NBA: Zen Garden Out (di Chiara Zanini)

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Quando ho visto Anthony Davis mettere a segno la prima tripla sulla sirena della sua carriera ai playoff ho capito che i Lakers avrebbero vinto, indipendentemente da chi fosse arrivato dall’Est a contendere lo scettro più insolito, imprevedibile e contorto della recente storia NBA. Anthony Davis ha dimostrato di essere il giocatore più talentuoso presente nella Bolla di Orlando, Il Più Forte del Pianeta, quando lo vuole, quando qualcuno lo spinge ad esserlo. Di certo è stato il migliore in maglia giallo-viola ogni volta che LeBron o Rondo gli hanno ricordato di mostrarlo al mondo, per i tratti di gara più decisivi e chiunque fosse l’avversario. Rondo, poi, ha un feeling quasi epidermico con lui, che risale ai giorni in cui lanciava lob in cielo a New Orleans, mentre LeBron alle spalle gli dà quella sicurezza che gli è mancata nei 7 anni precedenti nella Lega. I due sono lo yin dello yang dell’altro, il primo è stato prescelto dal gotha del basket, quando aveva solo 14 anni, per essere il Nuovo Messia dopo Jordan, Unibrow ha tracciato una parabola simmetricamente opposta: guardia relativamente sconosciuta da ragazzo, è poi cresciuto in una sola estate fino a i 7 piedi preservando nel verniciato la stessa mobilità di piedi e visione mostrate nel back-court.

Quando a 26.7 secondi dalla fine di gara2 delle Finali di Conference l’ho visto convertire il floater del 102-a-101 Lakers, ho trattenuto il fiato. Il mio Jokic ha fatto quello che fa sempre ogni volta che i secondi nella clessidra di una gara precipitano più in fretta dentro al buco: ha messo a segno il gancio poetico del nuovo sorpasso Nuggets. È a quel punto che Anthony Davis ha fatto piovere la tripla più importate tra la miriade di triple mandate per aria in questi playoffs: quella sulla sirena e della vittoria gialloviola in gara2, la prima pesante che gli abbia visto convertire da quando lo seguo al Piano di Sopra, il sigillo in lacca porpora e oro sulle mie ultime speranze anti-losangeline.

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