NBA, Warriors-Blazers: Golden State inarrestabile

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Inarrestabili. Semplicemente i più forti E i risultati parlano chiaro dopotutto. 3 a 0 per i detentori dell’anello e sembra non mancare molto per ripetersi. Determinati, lucidi nel creare i presupposti per grandi risultati; il fenomeno Golden State è tanto clamoroso nel suo divenire quanto prorompente per chiunque.
Lo sa bene Portland, in una serie che finora ha sorpreso per l’eccessiva linearità degli incontri. Ci si aspettava un percorso senza troppi problemi per gli Warriors e così è stato finora. Il trionfo dei campioni di Oakland va di pari passo col crollo dei Blazers, che adesso hanno pure un dato storico dei Playoff contro. Nessuna squadra, infatti, ha mai recuperato da un 3-0. Almeno finora, ma la strada sembra ormai delineata per queste squadre: paradiso per GS, orgoglio e rimpianti per Portland.

GIGANTI SUL PARQUET

Un tema ricorrente nell’NBA si riconferma ancora una volta: GS è la squadra da battere. Contro questo team sembra davvero non essercene per nessuno. Un progetto tanto straordinario quanto vincente, quello in corso a Oakland, figlio di stelle consapevoli dei propri mezzi e della propria forza.
Che rimanessero i favoriti nessuno l’ha mai messo in dubbio, ma un dominio così evidente non era di certo scontato. Considerando in primis l’assenza di Kevin Durant per infortunio da quattro partite, ovvero un fattore potenzialmente allarmante per gli Warriors, per colui che lo stesso coach Kerr ha più volte definito “il miglior giocatore NBA in questo momento”. Ma in assenza dell’ala piccola made in Maryland gli Warriors hanno trovato in Draymond Green il loro nuovo MVP. Il verdetto di Gara 3 ha sentenziato definitivamente un concetto su tutti: se in questo momento si deve parlare di un giocatore insostituibile, quello è senz’altro lui. 20 punti, 13 rimbalzi, 12 assist nella sua serata da “camaleontico trascinatore”. Onnipresente a rimbalzo e nell’accompagnare i compagni al tiro, fondamentale su tutti la sua capacità di blocco per liberare i compagni (Curry e Thompson su tutti) al tiro.

Per non parlare dei compagni. Steph Curry si sta nuovamente confermando come probabilmente il miglior giocatore (insieme a Durant) della lega per continuità di rendimento e giocate di qualità. L’infortunio di KD, in un certo senso, ha spalancato le porte della leadership al Campione di Oakland: 36 punti per la terza uscita consecutiva con almeno 35 a tabellino (36.3 di media nella serie). L’infortunio al dito non ha intaccato il suo cammino, figlio di una tenuta mentale senza eguali degna del miglior Curry versione 2015-2106.

NON ALL’ALTEZZA

Il palcoscenico delle finali di Conference è un concentrato di tensione, adrenalina, pressione mediatica e sportiva e molto altro ancora. Una serie di fattori che contribuiscono, dall’altra parte, a giustificare in parte il rendimento finora di Portland. Una squadra apparsa ancora in fasce per questo livello. Un fattore decisivo.
Il fallimento dei Blazers prende forma in particolare in Gara 3. Perchè per Portland non ci sarebbe potuta essere occasione migliori dell’esordio nelle finali in casa, un fattore rivelatosi decisivo nel turno precedente per questa squadra. Ma questa volta Curry e compagni hanno avuto da ridire, con Portland crollata anche nella festa delle mura amiche, a festeggiare il ritorno alle finali di Conference dopo ben 19 anni.

Il contributo essenziale che ci si aspettava dai campioni non è arrivato. Una doverosa premessa è che Damian Lillard ha giocato nonostante un infortunio alle costole sofferto in gara-2 e che lo ha costretto ad indossare una protezione. Ma nonostante questo ci si aspettava di più da colui che finora si era rivelato la chiave di volta verso la vittoria. Sia chiaro, l’attitudine mostrata nonostante le avversità fisiche merita applausi, ma non è stato sufficiente a intaccare la difesa pressochè perfetta di GS, con il raddoppio su di lui e un Draymond Green che ha letteralmente neutralizzato la sua prestazione e le sue percussioni al ferro. Questo insieme al fatto di essere sfiancato da un filotto di dieci partite in 20 giorni che hanno messo alle corde lui e i Blazers.

McCollum non ha saputo fare quel salto di qualità che aveva dato motivo di aspettarsi: non è stato in grado di approfittare del raddoppio su Lillard, senza andare mai sopra i 23 punti nella serie. Un dato eloquente, poi, è rappresentato dall’elemento tiri liberi. 13 complessivamente sbagliati da Portland, diversi da McCollum, nel segno di un 60% dalla lunetta che pesa come un macigno sul risultato. Fondamentali dettagli che fanno la differenza contro GS. Errori imperdonabili che costano caro, delineando il parziale di 3-0 attuale.

ANCHE SENZA KD…

L’aspetto probabilmente più sorprendente della serie di GS è l’assenza di Durant. 11 partite a 34.5 punti di media, semplicemente il miglior realizzatore dei Playoff. Esplosivo, trascinatore, carismatico, sono solo alcuni aggettivi degni del Campione. L’impressione alla vigilia dei Playoff era che KD sarebbe stato tanto protagonista quanto imprescindibile e fondamentale per il gioco degli Warriors, nel quale faceva la differenza trascinando i compagni anch’essi campioni.
Eppure, nel momento in cui l’infortunio l’ha tenuto e lo tiene tutt’ora lontano dal parquet, GS risponde comunque presente. In particolare con Draymond Green, protagonista della definitiva esplosione in quel di Oakland. “Senza Durant ha molto più la palla nelle sue mani” ha riconosciuto coach Kerr.

Da One Man Show di inizio post season si è passati ad un organico che conta più sul gioco di squadra, quindi sul fraseggio nelle combinazioni per arrivare al ferro e sulla rispolverata forza di coloro che si erano fatti da parte per far spazio a KD. Almeno temporaneamente, perchè il trio Green-Curry-Thompson ha risposto più che mai presente all’infortunio al polpaccio del compagno. La palla viaggia più velocemente nella ricerca della posizione ideale al tiro al posto che contare “semplicemente” sulla magia di Durant. L’impressione, in definitiva, è che senza KD gli Warriors rimangano comunque la squadra da battere, ma che con l’apporto decisivo della loro ala piccola possano raggiungere il livello definitivo. Una realtà nella quale potersi consolidare come una delle squadre più forti e vincenti della storia dell’NBA.