NBA Summer League di Las Vegas: rise and fall

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Se le tante, forse troppe, parole che circondano l’ambiente del Draft spesso si rivelano infondate, il battesimo del fuoco, per così dire, della Summer League di Las Vegas è un tripudio di esaltazione e delusione. Sia per i giudizi positivi che per quelli meno lusinghieri non si può parlare di sentenze, eppure qualcosa di importante si è visto.

PORTLAND – LAKERS – CAVS: THE OLD AND THE NEW

Se alla fine vincono i Portland Trail Blazers, molto lo si deve anche a una squadra che si è fatta le ossa in G-League, con la sola scelta Simons che dopo una partenza a razzo con 20 punti in 18 minuti, si assesta su un ruolo di comprimario. Swanigam ha dimostrato di poter essere un pivot moderno, anche ottimo passatore, mentre Jenkins potrebbe far da backup a Lillard. Gli sconfitti in finale, ossia i Lakers, dimostrano di avere fiuto nelle scelte perchè Mykhailiuk dimostra di essere completo come tiratore, Wagner un centro di prospettiva su cui investire e Hart, l’mvp della competizione, quel giocatore finalmente sbocciato e pronto per il grande salto. Non è un caso che gli Spurs lo avessero inserito nella wishlist quando avevano provato a cedere Leonard ai gialloviola. Se poi la cura del nuovo corso della franchigia della città californiana fa rendere al top anche un centro espertissimo come Ayres con numeri che mai prima si erano visti – forse una chiamata arriva – si può dire che l’investimento sui futures ha ottimi dividendi.

Se la semifinale tra L.A. e Cleveland è di sicuro la gara più bella del torneo in Nevada, gli spunti ci vengono dal campo e fuori. Il parquet mostra a confronto i sopracitati talenti alla corte di Magic Johnson, a cui si contrappone Sexton, la nuova speranza per la franchigia dell’Ohio. Non un play ma una guardia duttile e polivalente che fa comodo ai Cavs, il punto sarà come farlo giocare, visto che in quel ruolo la lista è lunga e il carattere non facile di JR Smith o l’esperienza di Korver non aiutano in tal senso. Sembrava imbarazzato a bordo campo anche coach Lue, ma forse ciò era anche dovuto all’incontro, estemporaneo se non voluto, con Lebron, già agghindato in gialloviola. Gioco di sguardi tra i due, ma se dovete ricordarvi del coach dei Cavs, l’immagine ai piedi di Iverson è sempre la più attuale.

MIRACLES AND TRAE YOUNG

Altre belle prese sono quelle di Memphis, che con Jaren Jackson jr ha piazzato un colpo di talento, decisamente sotto traccia, di quelli per costruire un lucido avvenire e Sacramento, che magari non si è goduta Bagley a lungo per via di un infortunio, ma ha visto buone cose. E Phoenix? Male come collettivo, mentre il debutto di Ayton rimane da ottimo giocatore che ora deve lavorare in palestra e mettere muscoli.

Nel sommerso tanto altro. La delusione più grande resta Trae Young, giocatore che dimostra di poter essere un simil-Curry quando è in serata, ma anche e soprattutto di provarci ad esserlo – e con scarsissimi esiti – quando la palla non buca la retina. Stiamo comunque parlando di gare di semi-esibizione e con difese blande anche per gli standard americani, eppure percentuali così basse per uno shooter non si vedevano da tempo. Sembra paventarsi il fantasma di Jimmer Fredette o Doug McDermott. Non abbiamo visto all’opera Doncic, per cui almeno i tifosi di Atlanta non possono avere la controprova di un’eventuale scambio di scelte infruttuoso.

THINK ABOUT & STEAL OF THE DRAFT

Se c’è una franchigia che ha deluso per gioco sono gli Spurs, che pure potevano contare su un roster rodato in G-League. Derrick White (se sano) può dare una mano alla prima squadra, ma se nel suo ruolo ha davanti Murray, Mills, Paul e forse qualcun altro che omettiamo è molto difficile immaginarcelo. Senza di lui, il resto è tanto materiale da sgrezzare. Lonnie Walker è un prodotto da costruire, Metu ha mezzi atletici ma va raffinato e Blossomgame non appare pronto per essere il quarto lungo neroargento. Stesso discorso dicasi per i Bucks, che han scelto DiVincenzo, ruolo in cui c’è folla, che non hanno nemmeno troppo messo in mostra in questo torneo. Ancora si sa poco della schiena di Porter e del destino dei Nuggets, ma aspettiamo fiduciosi.

Le scelte più azzeccate, anche e soprattutto in rapporto alla franchigia, sono Gilgeous-Alexander ai Clippers, con grande rammarico per Charlotte, e Kevin Knox ai Knicks. Non giocatori da copertina patinata ma ottimi mestieranti che aggiungono qualcosa al sistema. Per New York resta comunque scomoda la permanenza nello stesso quintetto del rookie e di Porzingis, il che induce a riflettere molto sul perchè al draft si sia puntato proprio sul prodotto di Kentucky. Sulla stessa onda Chicago e il suo Wendell Carter.

Se per quello che riguarda Orlando si fa ancora fatica a comprendere la scelta di Bamba, che neanche è stato provato più di tanto, le steal of the draft vanno a Philadelphia, che si gode Zhaire Smith, giocatore davvero futuribile, nonchè a Houston, che in un tardo secondo giro ha pescato DeAnthony Melton, giocatore di cui risentiremo parlare.