplici.

Della classe Draft 2020 si è spesso parlato in termini negativi, sia perché non sembrava esserci il game changer in grado di rivoltare le copertine della Lega, sia perché l’interruzione dei tornei collegiali e la cancellazione della March Madness 2020 non ha consentito ai vari osservatori una profondità di valutazione adeguata sulle strenghts and weaknesses dei vari talenti. La realtà ha però regalato loro una parziale rivincita: molti di loro hanno saputo ritagliarsi, grazie anche alla compressione del calendario e l’ingresso dei safety protocols causa Covid, maggior minutaggio e considerazione del previsto. Nonostante gli infortuni, James Wiseman e Cole Anthony hanno regalato flash notevoli per l’impegno futuro con le proprie franchigie. Patrick Williams a Chicago e Saddiq Bey a Detroit si sono dimostrati già solidissimi giocatori di rotazione, in grado di tenere egregiamente il campo sia in attacco che in difesa. Il ruolo di Xavier Tillman e Desmond Bane nella giovane Memphis, ultima squadra ad aggrapparsi al treno playoff, non è sicuramente da sottovalutare. Se si parla di impatto, però, c’è chi è saputo andare oltre. Chi ci ha tenuto svegli nelle notti primaverili, facendoci fantasticare sul possibile futuro da superstar della NBA. Tyrese Haliburton. Anthony Edwards. LaMelo Ball. ROY Finalists. Una poltrona per tre.

TYRESE HALIBURTON: IL FIT CHE NON TI ASPETTI

Il meno chiacchierato. Il più sottovalutato. Quello su cui si è disposti a sottolineare i punti di domanda rispetto a quelli esclamativi. Talmente enigmatico il suo caso che, voglia il destino, sia scelto alla numero 12 da una delle franchigie più enigmatiche e incomprensibili della NBA. Tyrese Haliburton e i Sacramento Kings: l’accoppiata imperfetta. Come considerare oculata la scelta di una franchigia che ha appena garantito il massimo salariale alla sua stella più brillante, De’Aaron Fox, di assicurarsi in lotteria sostanzialmente un doppione del prodotto di Kentucky? Siamo pur sempre nella capitale della California: farsi troppe domande non è solo inutile. A volte, è pure controproducente.

Replica agli scettici. La grandezza e il valore della stagione di Tyrese in maglia Kings si notano in questo: smentire le critiche riguardanti le principali mancanze mostrate negli anni collegiali. Nel biennio trascorso a Iowa State, il nativo del Wisconsin si è imposto, sotto la guida di coach Prohm, come un giocatore dalla versatilità incredibile, in grado di essere utile in ogni zona del campo in ogni secondo dell’azione. La sua duttilità ed etica del lavoro in palestra lo hanno trasformato gradualmente nel leader della squadra, consegnandogli chiavi e sorti dell’attacco e leadership difensive che, all’arrivo da Ames, erano clamorosamente sconosciute. Gran creatore di gioco, buon tiratore ma tutt’altro che affidabile, ottimo atletismo ed esplosività. Che si potesse pestare i piedi con De’Aaron si è già detto?

NBA

Entrato in NBA, Tyrese ha iniziato a lavorare incessantemente sul tiro e sul fisico. Non che la mano e l’atletismo siano mai stati in discussione. Le percentuali coi Kings non si discostano, se non impercettibilmente, da quelle registrate nell’anno da sophomore in Iowa. E non si è ancora visto un Haliburton mettere su i tanto agognati 10 pound of muscles raccomandati per ogni talento “smilzo” proveniente dall’ambiente collegiale. Haliburton, d’altro canto, presenta già una meccanica di tiro differente: molto più solida, “quadrata”, fluida. Scordiamoci di vedere un giorno Haliburton rilasciare una tripla alla Klay Thompson, ma la fuga dal diventare il futuro Micheal Kidd-Gilchrist è avviata. E si è sulla retta via. Per ciò che riguarda le problematiche fisiche, Tyrese ha saputo adattare il proprio corpo alle nuove esigenze e standard. Il salto dall’NCAA al piano di sopra è notevole, ma la sua capacità di assorbire i contatti nelle penetrazioni ostacolate dai centri avversari e la velocità di piedi nella metà campo difensiva ci hanno fatto apprezzare un Haliburton forse ancora più completo. Diminuendo il numero di possessi gestiti in prima persona, il rookie ha saputo combinarsi meglio delle aspettative con “Swipa“, garantendo ai Kings la prospettiva futura di costruire una squadra attorno ai due playmaker senza per forza dover optare per tagliarne uno.