NBA: torneranno a sventolar le bandiere?

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La discussa e discutibile trade che ha portato Rudy Gobert a Minnesota ha segnato un ulteriore passo verso lo smarrimento totale di valori ritenuti fondanti e fondamentali per la costruzione di un progetto vincente. Dal 2 luglio, infatti, Giannis Antetokounmpo è l’unico giocatore NBA a militare ancora tra le fila della squadra che lo ha draftato dal 2013 in avanti. A eccezione del semidio greco, nessun altro atleta ha vestito un’unica casacca da nove anni a questa parte. Spaventoso, non credete? Spaventoso perché è un processo per certi versi inaspettato, che ha superato l’opinione pubblica a velocità doppia, senza freccia, sulla destra, in corsia d’emergenza. Siamo davvero pronti ad accettare queste costanti rivoluzioni dei portatori di valori delle nostre squadre del cuore? Probabilmente no. E mai lo saremo. C’è chi ormai ci ha già fatto il callo e chi è meno avvezzo a queste dinamiche. Ma la realtà persevera nel riproporre con sempre maggiore frequenza un modus operandi assai pericoloso.

COLONNE D’ERCOLE

L’estensione salariale firmata da Mitchell Robinson coi Knicks non più tardi di una settimana fa è passata colpevolmente sottotraccia. Non tanto per le cifre, sulle quali si può disquisire (60 milioni in 4 anni, totalmente garantiti). Il centro da Western Kentucky è il primo Knickerbocker a cui la franchigia newyorkese ha allungato il contratto alla scadenza dell’accordo siglato in occasione del Draft nel Ventunesimo secolo. L’ultimo prima di lui? Charlie Ward, selezionato nel 1994 ed esteso nel 1999. Com’è possibile pensare che un progetto tecnico non abbia mai garantito a nessuno dei giovani scelti nel corso di più di due decenni la minima fiducia dopo appena quattro anni di carriera? Eppure, anche qualora volgessimo lo sguardo alla pallacanestro o al calcio di casa nostra, il quadro non è meno desolante. In una centrifuga dal numero di giri esponenzialmente più elevati, un giovane cresciuto nel vivaio è sempre più valutato non come un prodotto da tutelare, coltivare e difendere ma come un futuro asset da valorizzare e dal quale ricavare ogni centesimo possibile. Neanche fosse una quota azionaria di una società in borsa, come se non si stesse parlando di ragazzi, giovani, figli di uomini e donne che ripongono speranze per le prospettive future della progenie.

A costo di risultare solipsisti, obsoleti, inguaribili romantici, concedeteci di farlo notare. Questa deriva fa paura. La programmazione e la progettazione di un gruppo vincente andrà basandosi su equilibri più labili e soggetti a crollare al primo refolo di vento. Se un anno non si raggiungono risultati e obiettivi prefissati, subito a ripartire dalle fondamenta. Se un rimbalzo beffardo sul ferro o la punta della scarpa di un paio di numeri più grandi della misura del piede arrivano a determinare le sorti a lungo termine della costruzione di squadre, staff, dirigenze, allora il confine è stato oltrepassato. E il visto per tornare indietro verrà sovente negato.

Guardare in faccia un proprio giocatore alla pari di una merce esposta sul banco di un mercato con l’etichetta del prezzo ben in vista è ormai consuetudine a qualsiasi livello e latitudine. In NBA, lega parossistica e caricaturale per antonomasia, lo è ancor di più. Prima ancora di considerare come un cestista si potrà inserire nei sistemi offensivi e difensivi della prossima franchigia, subito il giudizio è influenzato dal contratto che percepirà. Pro e contro del salary cap, in grado di generare un minimo equilibrio competitivo ma che ha trasformato star e comprimari in merce pregiata o di sottomarca. Non tanto per la qualità del prodotto, ma per il prezzo costato.

VIRTUOSISMI E UTOPIE

Stephen Curry, Klay Thompson e Draymond Green rappresentano una piacevolissima, purtroppo unica, eccezione. Vero che, statisticamente parlando, è più probabile ottenere i massimi obiettivi secondo progetti a lungo termine piuttosto che affidarsi a materiale usa e getta, potenzialmente esplosivo e devastante, in un senso e nell’altro. Le dinastie Spurs, i primi Warriors, gli stessi Bucks sono lì a testimoniarlo. Anni di pazienza, alti e bassi gestiti con mente ponderata ed equilibrata, accortezza e prudenza nell’evitare di premere il famigerato panic button. Considerare Golden State un modello replicabile, tuttavia, rischia di fare più danni della grandine. Solamente trovare un altro portafoglio bucato come quello di Joe Lacob è a dir poco complicato: Steve Ballmer e Mark Cuban sono sulla buona strada, ma ne deve ancora passare di acqua sotto i ponti. Tornando indietro nel tempo, potrebbero venire in mente tre figure alle quali associare il termine, abusato e mal interpretato in ambito sportivo, di loyalty.

“The Big Fundamental”. “WunderDirk”. “Black Mamba”. Fuoriclasse assoluti che hanno dichiarato amore eterno e riconoscenza alla franchigia che ha puntato su di loro, disposta ad assecondare le loro esigenze e necessità, disponibile ad aspettarli e coinvolgerli negli aspetti decisionali. Front office e staff tecnici ben organizzati, con alle spalle una storia di competitività e mentalità vincente consolidatasi nel corso di lustri e decenni. Non tutti i giocatori hanno la fortuna di trovarsi intrappolati o capitare in contesti tanto floridi e sani. Alla fin fine è il gioco delle parti, dove la stima e la fiducia devono trasmettersi reciprocamente. Tanto la società dimostra di credere in me, tanto io rinuncerò parzialmente a visibilità e richieste economiche per vincere l’anello. Tanto il giocatore mostra segnali di crescita e maturità dentro e fuori dal campo, tanto noi saremo convinti nel farlo perno di progetti presenti e futuri.

Non è più l’NBA dei vostri e dei nostri padri, ovvio. Michael Jordan e Kevin Garnett hanno ribaltato il potere decisionale degli atleti rispetto alle pretese delle singole franchigie e della NBA stessa. Una Lega in mano ormai al sindacato dei giocatori, chiamato a tutelare i conti in banca sempre più esigenti dei propri assistiti, che tengono il coltello dalla parte del manico nelle contrattazioni e nelle negoziazioni? Una via di mezzo tra il trattamento vessatorio cui è stato soggetto Scottie Pippen (al netto del notevole errore di valutazione del #32 di Chicago sul proprio capitale umano) e gli assegni corrisposti al Conley o al Brunson di turno ci sarebbe. O meglio, ci dovrebbe essere. Perché quel confine oltrepassato è un punto di non ritorno. A meno di abbattere tutto e ripartire dalle fondamenta. Come si è visto, non la migliore delle ipotesi. Amarezza e disaffezione: ecco cosa è destinato ad aumentare sensibilmente, oltre agli assegni di giocatori e agenti NBA. Con buona pace delle illusioni di tifosi e appassionati NBA.