NBA: un periodo per “ripensare” la lega

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Credits to: Madison Square Garden (parte sx della foto) : Di Ganley894 di Wikipedia in inglese - Trasferito da en.wikipedia su Commons., Pubblico dominio, https-//commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2516367.jpg

Se c’è una lega sportiva nel mondo che è in costante evoluzione e aggiornamento, è senza dubbio l’NBA. Da sempre, le idee di commissioner e front office delle franchigie hanno portato a dei cambiamenti, che ci hanno consegnato la lega che ammiriamo in questi anni. Questo periodo di pausa forzata, potrebbe essere una buona occasione per pensare, studiare e ideare, altre novità che spingano la lega di Adam Silver a restare continuamente al top del professionismo americano. Proprio oggi, ha spopolato la notizia di Jalen Green, numero uno potenziale della classe draft 2021, che ha rinunciato al college per aderire al programma Pathway della G-League, su cui si punta parecchio. Le leghe di sviluppo, qual è, appunto, quest’ultima, o anche la BAL (Basketball Africa League), il recentissimo progetto NBA-Africa, che inizierà in ritardo a causa del virus, sono dimostrazioni di tentativi di espansione globale, che continuano ad essere l’obiettivo principale per il futuro. Di questo, e di molto altro, hanno discusso Seth Partnow, ex Director of Basketball Research dei Bucks, e John Hollinger, a lungo vice del President of Basketball Operations in quel di Memphis, per The Athletic. I due hanno tirato fuori qualche suggestione, per la “nuova NBA” che potremmo vedere al termine di questo infinito lockdown. Dalle loro idee, traiamo spunti importanti per lanciare qualche proposta di operazioni per migliorare the league al venerando signor Silver.

Il calendario e le squadre di espansione

Un’opinione un pò comune, sia tra gli appassionati che tra gli addetti ai lavori, è quella che riguarda la necessità di una riforma del calendario della regular season, principalmente. Pensare ad una semplice e immotivata riduzione del numero di match schedulato sarebbe onestamente troppo banale, soprattutto considerando il fatto che chi sta seduto sulle poltrone più importanti, guarda quasi esclusivamente alla visibilità e ai quattrini. Tali fattori, in questa situazione sono legati al ticketing e ai diritti TV, gli interessi principali in merito al disputare più match possibili. Per ovviare a questa problematica, i due analisti americani hanno tirato in ballo un altro topic estremamente popolare tra i fans, ovvero le squadre di espansione. La soluzione sarebbe un campionato a 32 squadre con un calendario di 62 partite per squadra, una possibilità che sarebbe realizzabile, in quanto con due franchigie in più ogni turno sarebbe composto da 16 sfide anziché 15, con uno schedule che permetterebbe ad ogni squadra di affrontare ciascuna delle altre 31, una volta in casa e una volta in trasferta. Economicamente sarebbe una soluzione altrettanto esplorabile: sostanzialmente le gare sarebbero soltanto 238 in meno rispetto alle 1230 attuali, un taglio di neanche un quinto degli incontri. Peserebbero di più, forse, le ripartizioni che subirebbero gli introiti dei diritti tv, che andrebbero divisi per due bocche in più con un numero inferiore di partite. La domanda sicuramente meno noiosa, che scatena la nostra fantasia, è quella sulle papabili città ospitanti di una nuova (o magari non molto) franchigia NBA. Quando si fa questo discorso salta sempre fuori il nome di Seattle (nell’articolo si parla anche di Vancouver), segno che inevitabilmente, quei Supersonics sono entrati nei cuori di grandi e piccini dell’epoca. La città sente la mancanza della pallacanestro e a fomentare, con l’ennesimo rilancio, i sogni dei tifosi seattleites è stato Kevin Garnett, che ha espresso la sua volontà di riportare i Sonics nel basket che conta, in prima persona.

Se devo proprio dire un sogno che ho, è quello di riuscire a comprare i Seattle Supersonics e riportare la NBA nel nord-ovest del Paese. È qualcosa di cui c’è assoluto bisogno, è essenziale, a mio avviso: Seattle ha avuto un’importanza enorme per la nostra lega.

Tornando a noi, un’opzione che potrebbe sopperire alle mancanze in termini finanziari, essendo che i patron non vogliono vedere i loro proventi “fissi”, cioè quelli garantitigli dalla lega, ridotti senza trarne vantaggio. Per risolvere ciò, un  mid-season tournament, o una competizione simile alle nostre coppe nazionali, sarebbe l’ideale. In palio potrebbero esserci dei premi in denaro o delle scelte in lottery al draft, come già si era detto più e più volte. L’idea diversa, e certamente condivisibile, che propongono Partnow e Hollinger, sarebbe quella di intitolare la coppa a David Stern ed eventuali riconoscimenti e trofei a Kobe Bryant e alla piccola Gigi. Sarebbe curioso vedere un pizzico di competitività da parte delle franchigie abbonate ai bassifondi della classifica, una questione che è stata, anch’essa, trattata.

L’offseason NBA

La gestione che l’NBA fa dell’offseason e quindi della turbolenta estate di mercato, di workout e di scelte al draft, è stata talvolta criticata da alcuni GM, che preferirebbero operare in maniera differente nel periodo in cui sono più impegnati e coinvolti. Hollinger, piuttosto estremista su questo tema, sarebbe del parere di invertire l’ordine di draft e free agency, un pensiero che è più fantabasket che realtà, come gran parte delle idee di questo pezzo. Ciò sarebbe controproducente per chi basa sul draft la totalità del proprio lavoro estivo, dovendo costruire un roster in assenza del giocatore sul quale puntare per il futuro, mentre sarebbe l’ideale per le contenders o le franchigie sulla via per esserlo, che potrebbero scegliere al draft il giocatore più funzionale alla rosa assemblata, invece di pescare il  best avaible player da inserire in trade dopo pochissimo tempo. Il dettaglio abbastanza interessante che emerge da questo confronto tra ex dirigenti, è sulla settimana vuota che separa lo stesso draft dall’inizio ufficiale della moratoria. In questo lasso di tempo, che si conclude il 30 Giugno, i General Manager non possono avere alcun contatto con gli agenti dei giocatori, sebbene sia noto che realmente non è mai così. Ancora Hollinger su questo solleva qualche polemica.

Noi, ovviamente, non abbiamo mai contattato nessun agente prima della deadline e sicuramente non abbiamo mai concluso un affare prima di questa data, ma abbiamo sentito storie di altri team che lo hanno fatto.

In collegamento a questa tematica, c’è l’eccessivo tempo che la macchina NBA spende dietro al draft. I workout, gli allenamenti che i giocatori tengono con le squadre interessate, sono numerosi e dispendiosi. Difatti, anche economicamente, per le casse di una franchigia è molto costoso spedire scout a visionare talenti in giro per l’America. A maggior ragione, se viene imposto un limite di massimo sei prospetti per workout, un veto che non permette neanche di poter prendere visione di un cinque contro cinque. In più, la possibilità di effettuare dei workout virtuali, di visionare degli highlights specifici messi a disposizione da osservatori e lega, sarebbe utilissimo per ammortizzare spese e tempo “perso”. L’abolizione totale dei workout sembra assolutamente non fattibile, poiché gli staff non potrebbero effettuare personalmente quei controlli medici cruciali in ottica carriera. Ma, prendere esempio dall’MLB, sebbene si tratti di uno sport totalmente diverso, che già opera integralmente il video scouting, ed effettuare uno snellimento del lavoro di visone matricole, sarebbe un accorgimento che andrebbe attenzionato. Quest’anno, in particolare, si potrebbe sfruttare questa situazione per approfittarne e scoprire i risultati del monitoraggio a distanza dei prospetti.

L’NBA post virus

Quest’ultimo è sono uno dei tanti effetti del Covid-19 sulla NBA, in conclusione si è trattato pure di ciò. Alcuni cambiamenti e adattamenti naturali, che non varranno solo per il mondo americano, bensì coinvolgeranno tutto lo sport, sembrerebbero naturali conseguenze di quello che stiamo vivendo. La questione delle arene, molte delle quali non saranno praticabili per lungo tempo, resta l’incognita più importante e meno valutabile ad oggi. Tralasciando questo, viene da pensare che l’intero sistema-lega, come il sistema-mondo in generale d’altronde, vivrà un periodo di transizione immediatamente successivo all’ipotetico ritorno sui parquet. Le abitudini e i protocolli della NBA varieranno e subiranno delle mutazioni obbligate, per ciò che concerne servizi igienici, spogliatoi, conferenze stampa e quant’altro. Oltre alle formalità, si ha la percezione che il modo di vivere la pallacanestro, in particolar modo in NBA, non sarà lo stesso. Partnow sottolinea come non si aspetti più alcun flu-game e, al contrario, prevede molti giocatori fuori causa per flu-like symptomsControlli sanitari, prelievi e monitoraggi, perseguiteranno esasperatamente gli atleti ed è inesorabile che essi vengano colpiti psicologicamente da questo. Ciò di cui sono certo, è che non assisteremo mai più ad un caso Gobert, perchè i professionisti della lega stanno utilizzando questo periodo per meditarci su, come lo stiamo adoperando per tessere possibili e improponibili scenari.