NBA, parla VanVleet: “Il tempismo della ripresa è terribile”

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VanVleet
Credits: Pagina Facebook Fred VanVleet

A un mese dalla data cerchiata in rosso sui calendari degli appassionati di tutto il mondo, quel 31 luglio che segnerà la ripresa della stagione NBA 2019-20 (qui il calendario ufficiale), c’è una squadra che è già sbarcata in Florida: sono i Toronto Raptors di Fred VanVleet che, per sottostare alla normativa dei 14 giorni di quarantena per chi proviene dal Canada, hanno quindi deciso di riunirsi con largo anticipo rispetto alle altre partecipanti nel Sunshine State (che sabato ha fatto segnare un record di 9.585 nuovi casi di COVID-19).

Sembrava una buona opzione fino a uno o due mesi fa, ora che stiamo per ripartire non lo è più così tanto

Così ha parlato ha parlato VanVleet, primo giocatore ad arrivare nell’hotel riservato ai campioni NBA in cui ha alloggiato insieme pochi altri membri dello staff, in attesa dell’arrivo di tutti gli altri 36 tesserati che partiranno per la bolla di Orlando.
Giocatori e personale della squadra sono sottoposti a tamponi quasi quotidiniamente e indossano la mascherina in qualsiasi luogo chiuso che non sia la camera privata, incluso VanVleet, la cui giornata si snoda tra allenamenti mattutini e svago pomeridiano tra videogames e videochiamate con la famiglia. Famiglia che, come dichiarato dallo stesso canadese, lo raggiungerà dopo il primo turno dei playoff (previsto per inizio settembre), ovvero quando le porte della “bolla” si apriranno per le famiglie dei giocatori.

Sono qui da una settimana e già mii mancano i miei figli

Oltre alle considerazioni riguardo salute e lontananza dalle famiglie, VanVleet si è espresso anche riguardo l’altro grande tema che in questi giorni sta dominando la cronaca americana, ovvero quelle proteste contro la disuguaglianza razziale che hanno già trovato grandissima adesione tra una vastissima parte degli atleti NBA che, in alcuni casi, hanno addirittura paventato l’ipotesi di non volere scendere in campo per non distogliere l’attenzione da un argomento così tanto importante.

Fa schifo. l tempismo è terribile, sappiamo tutti che la cosa giusta è non giocare, prendere una posizione. ma la vita va avanti, siamo tutti ragazzi neri giovani, nessuno di noi vuole restituire i soldi dai nostri stipendi. Non credo che dobbiamo farlo. Quei soldi potrebbero essere usati in tanti altri modi. Questo problema non si risolverà in un paio di mesi o dopo l’estate. L’ingiustizia razziale, la violenza brutale della polizia, tutte queste cose non finiranno presto. la nostra è una battaglia a lungo termine. Questa è la motivazione della mia decisione di giocare. Ma se la Lega o i miei colleghi avessero deciso uniti di non giocare avrei rispettato la decisione senza replicare. Credo che molti di noi abbiano deciso di giocare. E’ qualcosa con cui dovremo convivere. Confido di stare facendo abbastanza per fare cambiare le cose .

A fare eco a VanVleet c’è anche Masai Ujiri, che senza fare nomi ha rivelato come molti giocatori stanno pianificando azioni per fare sentire la propria voce riguardo la situazione attuale, con comunicati stampa o cambi di nome sul retro delle maglie da gioco.

L’unico modo per guardare la NBA sarà in televisione, per questo motivo sento che questi messaggi dureranno per molti anni e faranno tanta strada. Le persone parleranno di queste partite e la prima cosa di cui si ricorderanno o che rivedranno o sentiranno saranno un pugno chiuso sul campo o un nome che li porterà a chiedersi:”Chi è Breonna TAylor?”,”Chi è George Floyd?”

A differenza di altri giocatori come Bertans, Bradley, Chandler o Cauley-Stein che negli scorsi giorni hanno annunciato che non volerano a Orlando per diverse ragioni, VanVleet e compagni saranno al completo all’interno di Disneyworld, probabilmente tutti mossi da quel sentimento di orgoglio per l’essere i campioni NBA in carica e da quella voglia di difendere il titolo contro tutto e tutti.

Rispetto tutti quei ragazzi che hanno deciso di non partecipare per qualsiasi ragione. Ma la mia scelta è quella di giocare. Non è nè giusto nè sbagliato, è solo una scelta personale che tutti devono fare.

Ha aggiunto il numero 23 dei Raptors, chiudendo poi con una augurio che tutto possa andare bene nella “bolla” di Disneyworld

Cerco di essere ottimista riguardo al fatto che tutto andrà bene. Non è la situazione più ideale, ma questa è il periodo in cui siamo e non è l’ideale per nessuno.

Davide nasce a Pavia il 27/02/1993. La sua personale folgorazione sulla via di Damasco avviene in tenera età grazie alle giocate di Kobe Bryant e Manu Ginobili. Laureato in Economics, finance & international integration all'Università di Pavia, si è sempre definito tifoso Lakers e interista per autolesionismo. La frase che secondo lui raccoglie più di tutte l'essenza della pallacanestro è "Ball don't lie", tanto da decidere di tatuarsela addosso.

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