NBA: i Toronto Raptors e la consapevolezza di essere diventati grandi

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Raptors
Credits: Raptors Facebook

Alzi la mano chi, all’indomani della partenza di Kawhi Leonard in direzione Los Angeles Clippers, avrebbe pronosticato i Toronto Raptors come seconda squadra della Eastern Conference nella stagione (seppur diversa da tutte le altre) 2019/2020. Probabilmente, anche tra gli addetti ai lavori, solo Nick Nurse e il suo staff avrebbero creduto a una previsione così azzardata: in fondo quale squadra che in estate perde il proprio miglior giocatore (che è anche nella top 3 NBA) può anche solo pensare di avvicinarsi ai livelli di competitività, confidenza e fiducia mostrati nella stagione passata?
Nonostante la fresca eliminazione a gara-7 contro i Boston Celtics, i Raptors sono stati per tutta la stagione una delle miglior squadre della lega, mostrando una consapevolezza e una fiducia nei propri mezzi derivante, con tutta probabilità, dalla maturità acquisita con la conquista del primo storico titolo NBA della franchigia.

VanVleet
Credits: Raptors Facebook

Nurse, la difesa e i comprimari di lusso

Il primo artefice è, in primis, a Nick Nurse, passato in pochi anni da onesto coach in Premier League inglese a uno dei migliori capi allenatore della NBA, che ha il grande merito di avere mantenuto ben saldi tutti i meccanismi difensivi ed è stato in grado di creare una piccola macchina quasi perfetta piazzatasi seconda per defensive rating nella lega (105.0) e percentuale dal campo concessa agli avversari (42.8%) dietro ai Bucks e prima per punti subiti dagli avversari (106.5), il tutto, ovviamente, nonostante la rinuncia forzata a Leonard e Danny Green (partito anche lui verso Los Angeles, sponda Lakers). Oltre a questo, al coach della Nazionale Canadese va riconosciuto di avere ulteriormente valorizzato giocatori che già nell’anno precedente avevano mostrato grandi progressi come VanVleet e Powell ma che, insieme alla responsabilizzazione di Siakam, hanno fatto il salto di qualità necessario per le numerose vittorie dei Raptors. Reduce da un’ottima serie finale contro gli Warriors, VanVleet ha sensibilmente alzato il livello del proprio gioco, sia in termini di produzione offensiva (da 11.0 a 17.6 punti a gara) sia in termini di effort difensivo, diventando il miglior giocatore della squadra e il terzo di tutta la NBA per palle rubate (1.9 a partita). Per Powell, invece, la crescita è stata ancora più marcata per quanto riguarda l’attacco e lo shooting: oltre ad avere raddoppiato i punti a partita (da 8.6 a 16.0), l’ex UCLA ha mantenuto un ottimo 40% da tre punti, raddoppiando però i tentativi, passati in un anno da 2.8 a 5.3 per singola gara.

Credits: Raptors Facebook

Gli step-up di Siakam e Lowry

Sarebbe ingeneroso, però, non parlare anche di Siakam e Lowry, chiamati a diventare i  leader in entrambe le metà-campo dopo l’addio di Kawhi. Nonostante le palesi difficoltà mostrate nella serie contro i Celtics, Siakam merita grandi lodi per quanto fatto nella stagione in cui si è elevato tra i migliori giocatori NBA firmando un contratto al massimo salariale e venendo convocato per l’All Star Game di Chicago. Toronto ha trovato in lui un grande leader per il futuro che, una volta smussati quelli aspetti del gioco nei quali risulta “grezzo”, diventerà senza dubbio un pilastro della franchigia, come già dimostra quel 28% di usage fatto registrare in stagione.
Pilastro della franchigia che Kyle Lowry è già a tutti gli effetti: dopo avere visto partire DeRozan nell’agosto 2018, la point-guard al 13esimo anno NBA ha dovuto digerire ancora una volta un addio da parte del miglior giocatore della squadra che, seppur dopo un titolo vinto, abbandona la nave. Forse proprio questa è stata la scintilla che ha fatto sì che il numero 7 dei Raptors alzasse il livello rispetto all’anno precedente: Lowry, infatti, oltre ad avere aumentato la produzione offensiva (19.4 punti a partita) e ad aver disputato la sua terza miglior stagione per defensive rating (106), ha incrementato lo usage da 19.6 a 23.1, assorbendo così insieme a Siakam e VanVleet tutti quei possessi che l’anno scorso erano conclusi da Leonard.

La sconfitta contro i Celtics in gara-7 senza dubbio brucia anche e soprattutto sapendo che in finale di Conference non ci saranno i Bucks, ma quello che deve far sorridere i tifosi dei Raptors è che, nonostante gli addii di lusso sopportati nell’ultimo anno, una squadra con tale intelaiatura che già performa a un così alto livello è destinata a migliorare nel tempo. E chissà che, con quella 27esima scelta al draft del 2016, la superstar per il post-Kawhi non se la ritrovino già in casa, direttamente dal Camerun.

 

Davide nasce a Pavia il 27/02/1993. La sua personale folgorazione sulla via di Damasco avviene in tenera età grazie alle giocate di Kobe Bryant e Manu Ginobili. Laureato in Economics, finance & international integration all'Università di Pavia, si è sempre definito tifoso Lakers e interista per autolesionismo. La frase che secondo lui raccoglie più di tutte l'essenza della pallacanestro è "Ball don't lie", tanto da decidere di tatuarsela addosso.

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