NBA, Zach Lavine: un insider ad altezze impossibili

Palla vagante a metà campo, c’è qualcuno più reattivo degli altri nel recuperarla, partire a mille all’ora e andare a chiudere il contropiede in solitaria con una schiacciata in mulinello che ha un suono inconfondibile: come l’attimo che intercorre tra la velocità del lampo e l’intensità del tuono. Zach Lavine è il leader di una Chicago che non ha magari il pedigree delle big dell’Est, ma ha messo insieme un nucleo futuribile di good guys che potrà far bene. In una squadra a cui serviva esperienza, dove lo stesso coach Hoiberg è sì un veterano di mille battaglie nella Windy City, ma comunque un novizio tra i coach della massima lega professionistica, ecco stagliarsi la figura del ragazzo da Washington con la faccia pulita e la voglia di “saltare” – spesso nel senso letterale della parole – qualunque ostacolo la vita e la carriera gli abbiano posto davanti.

 LOOKING AT THE MIRROR…

Troppi parallelismi nella sua vita, troppe strade che si intersecano e tendono a confondere chiunque voglia capirci qualcosa di lui, fin dallo sport di famiglia, che sarebbe un ibrido tra il football (papà era un ex Seattle Seahawks) che poi si reinventa nel softball (che era anche la specialità della mamma). L’orientamento sarebbe quello dello sport con bastone e palla con le cicatrici, ma poi arriva “Space Jam” e His Airness diventa non solo un modello, ma anche la ragione di vita. Di qui al canestro appeso sul garage di casa, crivellato giorno dopo giorno, nonché delle partitelle sempre con ragazzi più grandi di lui, il passo è davvero breve. La competizione non solo lo affascina, ma lo spinge ogni giorno a dare qualcosa in più. Vuole essere sempre in inferiorità, fisica, tecnica o di talento, per dare quel qualcosa in più e batterli. Da qui nasce la sua grande voglia e lo spirito competitivo.

Il resto è il tritolo nelle gambe, che lo porta alla notorietà già al livello di High School. Le sue schiacciate non sono solo un gesto atletico, di quelli che dimostrano dove uno staccatore eccezionale riesca ad arrivare in verticale: la sua è pura potenza in pieno controllo, un gesto violento, repentino, una pennellata violenta alla monotonia. Ecco, pensare che il playmaker della squadra, perché questo era il ruolo al liceo, possa fare quei balzi, è uno sprone per la sua squadra, che dai bassifondi della lega di Washington arriva fino al terzo posto statale. Una squadra senza geografia che però, come per stessa ammissione dell’interessato, lo mette sulla mappa della pallacanestro. Il fisico è però esile, le tensioni sono tante e qualche problemino alle anche per tutti quei “mulinelli” frenano e non poco la sua maturazione. Sceglierà Ucla per un coach che, a poche settimane dall’inizio della stagione, verrà licenziato dai Bruins. Deciderà di restare fermo nella sua decisione, ma di fatto questa sarà l’inizio della sua carriera da outsider.

…INSIDE OUT & TO THE STARS

Con coach Alford è odio e amore. I media tendono a paragonarlo a Russell Westbrook per il ruolo che riveste nelle rotazioni, ma anche e soprattutto per la potenza sprigionata dai suoi mezzi fisici e tecnici. L’inizio è da superstar da top 5 al seguente draft, perché ha visione di gioco ma soprattutto una mano calda, vellutata e capace di far male a qualsiasi difesa che provi a mettergli la museruola. Il finale è un declinare tra prestazioni a tanti tiri e pochissimi punti a referto, che di fatto ne minano la reputazione in un mangia-palloni. Finirà, per uno strano caso del destino a Minnesota ed è qui che una carriera NBA cambia.

Nei T’Wolves non è né il primo né il secondo play in rotazione, ma Rubio si fa male quasi subito e Mo Williams non garantisce affidabilità. Prima si prende il posto e fa impazzire i tifosi del Target Center, di cui diventa un idolo in brevissimo tempo, poi lo perde perché il suo è un modo di vedere il basket differente e incapace di conciliarsi con il gioco ragionato che gli viene imposto. Si prende le sue soddisfazioni venendo inserito nel quintetto All-Rookie, ma viene ricordato soprattutto per le due gare di schiacciate vinte consecutivamente, con giocate di grande impatto che per mezzi fisici lo mettono vicino a Nate Robinson e Spud Webb, mentre per forza e potenza lo avvicinano in maniera paurosa a un grande come Dominique Wilkins. Il resto lo fa un pauroso infortunio che di fatto eclissa il tutto, portandolo ad essere un outsider fra gli outsider della lega.

Orbene, qui un giocatore che ha raggiunto il vertice potrebbe mettere il punto alla situazione, invece l’estate post infortunio è un clinic di pallacanestro. Colpisce la scena di lui, nella sua villa con piscina, che si allena con canestro e macchina dei palloni, continua a provare quel movimento, la palla non tocca mai terra e gli viene rispedita fra le mani, in loop. Viene scambiato con Chicago quando Minnesota pensa che non valga la pena tenerlo a roster, assieme a Kriss Dunn, per Jimmy Butler, Justin Patton (scambio che ricorda vagamente quello dei Sixers) e una scelta alta al draft, che sarà poi Markkanen. Rinasce con Chicago, ritornando alla grande dopo l’infortunio e prendendo in mano la città.

In estate è libero di scegliere il suo futuro o quasi, l’offerta di Sacramento sembra cosa fatta, ma i Bulls la pareggiano e fanno di lui la prima stella designata della propria squadra fatta di talento e gioventù. La consacrazione, semmai ce ne fosse bisogno, è nei numeri di questa stagione, dove viaggia a oltre 20 di media, con 6 assist smazzati a serata, dove ha battuto record per punti realizzati in questo inizio di stagione, che non venivano ritoccati dall’era Jordan e che sta aspettando…
Le aquile volano là dove in molti non osano nemmeno arrivare col pensiero. Lavine è quel giocatore che posto un limite, non solo deve superarlo, ma deve crearne uno ancora più impervio da raggiungere e superare. Al momento la squadra di Hoiberg ha più piena l’infermeria che il quintetto, e a Lavine viene chiesto di fare pentole e coperchi. Se però i Bulls sapranno soffrire insieme, aspettare il rientro dei loro terribili giovinetti, guidati da un ragazzo che non ha paura di niente potranno davvero avere un roseo futuro.