NBA: Vince Carter, la casa che non ha mai costruito (part.1)

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Vince Carter

Un viaggio, per meglio dire un volo, in prima classe, verso un mondo sconosciuto, verso un ignoto così vicino agli Stati Uniti ma così lontano culturalmente, che la stessa NBA l’ha ignorato per molto tempo. C’è qualcosa di magico nel Canada, che ha il privilegio di aver dato i natali al prof Naismith, che c’era alla prima palla a due della storia della lega professionistica con gli Huskies di Toronto (contro i Knicks), ma che per un tempo immemore è stata ignorata dalla lega americana ora in mano ad Adam Silver. Quando al compianto David Stern venne l’idea di creare i Toronto Raptors, e poco dopo anche i Vancouver Grizzlies (oggi a Memphis), l’idea era puramente commerciale e di primo acchito ebbe un impatto pari a zero in una terra che era devota all’hockey su ghiaccio e che le regole del basket neanche lo conosceva. Ve la ricordate la scena tratta dai “Simpson” dove Bart e Milhouse, giocando contro una formazione canadese e limitandosi a toccare il tabellone con un tiro, vengono etichettati subito come “giocatori da nazionale”? Ecco, questo è il contesto in cui un intrigo e la magia dei corsi e ricorsi si uniscono. Un solo nome e più strade, da Vince Carter a Kawhi Leonard.

 

IL CUGINO… E POI VINSANITY AGLI ALBORI

Con la quarta scelta al draft i Raptors scelgono… Antawn Jamison. La storia era questa, con Golden State che chiama alla 5 Vince Carter. Neanche si era messo il cappellino con la squadra californiana che Stern li richiama sul palco e concretizza lo scambio che se non è il più veloce della storia poco ci manca. Carter a Toronto trova suo “cugino” Tracy McGrady, una squadra di onesti mestieranti che però il prodotto di North Carolina migliora in maniera esponenziale. Quello che però il giocatore col tritolo nella gambe farà, sarà molto di più: crea la basketball culture e apre gli occhi ad un popolo che sa come si ama lo sport come pochi. Sarà soprannominato Air Canada, perchè qualche mese dopo si prenderà il titolo di miglior schiacciatore della lega con quattro interpretazioni che, riviste oggi, sono comunque da antologia. Gli sfasciano la squadra bistrattata in cui aveva mosso i primi passi, T-Mac va a Orlando tra le altre, e lui arriva sempre a un tiro di distanza dalla consacrazione sua e della “sua gente”, prima venendo battuto dalla tabellata di Johnson che manda i Knicks alle porte del paradiso, poi sbagliando un jumper contro Philadelphia che sarebbe valso le finali di conference con i Bucks. Non si crede mai alle coincidenze, ma se pensate che il palazzetto in cui Raptors giocano è l’Air Canada Centre, un segno tangibile di quello che Vince Carter è stato per Toronto è chiaro ed inequivocabile, anche se fino a qualche anno fa nessuno avrebbe ricordato quel passato. Perchè la proprietà, dopo qualche infortunio, lo cede ai Nets per poco o nulla e ad ogni gara è un continuo fioccare di insulti e fischi ad ogni palla sfiorata.

Ciò che però Carter ha fatto per la città canadese va ben oltre il basket giocato. Vince Carter ha creato attaccamento alla maglia, ha creato un senso di appartenenza che ha plasmato artisti di tutti i tipi, nonché ha portato il basket laddove c’era solo hockey. Non è un caso che il “boom” di atleti della nazione della foglia d’acero ci sia proprio nella generazione che è cresciuta con le schiacciate di Vinsanity fresche di uscita. E non è un caso che intorno a quella squadra, in cui Dell Curry era un assoluto punto fermo, ruotassero anche due marmocchi che poi la NBA l’avrebbero calcata da protagonisti, ossia Steph e Seth Curry, che di uno contro uno contro Vince a fine di ogni allenamento ne hanno fatti parecchi. Quella squadra che vedeva veterani e giovani rampanti era come un pulcino che già aveva piena visione del mondo nonostante la sua giovane età, che rispondeva a un pugno con un pugno ancora più forte, che sperimentava gli up and down di una matricola e che cresceva. Vince Carter l’avrebbe brandizzata con i club stile Vegas e con le Nike Shock ai piedi, in un miscuglio di culture, cittadinanze e stili di vita che, in breve tempo avrebbe conquistato anche il mondo americano. Uno schiaffo morale a chi riteneva il Canada come il ‘fratellino minore’ da bistrattare e che si concretizza nei 51 punti con cui Carter asfalta una non irresistibile Phoenix in prime time della CBS sulle reti americane.

IL DESTINO DI TORONTO

In principio era Stoudemire, poi la squadra di Curry e dei giovanissimi, poi le scommesse europee ad ampio raggio, da Vincenzino Esposito agli albori al quintetto di foreigners con Bargnani, Belinelli, Garbajosa, Calderon, Nesterovic e Turkoglu, a Chris Bosh leader emotivo e spirituale e alle teste caldissime di Morris Peterson e Jamario Moon. La lunga parabola dei Toronto è iniziata con il dinosauro amato e odiato, un po’ Barney ed un po’ troppo “twerkante” (per andarci leggeri col linguaggio odierno) e proseguita con progetti ambiziosi in cui si è creduto poco, con Jerry Colangelo e Masai Ujiri che sono entrati prepotentemente nella storia, con idee rivoluzionarie e squadre spesso perdenti che non li hanno ripagati delle loro scommesse. Le sconfitte di quegli anni sono state cancellate, assieme anche a quello che di buono c’era stato con Carter, in quanto tra scambi sbagliati e un gioco che non ha mai seguito la stessa traccia nel tempo, Toronto sembrava una Fenice che si ricomponeva e si distruggeva in un ciclo continuo. Le sconfitte contro LeBron (e anche contro l’ex capitano Bosh) per una squadra che spesso è ai vertici nella Eastern Conference plasmano una classe di adorabili perdenti che, così come ai tempi del fondatore Carter, si sgretola quando più serve, con gli egoismi di DeRozan a infrangersi sul ferro quando più serve…