NBA, Warriors-Raptors: Toronto a un canestro dalla leggenda

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Un canestro all’ultimo possesso utile. Due punti allo scadere sarebbero bastati a Toronto per aggiudicarsi un anello che saprebbe di impresa e leggenda. Ma vuoi per la tensione degli ultimi, decisivi secondi, vuoi per il pressing difensivo di Golden State, Leonard ha optato per lo scarico sulla sinistra al posto di prendersi l’ennesima responsabilità da leader nel momento più importante. Il tiro di Lowry allo scadere dissolve in un colpo solo le speranze di gloria che avevano investito i Raptors nell’ultimo quarto di una Gara 5 emozionante e al cardiopalma.

Perché non l’ho fatto? Perché sono stato raddoppiato — risponde lasciandosi andare a una rarissima risata — e onestamente non penso che sarei neppure riuscito a prendermi un tiro. Se hai due uomini addosso devi cercare di fare la giocata giusta, che per noi era quel tiro dall’angolo, solo che il pallone non è arrivato abbastanza velocemente a Kyle”.

Ma nonostante tutto gli Warriors sono riusciti a passare alla Scotiabank Arena, posticipando il discorso anello. E con Gara 6 da giocare a Oakland sull’onda dell’entusiasmo di una vittoria conseguita all’ultimo, ogni discorso relativo al titolo torna in discussione. Nonostante Toronto sia ancora in vantaggio.

QUESTIONE DI TESTA

Una ghiotta occasione sfumata sul più bello. Dal punto di vista del Jurassic Park verrebbe da pensare a questo e a molto altro. Il tutto in una serata dai continui capovolgimenti di fronte che ha messo in luce una serie di concetti chiave, un ventaglio di elementi che hanno dato forma a questa Gara 5.

In primis il piano emotivo. Entrambe le squadre erano sottoposte ad una pressione unica del suo genere, emozioni che colorano e rendono tali le NBA Finals. Da un lato Golden State, costretta ad inseguire e chiamata a fare l’incontro come fosse un dovere morale, una missione per mantenere vive le speranze di titolo. Dall’altra parte del parquet troviamo invece Toronto: una squadra tanto sorprendente quanto inesperta, travolta letteralmente dalla pesantezza emotiva della serata. Una vittoria significherebbe anello per i Raptors, una vittoria vorrebbe dire riscrivere la storia dell’NBA ponendo fine ad una delle più grandi supremazie sportive della storia. Quella appunto degli Warriors, che hanno trionfato grazie all’orgoglio.

Sì, orgoglio. Fiducia nei propri mezzi, nella propria forza, nel proprio organico. Un team, quello di coach Kerr, che sembrava lanciato verso un agevole predominio del match, specie in funzione del sorprendente ritorno di KD. Gli Warriors chiudono il primo quarto avanti 34-28, sembrano in controllo contro dei canadesi in evidente tensione emotiva. Poi, in avvio di secondo quarto, nel tentativo di attaccare Ibaka dal palleggio, accade l’episodio decisivo: Durant si fa male di nuovo e va a terra. Il pubblico trattiene il fiato, l’ala piccola si è trascinata a bordo campo immediatamente, il che ha fatto presagire un infortunio serio, una ricaduta. Il Campione viene accompagnato fuori e il pubblico applaude; la chiave di volta dell’incontro è servita.

Perchè se da un lato l’uscita dal parquet di Durant poteva lanciare la carica dei Raptors alla vittoria, al tempo stesso poteva innescare una decisiva reazione d’orgoglio in Golden State. Cosa che effettivamente è avvenuta: senza la loro stella gli Warriors non si dimenticano certo come si gioca a basket, affidandosi alla leadership della coppia d’oro Curry-Thompson e ad un ritrovato DeMarcus Cousins (almeno nel primo tempo). Fattori decisivi che hanno tenuto i Raptors a debita distanza per tutto il primo tempo e per buona parte del secondo. La squadra di casa non solo ha avuto il demerito di non reagire positivamente all’uscita dal campo di Durant, ma soprattutto ha commesso il peccato capitale di farsi travolgere emotivamente.

GOLDEN STATE “DISUMANI”

Il verdetto di Gara 5 ci insegna ancora una volta quanto Golden State sia la squadra più forte in NBA. Sotto tutti gli aspetti, dal piano mentale a quello qualitativo nei suoi effettivi.

L’uscita dal campo di KD sembrava aver decretato, a detta di molti, la fine di questa serie. Ma ancora una volta il team di Oakland ha avuto qualcosa da ridire. In particolare Stephen Curry e Klay Thompson, due che possono approfittare di molta più libertà quando KD c’è per come condiziona le difese avversarie. Due che hanno monopolizzato la scena di quest’avvincente gara di Finals consegnando di fatto al vittoria a Golden State. Rilanciandone le speranze.

L’atteggiamento tattico di Toronto era chiaro fin dall’inizio: marcatura stretta sulle due stelle lasciando molto spazio agli altri. Una mossa che non ha avuto gli effetti sperati in casa Raptors. 31 punti, 8 rimbalzi e 7 assist per Curry (alla decima gara da oltre 30 punti delle Finals), 26 punti, 6 rimbalzi e 4 assist per Klay Thompson. Essere Campioni significa questo e molto altro. Vuol dire rispondere presente sempre e comunque a prescindere dal momento.

Camaleontico e soprattutto vincente si è rivelato l’atteggiamento mentale dei Campioni, che hanno condotto ad ampie riprese la partita. Nel finale, poi, dopo aver rischiato molto, si sono ripresi dal -6 al decisivo +1 nel giro di due minuti. I demeriti principati di Golden State sono stati essenzialmente due: non aver chiuso prima i conti, permettendo a Toronto di volta in volta di riaffacciarsi. Il secondo deficit è stato soprattutto un ventaglio di errori grossolani da parte di DeMarcus Cousins nel secondo tempo: due infatti sono state le infrazioni di campo che hanno permesso a Toronto di recuperare possesso e punti lungo la via.

Ma quando il gruppo cala le stelle si prendono responsabilità che li rendono unici. Nonostante la supremazia sul piano dei rimbalzi di Toronto (43 a 37) Golden State non si è disunita nell’ultimo quarto. Nel momento più delicato ha risposto nuovamente presente, vincendo e rilanciando appieno il discorso vittoria nella serie.

RAPTORS “UMANI”

Per la prima volta in questa serie Toronto si è rivelata una squadra umana. Un collettivo forte ma che ha mancato il definitivo salto di qualità nel divenire dell’incontro. Oltre all’aspetto emotivo il pubblico della Scotiabank Arena ha dovuto attendere fin troppo la riscossa psicologica delle proprie stelle.

Un deficit, quello della serata dei canadesi, evincibile da un fattore su tutti. Quello del tiro da 3. Tatticamente parlando il fattore vittoria per gli Warriors, che ha realizzato 20/42 dalla distanza, mentre Toronto solo 8/32. Il tutto ha permesso al team di Oakland di mantenere le distanze nel corso di oltre 40 minuti. Più Golden State cercava di fuggire e quasi ci riusciva (più volte i Campioni hanno toccato il +12) più i canadesi cercavano di reagire senza mai rimettersi definitivamente in partita. Troppo tempo hanno impiegato Lowry e Leonard per entrare nel ritmo gara. I Raptors sono stati indecisi, insicuri, esitanti, tutto quello che non avevano mostrato nelle precedenti partite. Solo una grande serata di VanVleet (11 punti, 2 rimbalzi e 1 assist) e di Marc Gasol (17 punti, 8 rimbalzi e 2 assist) hanno tenuto a galla i Raptors.

Ma più che mai Gara 5 è stata investiva dal motto “quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare“. Ed ecco dunque che Kyle Lowry fa da mediatore fra un Leonard in crescendo e il resto della squadra con una serie di punti in apertura dell’ultimo quarto (18 punti, 4 rimbalzi e 6 assist per lui). Fino a quando non arriva lui. Kawhi Leonard si toglie la ruggine di una partita anche per lui sottotono, e segna 10 punti di onnipotenza pura alla Michael Jordan e una serata incredibile (26 punti, 12 rimbalzi e 6 assist).

La riscossa che vivono i canadesi nella seconda metà dell’ultimo quarto ha dell’incredibile. Per tutto il tempo sono stati costretti a inseguire, per poi vedere la volontà del Campione spadroneggiare e condurre i suoi addirittura al +6 a 3 minuti dalla fine. Da quel 103-97, Toronto segna un solo canestro su 6 tentativi, perde un pallone e di fatto saluta la gara. In generale è stata una partita di rincorsa di Toronto come non accadeva da Gara 2.

Stefano nasce il 19/11/1996 a Vigevano, vicino Milano. E' Studente di Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano. Sin da piccolo coltiva la grande passione per il giornalismo, in particolare quello sportivo, per il calcio, il basket e lo sport più in generale. Il suo sogno è quello di trasformare tutto ciò in un lavoro. Al momento scrive per Termometro Politico, Numero Diez e Backdoorpodcast.